bec in blè.

riassuntino:

cathedral – the guessing game: tutto molto bene fino alla – mi pare – penultima traccia in cui si autocitano peggio che in un disco degli ac/dc, musicando, e non pensavo avrei mai usato questa parola, tutta la loro carriera, ché ci manca che lee dorrian iniziasse il pezzo dicendo “ho lasciato i napalm death perchè shane embury puzzava”.

flying lotus – cosmogramma: roba che va di moda e che piace anche a chi non è alla moda, come noi. pure meglio di los angeles.

hour of penance – paradogma: 666, blast beat, bambini morti, putrefazione. è da un po’ che non sbagliano seriamente un disco ed in un genero fondamentalmente stantio non è esattamente un’inezia.

mono – holy ground: NYC live with the wordless music orchestra: l’orchestra con loro è praticamente il cacio sui maccheroni. un po’ come i metallica in S&M. ah-ha.

the national – high violet: riescono a fare a grandi linee quello che fanno molti senza riuscire a farsi odiare da me come fanno quei molti. e lo fanno bene. lagrime.

rosetta – a determinism of morality: tra le pochissime nuove leve che rendono il post-core un genere che valga la pena seguire ancora.

65 days of static – we were exploding anyway: l’anno scorso li ho visti in un noto locale milanese e mi sono reso conto di non averli mai capiti. giunto con la placida paciosità di chi si aspetta di assistere ad un concerto di piùomenopostrock, vengo travolto da dei cocainomani che suonano per un pubblico di cocainomani – e qui si potrebbe discernere dell’avventore medio del magnolia del mercoledì sera, ma preferisco soprassedere. pensavo che the distant and mechanised glow of eastern europe dance parties fosse tutto sommato un episodio, mentre in realtà tracciava la via per questo nuovo: in sostanza i prodigy del post-rock, semplificando molto, ma nonostante la definizione piuttosto aberrante il disco è decisamente buono. ed in una canzone gorgheggia robert smith, il che mi pare del tutto irrilevante ma probabilmente porterà nuovi fan. che poi: che cazzo c’entra robert smith con queste cose?

celeste – morte(s) nee(s): tralasciando il fatto che questa cosa delle (s) è la più irritante della storia della musica dai tempi delle discussioni sull’identità sessuale di lady gaga: post-core meets black metal meets doom. a noi che preferiamo satana generalmente queste cose piacciono. e mi pare di poter dire che è migliore del precedente.

foals – total life forever: anche se preferiamo satana, ogni tanto può stuzzicarci la necessità di bere un mojito in spiaggia circondati da ragazze in bikini. nel caso, onde evitare di fare fuggire le succitate ascoltando i celeste, decisamente meglio loro.

god is an astronaut – age of the fifth sun: cfr le poche parole spese per i rosetta sostituendo la parola rock alla parola core.

melvins – the bride screamed murder: probabilmente outtakes di nude with boots o qualcosa del genere – molto più destrutturati e sinceramente non imprenscindibili, per quanto una singola nota partorita da telespalla bob valga l’intera discografia di qualunque altro gruppo. my generation pezzo-cazzeggio del mese.

misery index – heirs to thievery: si confermano sempre più i nuovi nasum vagamente più brutallini. sì, beh, i nasum erano i nasum.

pontiak – living: come sempre cazzutissimi, acidissimi, pienissimi, ruvidissimi.

the ocean – heliocentric: ho detto “no, grazie, basta” alla quarta traccia. complimenti per la svolta decisa in direzione opposta rispetto all’eterosessualità: non che i dischi precedenti fossero fondamentali, ma aeolian ci aveva fatto sorridere per un po’.

ufomammut – eve: si sentono meno gli electric wizard e forse qualcuno ci crederà quando dicono che non li ascoltano e non si ispirano nemmeno lontanamente a loro. si potrebbe anche dire che il loro migliore è stato due dischi ed un ep fa, ma ciò non toglie che restino uno dei cinque migliori gruppi che possa vantare la nostra disgraziata penisola.

minus the bear – omni: probabilmente hanno deciso che avevano voglia di scopare e si sono messi a scimmiottare i maroon 5.

hammock – chasing after shadows…living with the ghost: mogwai più ambient.

bison b.c. – dark ages: già il precedente ci aveva bagnato le mutande, con questo si confermano in sostanza il gruppo più cazzuto e sottovalutato dell’universo. accelerano il giusto e ci infilano un poco più di entombed, il che ovviamente ci induce a retrarre l’anulare ed il medio ed a iniziare a tirare testate ai più vicini oggetti in movimento. il bassista giappocinegro è uno dei miei eroi personali da quando li ho visti suonare a brescia – insieme ad intronaut e the ocean: inutile dire che i peggiori erano stati questi ultimi, probabilmente un presagio di ciò che sarebbe stato.

trans am – thing: krautsinthpostmathcorerockgiorgiomoroder. il genere di cosa in cui ti diverti a cercare le influenze intrinseche, oppure smetti di masturbarti e ti diverti e basta.

dead meadow – three kings: live e pezzi nuovi – buoni – accompagnati da DVD. ci trovate il motivo per cui i dead meadow sono tra il meglio che la nouvelle vague della scena acida dei seventies rimessa a lucido – o meglio, reinvestita di ancor più polvere, sudore e sporco – di questi ultimi tempi possa offrire.

white hills – s/t: vedi sopra con ancora più sudiciume, wah wah, fuzz, delay e feedback a pioggia, psichedelia, space ed altre parole e concetti a caso. in sostanza, un disco pazzesco.

karma to burn – appalachian incantation: tornano con, immaginiamo, il fine ultimo di convincerci una volta di più di come lo stoner sia il genere musicale più virile dell’universo. ed inevitabilmente ci riescono. in un paio di pezzi – uno, in realtà: two times, nel bonus cd. mentre nell’altro c’è il cantante degli year long disaster che tenta disperatamente di imitarlo – canta persino il signor garcia, che in tema di desertificazione messa su uno spartito rappresenta tuttora una discreta eminenza. ed è prodotto dal signor reeder che con il sopracitato ed un altro manipolo di illuminati alcuni dei quali ormai paciosi music-businessman condivide a grandi linee la paternità di tutto questo. noi ringraziamo e ci ributtiamo negli anni novanta come se li avessimo vissuti a pieno musicalmente parlando.

chrome hoof – crush depth: i veri renegades of funk.

band of horses – infinite arms: meglio del secondo, peggio del primo. continuano a fare quel genere di cose che probabilmente andrà a finire in qualche erede di O.C. ma che a noi stringe tanto il cuore e ci fa sentire innamorati della vita e delle giornate di sole e dei passerotti che cinguettano – non a caso la morte di marissa ha segnato la fine della nostra adolescenza ed il cominciamento di quest’epoca di kaly yuga -, almeno fino a quando la riproduzione casuale del nostro lettore mp3 non decide di farci riascoltare i brutal truth. ah, la primavera.

anathema – we’re here because we’re here: lasciando stare la già piuttosto inflazionata osservazione sulla tautologia del titolo, che mi farebbe tra le altre cose sentire in diritto di rispondere “perchè sì” a chi mi chiede per quale motivo sia un bel disco – ammesso che lo sia: ma sostanzialmente lo è – , dopo quasi nove anni rilasciano con immense difficoltà per finanziarsi il successore di quel gioiello di a natural disaster, il che può farci immaginare lontanamente in che razza di triste mondo malato viviamo. probabilmente non all’altezza del predecessore, che non aveva sostanziali cali: si parte in quarta, con i primi cinque pezzi da lagrime agli occhi ammesso che si sia disposti a dare credibilità alle solari parole d’amore e di speranza di un uomo che un tempo cantava restless oblivion, mentre la seconda parte cala piuttosto sensibilmente. ma direi che in questo triste mondo malato è anche lecito accontentarsi, se accontentarsi significa questo.

harvey milk – a small turn of human kindness: ecco, nel ben delimitato spazio temporale di questi trecentosessantacinque giorni, gli allievi hanno fatto meglio dei maestri, con particolare riferimento ai melvins.

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Informazioni su paranoise

mi piace la musica di satana.
Questa voce è stata pubblicata in cose lunghissime, dischi 2010 e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a bec in blè.

  1. Anonymous ha detto:

    mi permetto di ricordare che con i bison b.c. e i "suoniamo con la scenografia e le basi anche siamo a brescia davanti a 20 persone" the ocean, c'erano i burst, che se ben ti ricordi avevano spaccato decisamente i culi. e si sono sciolti anche, peccato per chi non c'era.condivido quasi tutto (i the national li spingo dal 94, nonostante si siano formati nel 99, così tanto per fare il fico), tranne i 65 cosi che mi fanno ufficialmente cacare.non che qualcuno sia interessato alla mia opinione, è che volevo scrivere per sentirmi meno solo.ah, son il samoano, è che non mi ricordo la password di gugol

  2. paranoise ha detto:

    hai ragione, erano i burst, grazie per avermi fatto fare brutta figura mentre tentavo di assumere un atteggiamento tronfio e pomposo.sì, erano stati notevoli, però boh, i bison b.c. mi avevano preso proprio bene.ciao, ti voglio bene.

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