l’arte del riciclare e l’arte delle cose prive di senso.

a volte anche nel pazzo, pazzo, pazzo mondo della musica qualcuno decide di lanciarsi in creazioni completamente prive di senso, ed a differenza di quanto accade nel mondo reale, dove nessuna tra le poche persone rimaste la cui scatola cranica sia riempita non soltanto di aria e belle speranze immaginerebbe nemmeno lontanamente di proporre sul mercato, chessò, un rosario elettronico o di costruire un grattacielo alto centinaia di metri in mezzo al deserto, le cose palesemente prive di ogni raziocinio in quel pazzo, pazzo, pazzo contesto che è la musica risultano, quantomeno, interessanti, se non notevoli, ed anche qualora si risolvano in accozzaglie di suoni industriali inascoltabili ed urla bambinesche e lamenti di animali torturati e cose del genere trovano terreno fertile tra i fans di merzbow. tra cui me. nella fattispecie, purtroppo, pur rimanendo nell’ambito dei progetti musicali fuori dalla grazia di qualunque entità ultraterrena ma non di satana, non parliamo di suoni industriali inascoltabili ed urla bambinesche e lamenti di animali torturati, bensì di questo:


e lasciando perdere la copertina naturalmente incommensurabile, per comprendere la natura irrimediabilmente priva di logica di tutto questo vi invito ad analizzare i singoli componenti del progetto in questione.
1. the flaming lips: dopo embryonics, salutato dal mondo come un capolavoro e salutato da me con la mano da molto lontano visto che l’ho sentito solo a pezzi dato che non sono mai stato il fan numero uno dei suddetti, decidono di imbastire questo progetto con i seguenti:
2. stardeath and the white dwarves: compaesani dei precedenti di cui non sapevo l’esistenza, non essendo io il fan numero uno dei precedenti. a sentirli così, en passant, pare che ad oklahoma city ci sia un deposito nucleare sotterraneo, o che da burger king si possa ordinare l’lsd.
3. henry lawrence garfield, che deve essersi rotto il cazzo degli spoken words. come un po’ tutto il mondo. ciononostante lungi da me parlare male di henry rollins, che oltre ad essere qualcosa di molto vicino a gesù per tutto ciò che è venuto dopo i black flag – ovvero per il novantasette per cento della musica che ascolto -, dato il fisico che ha potrebbe menarmi in qualsiasi momento.
4. peaches, che oltre ad essere canadese e zoccola ci ha sostanzialmente regalato l’electroclash: dovremmo essergliene grati?
5. the dark side of the moon. al di là del reale valore dell’opera, se non conoscete the dark side of the moon e non avete come giustificazione l’essere stati su plutone negli ultimi quarant’anni vi consigliere di lasciare il mouse, alzarvi, allontanarvi lentamente dallo schermo e lasciare la vostra cameretta intrisa di sogni e di poster di bon jovi.


ora capirete che le premesse sono simili a quelle se vi dicessero che john malkovich, robert deniro e christian de sica nella parte di rossella o’hara stanno girando un remake di via col vento diretti da rob zombie, o che qualcuno ridipingesse la gioconda mettendole sulla faccia dei baffi. no, forse questo non era l’esempio più azzeccato. ho letto da qualche parte, e mi scuso se non ricordo dove, che è come se i pink floyd rifacessero questo disco con syd barrett: probabilmente sì, io mi limito a dire che immagino che sia una figata spaziale, ed uso il verbo “immaginare”dato che – ironicamente ad eccezione di time – non ho ancora avuto, in questo tourbillon di emozioni che è la vita da erasmus, il tempo per ascoltare un’altra singola nota. cosa che mi accingo a fare in questo momento, e se vi fossero rimasti dei neuroni vi inviterei a fare altrettanto.

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mi piace la musica di satana.
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