If I don’t get well soon I’m gonna eat myself into pig champion/tad teritory

Jay Reatard (1980 – 2010)

Quando l’ho saputo, sono andato subito a cercare il sito ufficiale, perché, anche se non lo conoscevo che da un annetto (ho passato il resto della mia vita a trombare, scusate, ma per fortuna ho smesso) e nonostante all’interno di questo blog sia l’unico con una licenza fasulla di “smanettone”, quel sito lì non l’avevo mai visitato.
Ieri è morto Jay Reatard, una piccola celebrità per chi ascolta il genere di musica di cui si parla in queste pagine, un signor nessuno per i più. Aveva 29 anni e da qualche giorno stava chiuso in casa, ammalato. Lo diceva lui stesso su Twitter, diceva di essersi rotto il cazzo di star male e che voleva uscire a sbronzarsi. Era un tipo normale, di poco più grande di me: voleva uscire e voleva suonare, Jay, voleva fare cose. Nella sua carriera ha collaborato sempre a più di un progetto contemporaneamente, ha aperto un’etichetta, ha scritto migliaia di note e di parole, si è esibito ovunque come camminando come un mulo: il ritratto di un normale musicista. Non mi aspetto che rimanga immortale, il suo nome scolpito nell’altare della musica, perché quel santuario non accetta persone normali, e anche per l’onda lunga nutro poche speranze: tu lo vedi suonare con una flying-V scordata, vestito in modo sciatto, con una voce poco pulita, e capisci immediatamente quanto quel suo modo di fare fosse equidistante dal cretino naif e dalla posa mattacchiona, ma questo la gente non lo capisce, cambia canale e guarda Carlo Pastore. Jay semplicemente scriveva belle canzoni e suonava tantissimo (Pitchfork sta mandando una caterva di video delle sue esibizioni: si prega di guardarle), cioè rientrava nella definizione di cantautore, prima che questo concetto venisse presidiato da una manica di stronzi citazionisti. Non che sia molto, ma nemmeno poco al giorno d’oggi.
Quando l’ho saputo ho spulciato la sua pagina di Twitter. Ad impressionarmi è stato uno degli ultimi aggiornamenti: l’ha scritto quattro giorni prima di morire ed è il titolo che ho scelto. Avevo pensato di rileggermi i suoi testi e trovare un senso profondo a questa faccenda della morte, magari riferendomi ad una delle sue canzoni: non ho trovato niente. Sì, Jay cantava “Death is calling, get in line”, ma suona inadeguato e deprimente, come un bicchiere di cristallo Boemia in mezzo ad un pogo, e Jay Reatard non era così: faceva pezzi veloci e asciutti, brevi come barzellette, incarnava una particolare ironia che è il maggiore lascito dell’America anni zero a tutta l’umanità. Prendete il tweet che ha scritto: è l’altra faccia della moneta emo che tutti gli spacciatori di musica ti danno come resto, è l’altro lato del trip cinico e incazzoso di questi tempi cupi.
Jay si prendeva poco sul serio (io dico per dimostrare umiltà, altri diranno perché era pazzo), ma in fondo sapeva che suonare era il suo compito e su questo genere di cose non puoi scherzare, perciò se prendete la sua musica e la rivoltate come una tasca, da lì cadrà sempre qualche spicciolo buono per una birra, magari anche di una sotto-marca ma perfetta per il momento, ché c’è un caldo torrido – il riscaldamento globale, si sa – e tu hai proprio voglia di quella.

Oddio, poi non sono neanche sicuro di averlo capito questo tweet e mi pare che ci sia pure un errore di battitura, ma l’ironia si vede, no? Bè, una cosa si vede di sicuro: la voglia di star bene ed uscire a bere e suonare, come un ragazzo normale che non se la mena e mai l’ha fatto. E questo non è molto, ma nemmeno poco al giorno d’oggi.




PS- il titolo linka al video di Watch me fall, dall’ultimo omonimo album uscito ad agosto.

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no, non ho detto noglia.
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