duemilaquattordici.

ce l’avete insegnato voi che le immagini valgono più delle parole:

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tra vent’anni forse ricorderò run the jewels, clearing the path to ascend, primitive and deadly, dude incredible. chissà, forse benji. sembra che il mondo si sia accorto degli swans negli ultimi dodici mesi ma preferisco the seer a to be kind. alcune altre cose le ho dimenticate, come i godflesh, anche perché non ne sentivo il bisogno. i dischi usciti vent’ani fa, che ho ascoltato vent’anni fa e che oggi ricordo credo siano soltanto smash, dookie e definitely maybe: del resto avevo nove anni, e solo più tardi ho scoperto che nel millenovecentonovantaquattro, l’anno del rigore di baggio alle stelle, della morte di senna e del primo governo berlusconi, le uniche cose che ricordo di aver vissuto in quei trecentosessantacinque giorni, non a caso tutte terribili, sono usciti tra gli altri de mysteriis dom satanas, at action park, diary, burn my eyes, the downward spiral, i could live in hope, dummy, far beyond driven, hvis lyset tar oss, need to control, timothy’s monster, welcome to sky valley, superunknown, no one rides for free, stoner witch, ed il fondamentale shaq fu: da return di shaquille o’neal. non si stava poi così male negli anni novanta, ma è possibile che negli anni a venire scopra altri dischi usciti nel duemilaquattordici che mi faranno vergognare un poco di questa lista, come avviene a posteriori per molte altre cose della mia vita.

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Mi sembrava giusto che qualcuno menzionasse e ricordasse Aldo Ciccolini

Mi ero ripromesso di non scrivere più coccodrilli su musicisti deceduti. Questa decisione è stata presa dopo l’imbarazzo provato dopo la morte di Lou Reed, manifestazione di come l’avere a disposizione grandi mezzi, come può essere una connessione veloce, possa provocare dei disastri, in questo caso la triste corsa per elevarsi verso una apparenza di qualche status culturale, sfruttando un presunto rammarico per la morte di qualche tipo di artista. Cosa che più o meno è successa ultimamente, e sta succedendo proprio ora su Rai 2 (la sera del 3 febbraio, per la cronaca) con Pino Daniele.
Faccio qui un’eccezione alla regola, superando anche problematiche logistiche che non mi hanno fatto scrivere per mesi (nel particolare 1. non possedere più un computer funzionante di mia proprietà e 2. avere motivazioni per portare a compimento anche le più semplici azioni) perchè ci sono rimasto un pò male di quanto sia passata sottotraccia la morte di Aldo Ciccolini.

Potrei qui inserire una lamentela del tipo “che schifo questi tempi moderni dimentichi di fatti meritevoli e attenti a puttanate senza importanza”, ma tenendo conto che questo genere di giaculatoria è presente più o meno dalla notte dei tempi, non vedo il perchè reiterare un topos così liso dal troppo uso. Anche perchè, se tutti abbiamo vissuto in tempi di merda, si può facilmente dedurre che sono sempre stati tempi un pò di merda, e che di conseguenza forse dovremmo abbassare un pò le aspettative che riponiamo nella razza umana in genere, e già che ci siamo usare meno espressioni idiomatiche (monito che faccio anche a me stesso in questo momento).

Quindi poco mi stupisco che, ad una possibile definizione di “pianista italiano”, il 90% della popolazione italiana (stima che dire ottimistica è poco) colleghi il nome di un rincoglionito, e che allo stesso tempo la morte di uno dei più grandi esecutori del 900 venga relegata a quattro parole sui quotidiani nazionali.

Sono legato ad Aldo Ciccolini perché è riuscito a scardinare una delle mie convinzioni più dure a morire, e cioè che la musica classica non mi piacesse. Snobismo di riflesso, mi viene da dire, un pò per colpa “loro” inteso come “accademici”, ma anche colpa mia in quanto in passato mi pensavo dalla parte “pop” della musica, tenendo come premessa l’idiota contrapposizione, usuale ma ripeto idiota, tra musica “colta” e musica “popolare”.

Aldo Ciccolini, napoletano naturalizzato francese, è stato uno degli esecutori più importanti per piano del ‘900, in particolare eccellenti le sue interpretazioni di compositori transalpini, e altro fatto importante, quantomeno per me,  grazie a lui mi sono innamorato di alcuni pezzi per piano solo, cosa che mai mi sarei immaginato nella vita.

Prima di dire castronerie su argomenti che mi competono poco, come può essere la musica “d’accademia”, linko un video per commemorare la scomparsa, e perchè insomma, ci tenevo che nel blog su cui scrivo di musica ci fosse questo tipo di ricordo e testimonianza.

Ci sono altri video di fianco, se lo aprite in Youtube, nel caso interessi.

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due parole sui mastodon

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i mastodon appartengono ormai a quel rango di gruppi per i quali ogni cosa detta e scritta è già stata detta e scritta – un buon modo di delegittimare in partenza quello che sto scrivendo -, a quella categoria di band delle quali potrei dire che “o si ama o si odia”, ma non lo vorrei dire perché è un’espressione idiomatica, oltre che un concetto, che mi disgusta. probabilmente questo è conseguenza del fatto che i quattro di atlanta hanno rappresentato la salvezza – ed in un certo senso la redenzione – dell’heavy metal degli anni duemila, dopo almeno una decade di oblio commerciale e quasi un lustro di patetica guerra tra poveri tra chi sdoganava i korn e chi invece predicava nel deserto la fedeltà ad iron maiden et cetera, in una sorta di gara a chi impersonava la macchietta più triste. nel duemiladue, nel mezzo della parentesi metalcore di cui ormai tutti si sono dimenticati – ma presumo che come sentenziato da vice per il nu metal ci troveremo ad affrontarne una recrudescenza in tempi brevi – esce remission, che si inserisce sulla scia di calculating infinity, kollapse e jane doe, più per affinità storica che per caratteristiche stilistiche, creando con essi – e con we are the romans, oceanic ed altra roba uscita su relapse o hydrahead in quegli anni, ed in un certo senso con songs for the deaf, con la sua portata storica – una sorta di nouvelle vague del metal che andava a parare a seconda degli interpreti su sludge, math, hardcore, noise, post rock e se volete aggiungere voi un altro genere anche inventato fate pure. una nuova pulsione così olistica della materia, che andava a recuperare tutte insieme le tradizioni di melvins, neurosis, napalm death, metallica, kyuss, slayer, e se volete aggiungere voi un altro gruppo anche inventato fate pure, ridefinì i canoni estetici dell’heavy metal in toto, riscrivendone le regole sintattiche ma anche sociali – niente più dress code da chiodo e capelli lunghi ma magliette con le maniche tagliate, tatuaggi, jeans slavati ed il mazzo di chiavi attaccato all’anello della cintura dietro al culo. le conseguenze più o meno ovvie furono l’assunzione del metal stesso a genere meritevole di rispetto da parte della critica e, quasi in automatico nel lungo periodo, uno sdoganamento commerciale che permette, oggi, a gente per cui il gruppo più rumoroso della storia sono sempre stati i foo fighters di andare a vedere i red fang senza eccessivi sensi di colpa o patemi d’animo. possiamo dare la colpa ai mastodon per tutto questo? forse. è realmente una colpa? certamente. ci importa qualcosa? no. remission è, tra i dischi che hanno dato il via a questa reinassance, quello più grezzo, cazzuto e caciarone, e ciononostante – o forse proprio grazie a questo – quello che ha definitivamente tracciato la via ad un certo tipo di suono, o ad un certo tipo di un certo tipo di suono: io avevo sedici anni, ascoltavo black metal come tutti i sedicenni con problemi a quel tempo, ed avevo forse solo sentito nominare da lontano l’immaginario al quale i mastodon facevano riferimento. pensai che non avevo mai ascoltato nulla di simile, immediatamente dopo conobbi gli high on fire di surrounded by thieves e ci capì qualcosa di più, con il dovuto tempo ho imparato a sentire dentro remission i richiami dei melvins, neurosis, di corrosion of conformity, monster magnet e compagnia, della bay area, dell’hardcore e della nwobhm, thin lizzy e di un sacco di altre cazzate rimasticate e sputate con ferocia. l’iniziale crusher destroyer è sufficientemente rappresentativa a riguardo. remission ha la portata di kill ‘em all nel duemila – ed in altre occasioni verrebbe da associare i mastodon ai metallica, ma non lo farò perché sono pigro. o magari lo farò più avanti, perché sono anche un procrastinatore. dopo un paio d’anni arriva leviathan, dopo altri due blood mountain, nel mezzo firmano incidentalmente per warner, vanno in tour con chiunque conti qualcosa, danno il via ad uno stile. leviathan si apre con blood and thunder, programmatica come l’apertura del disco precedente, perchè ugualmente potente ma più complessa, ed al tempo stesso più epica, ed epico è probabilmente uno dei vocaboli giusti per descrivere l’album, un concept su moby dick che fa venire voglia di diventare giapponese e sterminare la popolazione di cetacei del pacifico e che diventa un classico quasi istantaneamente, per poi ritrovarsi citato a destra e a manca nelle classifiche di fine anno e di fine decennio. vedremo per quelle di fine secolo. blood and thunder diventerà poi addirittura un meme preadolescenziale.

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addirittura. in realtà questa vignetta potrebbe essere l’esatta rappresentazione di una generazione di ascoltatori pisciasotto in età puberale, ovvero dell’utenza media dei mastodon: esattamente come me. blood mountain suona a grandi linee come il predecessore ma più roccioso e asciutto, ma forse la mia immaginazione è viziata dal nome del disco. ogni tanto in blood mountain avvengono sboronate psych rock come in sleeping giant, avvengono botte in faccia come in the wolf is loose, avvengono collaborazioni con scott kelly, cedric bixler, josh homme, e contemporaneamente avviene la nascita di un filone di band che suonano un genere sintetizzato sostanzialmente dai mastodon. i mastodon in quei cazzo di anni zero fanno avvenire le cose, in un periodo in cui la scena che avevano contribuito a creare collassa qualitativamente su se stessa, da una parte per il proliferare di cloni e dall’altra per il vicolo cieco in cui si erano infilati i numi tutelari, ma suppongo che sia così per qualunque tipo di “scena”. il tempo di vederli passare in italia un paio di volte, di cui una a torino con i tool in una serata che non mi pento di definire memorabile, ed ho già quasi venticinque anni ed è il duemilanove ed esce crack the skye, in cui affrontando le solite tematiche prive di senso – questa volta una sorta di concept su rasputin, in qualche modo ispirato alla sorella suicida di brann dailor – si sbrodolano addosso una colata di prog e psichedelia settantiana, seguiti a ruota, naturalmente, dalla scenatale da conquistarsi fan anche tra persone che ascoltano i dream theater, se si può definire “persona” qualcuno che ascolta i dream theater, e perdendo presa sulla gente tatuata con problemi di igiene personale e socialità. il disco rappresenta il black album dei mastodon, che ormai possono fare tutto ciò che vogliono ed effettivamente lo fanno: la differenza è che in uno c’è the last baron, nell’altro nothing else matters. pezzi lunghissimi, sanders e hinds che cantano davvero,e lo fanno generalmente male, ma è un male riconoscibile e confortevole, ritmi più dilatati. crack the skye è un disco fantastico e naturalmente fa sì che quasi tutti quelli che capiscono di musica inizino a dire che il gruppo è allo sbando. the hunter, del duemilaundici, è preceduto da un nuovo cambio in regia – mike elizondo: uno che per intenderci ha co-scritto in da club di 50 cent, e dio lo benedica – e dalle dichiarazioni di brent hinds, credo, che vanverava qualcosa sul concept dell’album, che ha questo nome in omaggio al fratello morto di hinds stesso. a quanto pare intorno ai mastodon muoiono un sacco di persone, il che è sicuramente metal, e loro non perdono occasione di scrivere canzoni a riguardo, il che è un po’ meno metal. di the hunter ricordo solo curl of the burl e non l’ho mai riascoltato dopo il duemilaundici. the hunter non è necessariamente un disco brutto: è un disco che avrebbero potuto scrivere i red fang se avessero avuto più talento. pezzi mediamente solidi e lineari, di quelli che non restano in testa nemmeno con la “cura ludovico”, più stoner e meno sludge, più diretti e meno prog, recensioni che si chiudono con “questi sono i mastodon oggi”, “prendere o lasciare”, “chi si accontenta gode” ed altre frasi fatte disgustose. i mastodon, nell’ultimo triennio, passano nelle mie priorità dallo status “tra i cinque gruppi preferiti dal duemila in poi” allo status di “meh, vediamo…”, senza rancore ma con curiosità, e fino ad oggi non è stato del tutto chiaro se il gruppo avesse voglia di cazzeggiare un po’ prima di rituffarsi negli sbrodolamenti dei dischi precedenti o se fosse in effetti questo il manifesto programmatico di un nuovo corso. oggi lo è? no, ma a me non sarebbe chiaro nemmeno se mi spiegassero l’alfabeto. in ogni caso, in questo duemilaquattordici di nostro signore, ecco once more round the sun. ci ho messo un po’ a scrivere qualcosa, mi ci sono dedicato molto più di quanto solitamente faccio con un disco alla sua uscita, ricavandone delle opinioni che visto il tempo di gestazione e ragionamento inusitatamente lungo sono tranquillamente ascrivibili alla categoria “puttanate”. il fatto è che nonostante il farsi l’opinione su qualunque cosa sia ampiamente sopravvalutato ed abusato in questa nostra pazza, pazza, patetica società, di once more round the sun volevo poter dire qualcosa, principalmente a me stesso, perché i mastodon sono pur sempre i metallica della mia generazione, e con “mia generazione” intendo “me”, un gruppo che per quanti st anger possa fare – e fino ad ora non ce n’è stato nemmeno uno – seguirò sempre con quel poco di affetto che sono ancora capace di provare con questo piccolo cuore devastato, perché mi hanno raccontato me stesso ed il mio tempo in diretta, passo per passo. il che non depone né a loro né a mio favore, mi rendo conto. tread lightly, la prima traccia, come in quasi tutti i passati dischi dei nostri definisce gli standard: la prima parola che mi è venuta in mente è “spinterogeno”, ma questo soltanto perché soffro di paralalia, ed allora quella che conta è probabilmente la seconda, cioè ancora una volta “epico”. la sensazione continua con gli altri pezzi, alcuni dei quali scorrono con una struttura semplice ed apparentemente innocua parlando di cose come “a ‘sto giro le cose funzioneranno, non ti lasceremo scivolare via” (the motherload) o “e se volessi che restassi, cosa dovrei dirti?” (ember city) o di halloween, e questo non risulterebbe problematico se in una sorta di magia pop questi pezzi non si stampassero nel sistema limbico. perché sono in qualche modo epici, appunto, in modo diverso da leviathan e senza dubbio più accessibile ed immediato. ad un certo punto viene fuori un coro delle coathanger (???) che dice “hey-ho, let’s fuckin’ rock’n’roll”. sul serio. le cose più vicine a blood mountain si ritrovano in chimes at midnight, mentre la conclusiva e telefonatissima collaborazione con scott kelly diamonds in the witch house ricorda le cavalcate à la the last baron. ed in sostanza è tutto qui. il problema sono quelle quattro o cinque canzoni, incastonate nel giro dentato dell’ippocampo: deve essere questo il motivo per cui il pop funziona. oggi, cioè ieri, cioè tre giorni fa, insomma a dicembre (ho scritto queste cose durante un lungo periodo di tempo, principalmente per pigrizia), i mastodon suonano a milano a sei mesi dall’uscita del disco, e da quel periodo d’estate non ho mai più riascoltato il disco per intero, ma ho ancora in testa quei quattro o cinque pezzi: ragionando prospetticamente, ed immagino che in determinati contesti musicali si sia costretti a farlo, once more round the sun non è game changing (scusate, sto guardando troppa nba), ma è comunque un disco dei mastodon che sono contento sia uscito. considerando l’estenuante parallelo con i metallica, non è st anger ma piuttosto… no, non mi viene. dire load mi sembra eccessivo. magari garage inc. e poi, perché considerare l’estenuante parallelo con i metallica? l’unica giustificazione potrebbe essere che, come per i metallica da vent’anni a questa parte, anche per i mastodon, forse fin troppo prematuramente, è iniziata una fase in cui guardare alla loro carriera, appunto, prospetticamente: e se i metallica su disco da vent’anni a questa parte hanno prodotto cose la cui media si attesta su livelli raccapriccianti (ho pensato solo una volta veramente al suicidio, quando li ho visti da fazio con lou reed già morente), i mastodon sembrano non aver imboccato quella via. penso che sia buffo andare a vedere i mastodon dopo sette anni dall’ultima volta, quando al live di trezzo sull’adda aprirono ai machine head, ma ormai mi sembra buffa qualsiasi cosa. insieme al general manager di questo blog (cit.), senza il quale non saremmo qui visto che ha miracolosamente procurato un accredito che mi ha fatto sentire importante, ed a uno dei ragazzi di whiskyfacile, che poi incidentalmente è jacopo, senza il quale forse non saremmo qui, dato che ci passava le cassettine black metal quando eravamo in quinta ginnasio (quindi un “grazie” a jacopo per averci rovinato la vita), mi ritrovo in mezzo a gente che pensavo più numerosa al fabrique, che potrebbe essere efficacemente descritto come un capannone terrificante in zona industriale identico ad altri migliaia dove una birra di dimensioni irrisorie costa cinque euro, e dopo i big business, allo stato attuale delle cose metà-melvins per quanto riguarda la formazione ed anche per tutto il resto, ma intendiamoci, metà-melvins è già molto di più di quanto molte band del genere possono sperare di ambire, attaccano i mastodon ed all’inizio ho il sospetto che ci sia qualcosa che non va nei suoni, buttano cinque o sei pezzi degli ultimissimi dischi, nel frattempo salgono un po’ di giri per poi rivangare ordinatamente nel passato, con aqua dementiaol’e nessie, unica concessione a remissionmegalodon – sto evidentemente consultando setlist.fm – et cetera, chiudendo, dopo un paio di brani per ciascun disco e otto di once more round the sun, con l’inevitabile blood and thunder e lasciandomi in testa una serie di considerazioni che per comodità enuncerò in forma di elenco, ovvero 1) come ricordavo, non sanno cantare, 2) bill kelliher è probabilmente ancora il miglior growler del gruppo, ed infatti non canta quasi mai, 3) troy sanders fa delle pose molto buffe, deve essere una persona simpatica, come già si poteva intuire nella pubblicità della orange di qualche tempo fa ed in quasi tutti i video dei mastodon,

4) mi diverto di più durante i pezzi vecchi, 5) mi pare che il resto del pubblico si diverta di più durante i pezzi vecchi, 6) mi pare che anche i mastodon si divertano di più durante i pezzi vecchi,  7) sette anni dopo l’ultima volta sono notevolmente più professionali e puliti ed in un certo modo “patinati”, e non pensavo che avrei mai usato questa parola, soprattutto riferendomi a quattro bovari della georgia con la barba, 8) questa sicurezza apparente deriva senza dubbio dal fatto che sanno innegabilmente suonare, 9) quando decidono di accelerare è una pioggia di botte a gratis, come ai vecchi tempi, 10) i suoni che ad un certo punto diventavano una merda per poi tornare buoni erano colpa mia, dei mastodon, dei tecnici o del fabrique? 11) c’è un buon motivo per cui non hanno suonato crusher destroyermarch of the fire ants, workhorse, i am ahab iron tusk? perché io non lo conosco, anzi, forse sì, 12) anche se, cfr punto 1, non sanno cantare, alcuni cori vengono proprio bene, anche grazie ad un pubblico presente, coinvolto, ubriaco, 13) avete mai notato che sugli aerei non c’è la fila numero tredici? io sì, ma da poco, 14) otto pezzi su diciotto in circa novanta minuti di esibizione compaiono su once more round the sun: non mi interessa se questo sia corretto o meno per una band al settimo disco, ma forse rappresenta la cifra di ciò che sono i mastodon in questo momento, ovvero un gruppo in giro per il mondo per promuovere un disco. magari, se si avvererà la speranza/paraculata di brann dailor che a fine concerto annuncia che vuole tornare in italia, best audience ever, per un festival estivo – quale, onestamente? spiegacelo, brann -, le scalette saranno diverse e meno costrette su binari tracciati da logiche, appunto, promozionali. è persino inutile lamentarsene, anche per uno come me, perché in questo momento questo è lo status dei mastodon, e se durerà o meno è difficile a dirsi e dipenderà da loro e da noi e dagli altri, immagino, ma come – non se si parla in termini di cifre, d’accordo – i metallica del post-black album i mastodon ed una parte dei loro proseliti sono oggi una cosa trasversale, non più di mera pertinenza dell’heavy metal – figuriamoci dello sludge – e se i risultati sono quelli ascoltati al fabrique o su once more round the sun in fin dei conti l’amarezza di aver perso il gruppo dei primi due dischi viene stemperata, 15) probabilmente sarebbe una reazione adolescenziale, sciocca e controproducente, ma se fossi brann, brent o chiunque si occuperà di scrivere il nuovo disco partorirei un grosso vaffanculo tipo, tanto per fare un esempio, far beyond driven, attenzione: non death magnetic, 16) è probabile che questo purtroppo non avverrà.

concludo, estenuato, la mia fluida ed avvincente dissertazione con alcune foto del concerto scattate legalmente e professionalmente dalla sezione giornalistica di musicanoiosa, cioè non da me.

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morire sul palco, vivere per sempre

è di ieri la notizia della prematura, per quanto sarebbe utile circostanziare il termine “prematuro” usato in questi casi, scomparsa del cantante mango, seguita a distanza di ventiquattro ore da quella del fratello del cantante mango, a dimostrazione del fatto che con la familiarità per patologie cardiovascolari non si scherza e che la morte è una cosa seria. il cantante mango è morto sul palco, qualcuno con cattivo gusto in questi casi dice sempre “come avrebbe voluto”, ma immagino ci sia sul serio qualcosa di poetico e grande e significativo nel morire su un palco, come mark sandman, feiez, miriam makeba e berlusconi, e tutti questi tragici eventi sono avvenuti in italia, a dimostrazione che questo paese uccide e la dieta mediterranea non fa poi tanti miracoli. per una coincidenza fortuita la morte del cantante mango accade a dieci anni e qualche ora da un’altra prematura scomparsa su un palco, che in questo caso era quello di un locale di columbus, ohio, e visto il contesto socio-geografico l’uscita di scena è stata forse meno toccante ma più spettacolare, una sparatoria che ha lasciato cinque cadaveri tra cui quelli dell’omicida e di dimebag darrell, che all’epoca promuoveva un disco con i damageplan ma che era ed è ricordato per avere a grandi linee inventato un genere, o quantomeno un filone, e per essere stato uno dei pochi riferimenti dell’heavy metal tutto in un periodo, gli anni novanta, in cui era poco più che una barzelletta, ed ammetto di non conoscere la storia del cantante mango che effettivamente potrebbe avere rappresentato la stessa cosa per un certo cantautorato, quello dei video di notte su retequattro, ma la coincidenza mi ha in qualche modo colpito, e ricordato che la morte è una cosa seria. io non ho mai visto i pantera dal vivo, nel duemilauno avevo acquistato con mesi di anticipo il biglietto per la data al mazdapalace con gli slayer, in quello che sarebbe stato più o meno il mio supersweet sixteen, ma annullarono il tour a causa dell’undici settembre, e questo rimane lì nel passato, una cosa che non potrò più avere, ma dei pantera rimangono comunque tre o quattro dischi di cui conosco praticamente ogni singola nota, studiati molto più del greco al liceo ed anche per questo negli anni molto meno dimenticati del greco, quel genere di cose buone per ogni occasione, che almeno un paio di volte all’anno riascolti per una sorta di necessità o anche solo per opportunità, sdoganate anche nelle upper e nelle lower class musicali, ed è forse questo uno dei meriti dei pantera, insieme a molti altri. pare che dimebag darrell fosse anche quello che nei telegiornali definirebbero una “brava persona” e non in modo ipocrita, almeno a leggere le parole di dave grohol e molti altri, io non posso espormi a riguardo come non potrei farlo nei confronti del cantante mango, ma a differenza di quest’ultimo, dimebag darrell e quei tre o quattro dischi sono parte delle duecentonovantasei cose che in qualche modo mi hanno cambiato la vita, e di questo non posso che essere grato.

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due o tre cose quasi sul pezzo.

gli a place to bury strangers hanno fatto uscire un nuovo pezzo e la notizia è che fa “pi-pi-pi-pi-pi-pi-pippi-pippi”, la non notizia è fa anche un po’ “ssshhwwww”, “ffffggg” e “wiiiii”.

il disco uscirà a febbraio, e chissà se saremo ancora vivi.
la vera notizia è che vivo non lo è più nick talbot, che per comodità chiamaremo gravenhurst. trentasette anni deve essere un’età strana per morire.

per la soddisfazione della penna più autorevole di musicanoiosa, a febbraio, sempre tragedie permettendo, potremo ascoltare anche il nuovo disco dei torche, per il quale relapse – scopro ora che i torche sono su relapse, ma non si finisce mai di imparare – ha rilasciato questo utile trailer.

l’unico commento che mi sento in dovere di fare è che ne so quanto prima.

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Ci sono delle Peel sessions di Nick Drake (e mi sembra abbastanza)

Pochi giorni fa è uscito un libro su Nick Drake, che a quanto pare è molto bello, è questo qua. Sono ancora indeciso se acquistarlo o meno, visto che i libri fotografici/bibliografici sugli artisti mi lasciano spesso freddino. In allegato a questo volume però ci sono 5 pezzi fino ad ora inediti, appartenenti ad una sessione (che io sapevo perduta) dal venerabile John Peel risalente al ’69, periodo post “Five leaves left”.

Li ho comprati su Itunes 4 minuti dopo aver saputo della loro esistenza, per dire quanto ho vissuto con serenità la cosa. Però potete averne un assaggio anche voi

(a 2 minuti prende una stecca con la chitarra, ho sorriso)

Sulla mia ossessione per Nick Drake dovrei parlarne con uno psicologo più che in un post di un blog. Per dire, un giorno un amico mi ha chiesto quante volte avessi ascoltato Pink Moon nella mia vita. Tenendo conto che per anni l’ho ascoltato tutti i giorni prima di andare a dormire, e che come minimo l’ho ascoltato una volta a settimana da quando ho 17 anni, e spesso più volte in un giorno, vabbè moltissime volte. E mi piace sempre di più. Ed è ogni volta diverso.

Le sessions oggetto di questo articolo sono molto belle. Si ritrova un Drake simile a quello delle raccolte di Bootleg e di Home Recording, che a differenza di quasi tutte le operazioni di questo tipo di mia conoscenza meritano un ascolto. Anzi, sono dischi in cui si trovano delle perle rare ed eccezionali. Ce ne sono mille di raccolte, io vi direi di scaricarvele tutte (o qualcuna anche va bene). Anche perchè a volte si trovano, in mezzo a cover e robe così:

Quindi forse ne val la pena farsi lo sbattimento.

Che poi non è che c’è qualcuno che mi ascolta davvero lo so. Scusatemi.

 

 

 

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Federico mi dice di fare un articolo sul perchè mi piaccia Cat Stevens a.k.a. Yusuf Islam a.k.a Yusuf, e chi sono io per contraddirlo?

Oggi il general manager di questo fantastico blog (Pucci) ha postato su facebook che è andato a vedere il concerto di Yusuf, del quale farà una recensione però chiedete a lui dove e quando trovarla che non lo so (non è stata un’esperienza eccitantissima mi sa ma non vorrei anticipare troppo). Federico però si è alquanto stupito che gli chiedessi come fosse andata la serata,  motivo per il quale mi sono ritrovato a confessargli una mia passione per questo Cantautore Britannico (va che bravo, sto imparando a usare i modi idiomatici dei giornalisti bravi). Il perchè non si può però spiegare in due righe.

Cat Stevens è infatti il simbolo di una marea di robe che odio. Prima di tutto è uno dei cantautori preferiti di MIO PADRE, e ci ho messo un decennio a riscoprire i Beatles per questo motivo, figurati sto barbetta qua. Che poi canta, forse non a caso, di padri e figli, e nel farlo mi spara pure un pippone sui massimi sistemi, ma cos’è che vuoi ma CHEPPALLE, “I’m a sleepwalking cheetah with an heart full of napalm” altro che “just relax and take it easy”, TAKE IT EASY STOCAZZO, io “sono un ribelle, mamma!” e insomma per farla breve questo qua ai miei occhi era l’emblema della musica da matusa progressista buonista, musica buona per Fazio e quel tipo di pensiero lì con il quale ho una idiosincrasia da tempo immemore.

Pensiero contro il quale, a dir la verità, han già lottato molti movimenti giovanilisti senza molti contenuti, buoni nella sì fondamentale pars destruens, ma poi non così utili se, come spesso accade, mancanti di una pars costruens. Quindi è sì giusto mettere in dubbio tutto quello che ci viene proposto e insegnato, ma è altrettanto giusto che dopo un’analisi attenta uno possa apprezzare ciò che c’è di buono in quello che può sembrare cattivo a un primo sguardo.

E come si fa ad affrontare un’analisi che sia scevra da preconcetti? Ma semplice, da strafatti! Ed infatti questo è (al solito) il caso, perchè una volta son tornato a casa a tarda ora e guardavo qualche programma tipo golden hits o jukebox, insomma quei riempitivi tragici lì che fan vedere le hit anni ’70 ’80 tipo degli Abba e degli Earth Wind and Fire  sui canali locali. Sono molto fan di questi programmi perchè a volte si scoprono delle perle inaspettate, e così acquisire conoscenze utilizzabili per fare i fighi sui blog o al bar per farsi dire “no dai, almeno Phil Collins no”. E se ve lo stavate chiedendo no, non stavo cercando le anziane in topless delle hotline (RAGAZZE VOGLIOSE IN LINEA ORA) che parlano con telefonate palesemente (e per fortuna) finte, anche perchè lo scrivere su questo blog testimonia il mio possesso di una connessione a internet. A me proprio piace vedere i video pacco selezionati probabilmente da qualche dj in voga negli anni 80, e nell’occasione prima menzionata è capitata questa canzone:

Il pezzo è un filo troppo melodrammatico, ma bisogna anche ammettere che è scritto proprio bene. Ha un bel climax e  un bello sviluppo, e gli stacchi ritmici buttati qua e là tengono la tensione alta alleggerendo il pezzo; e poi mi piace come canta, con questo accento sporco un pò sincopato che indugia sulle consonanti e che sottolinea l’aspetto ritmico; insomma, alla fine Yusuf per me è Sì.

Memore di quell’esperienza mi imbatto nel suo primissimo lavoro, dal titolo Matthew and Son, che per me è un disco fighissimo.  Le canzoni sono di qualità, dico nell’aspetto artigianale della cosa, caratteristica che non manca mai in tutti i suoi lavori e di cui è maestro. In questo episodio c’è anche qualità negli arrangiamenti e un suonone caldo fantastico, tipico di quel periodo lì che adoro nel pop di tardo anni ’60 inizio ’70, coi violinazzi e sezione fiati, batterie stoppate, bassi con un sacco di attacco, voci con riverberi lunghi, rumorini di flautini e percussioncine (niente, in ogni articolo devo infilare almeno una parola di cui vergognarmi, scusate) che si buttano dentro qua e là a destra e a sinistra. Mi ricorda di sfuggita, senza però le armonie vocali, i migliori episodi dei Fleet Foxes e di tutta quell’ondata neofolk lì. No forse solo i Fleet Foxes.

E in più non c’è poi così tanta retorica come in altri casi. Prova ad andare da una ragazza a dirle: “Ciao cara, volevo dirti che ti amo quanto amo il mio cane, perchè tu potresti andar via, lui invece verrà sempre da me“. Lo si può anche affermare ma ci si deve aspettare, nella migliore delle ipotesi, di essere mandati a fare in culo. Per altro, cosa fa ridere che un gatto (Cat) ami un cane? (ah, pare anche che debba infilare in ogni articolo almeno una battuta orribile in tema animali)

Dentro il primo disco c’è anche “Here comes my baby”, che è diventato quasi un inno indie, e che toglie tutto il senso a questo articolo di pseudo-sdoganamento, considerazione che infatti metto alla fine e mica all’inizio, consapevole della truffa operata nei confronti del possibile lettore:

Inno Indie (combinazione di parole che non posso non notare sia assonante cone la marca pacco di elettronica INNO HIT) perchè è presente in un film di Wes Anderson in quel capolavoro pre-formalismi-gratuiti che è Rushmore, canzone presente addirittura nel trailer al minuto 1.10 (nella colonna sonora originale c’è anche the wind)

e di cui addirittura gli Yo la tengo han fatto una cover

Quindi niente, non arrivo a rivalutare robe di modernariato di massa per primo neanche stavolta.

Ho anche apprezzato la sua conversione e il seguente ritiro dalle scene, ma il fatto che io abbia una certa simpatia per chi abbracci la cultura islamica in genere non è certo cosa nuova per chi mi conosce, e non sto neppure qua a parlarne perchè a chi interessa lo sa già, e a chi non interessa non gli interessa appunto. Però era per dire che anche questo aspetto della sua vita mi ha portato a provare simpatia per questo artista.

Tutto questo è bastato per andare a vedere il concerto di ieri? Certo che no! Soprattutto per il costo non proprio lavoratore-con-contratti-atipici-friendly (MINIMO 50 euro, fino ad arrivare a 115 euro che in questo momento è quasi una settimana di mio stipendio, eddaje) (PER ALTRO TICKETONE TENETE IN CONSIDERAZIONE LA MIA CANDIDATURA COME ADDETTO AL CUSTOMER CARE CI TERREI MOLTO A LAVORARE DA VOI E SO CHE NON AVETE COLPA SUI PREZZI DEI BIGLIETTI)

Quindi niente sto bene anche così a riascoltare i dischi per i fatti miei a casa, così tanto per dire.

P.S. Federico a.k.a. il g.m. non ha pagato il biglietto ed ha visto il concerto per lavoro, quindi ha fatto bene ad andare, ci tenevo a sottolinearlo.

 

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