Tettonica a cubi

Dicevamo, il tempo. Mi chiedevi cos’è il tempo e io ti citavo sant’Agostino. Agostino di Ippona, padre della chiesa le cui ossa oggi son conservate in un tempietto di cui parla anche Dante Alighieri, una chiesa a Pavia (sai, la città dove studio). Sant’Agostino diceva una cosa che forse non la diceva lui, ma mi pareva di sì: diceva, il tempo è quell’elemento naturale che tutti comprendiamo, ma di cui nessuno sa dire alcunché.
Poi ci ho pensato lì per lì, in macchina, ci ho pensato su neanche troppo bene, infatti non sapevo fornirti degli esempi, che se non sbaglio il tempo può essere misurato soltanto con lo spazio. Prendi l’orologio, ad esempio. Lascia perdere il fatto che non so leggere le ore, solo un momento, ma posso dirlo anch’io in via teorica che l’orologio usa lo spazio ricorsivo del cerchio per rappresentare il procedere del tempo, giusto? Va bene, più semplicemente, per comprendere il tempo si usa lo spazio, secondo convenzioni prestabilite. Ci siamo?

Dicevamo, l’orologio. Per misurare il tempo puoi usare l’orologio: convenzione circolare per tempo lineare (non preoccuparti della geometria, prima o poi lo quadriamo questo cerchio). Oppure puoi usare calendari, tabelle (ricorsivi pure loro) anche se, poi, a infilare i numeri dentro ai giorni della settimana, dentro ai mesi dell’anno, dentro agli anni del sempre, si fa un gran casino e già qualcuno se n’era accorto qualche secolo fa.
Poi, puoi fare come vuoi. Come John Zorn, che prende il tempo e, per capirlo, lo fa a cubetti nello spazio. No, che io non l’ho capito, però questa è la sua convenzione, affari suoi, cubi nello spazio tridimensionale, e per un’ora e mezza li sposta secondo moti convettivi imperscrutabili dietro la montagnetta di follia che si costruisce nello scoccare dei secondi, un montestella di cubi di tempo accumulati e scartati. Cubi maneggiati con abilità di giocoliere, quindi lanciati in avanti sulla platea, uno qui, uno là, uno proprio sotto il suo sassofonetto di pirite, cubi e cubi a rimuginare su quale sia il piano generale, l’intelligenza, il motore immobile.
Perché il problema è che, come dicevano gli antichi, il tempo passato non ti sta dietro, bensì davanti, dove lo puoi vedere, dopo averlo vissuto. Per questo, alla fin fine, a furia di accatastare il tempo, non scorgi nulla oltre i cubi trascorsi seduto al buio di un teatro di Bologna, cubi tra te e John Zorn e la gionzornità. Standotene lì impalato, intuisci che dietro il muro ci sia questo famoso John Zorn (e più che da un sax, vieni a saperlo da una chitarra), ed è pure un privilegio, ma non capisci cosa stia dicendo, non trovi il bandolo della sintassi, figuriamoci il lessico. Quella fase arriva dopo, però, non temere: prima devi percepire il tempo in cubi, per quel che ci si mette dentro non sei ancora pronto.

Mi segui? Ora ripeti.

PS- il corto di Godard non l’hanno mica proiettato, bastardi!

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no, non ho detto noglia.
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Una risposta a Tettonica a cubi

  1. riccardone ha detto:

    GODARD SEI UN CODARD!

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