Baciotti

Le scarpe non sono pulite, ma la camicia è fresca di bucato – l’ho presa a mio padre. Fiori di prato niente, le porto dei romanzi per l’estate. Perché alla fine di questa storia lei se ne va, come nelle canzoni di Edoardo Vianello, alla fine d’agosto. Ma qui e ora siamo a Milano il venticinque di luglio: la nebbia sta qui e ora, anche se non si vede, mentre lei domattina se ne parte per la spiaggia. Se solo ci fosse un pugno di sabbia all’Arena Civica, io ce la legherei. Doveva esserci la rena all’arena, un tempo, perché prima di trasformarsi in stadio, l’anfiteatro era stato progettato come campo di battaglie navali: ah, la naumachia. Ma questi aneddoti e questi calembour da cinque lire non li pronuncio: stasera la porto a sentire Mike Patton, mr. heterosexuality himself, mi devo contenere.

Due informazioni prima di cominciare.
Uno. Io Mike Patton, a sentirlo, da sempre lo immagino come un re Mida del cazzo: qualsiasi cosa tocchi diventa irrimediabilmente alfa-maschile e munito di clava. Tu fagli cantare quello che ti pare: lui lo tocca e bum! clava e pelo irsuto. Per poco non transformava Bjork – a qualunque specie umana o extraterrestre ella/essa appartenga – per poco Medulla non diventava un disco dei Fantomâs.
Due. Gli amici si beano di chiamarlo Michele Pattone. A Massa Pattone significa schiaffo. E se non sapete nulla di un cantante americano che ha fondato una casa discografica col nome di un emetico, vi basti questa glossa linguistica generale: Patton è schiaffi, molto ben assestati, che non bruciano ma ti scompigliano lo stomaco. (Manate: sempre qui si va a finire.)

Michele Ceffone entra per ultimo sul palco, mentre stringo la mia donna come un uomo d’altri tempi (provo a buttarla sulla tradizione, in mancanza di testosterone): naturalmente lui è più elegante di chiunque nella stanza che ha per tetto un cielo screziato di nuvole chimiche violacee, e lei lo vede. Camicia nera lucida, abito nero lucido, un fiore rosso nel taschino: un maledetto, antistorico, patetico dandy, però molto figo. Troppo figo: è un problema. Non puoi lottare contro i cantanti, non puoi remare contro corrente: o ti unisci a loro, o ti rassegni alle peggiori ipotesi di groupismo-a-lungo-represso della tua ragazza.

Ma cosa dico? Ventiquattr’ore prima ero sotto i tondini d’acciaio temprato del Carroponte a sgambettare verso una transenna, tenendo un trentatre giri in braccio, avvicinandomi agli Zu e all’immaginato ospite del backstage (per due giorni ho fatto calcoli non matematici talmente serrati da meritare un film diretto da Ron Howard): e infatti Michele c’era, Michele mi ha stretto la mano, gli ho detto di badare alla pronuncia, l’ho fatto ridere, mi sono bagnato.

Faccio finta di niente, anche se lei sa già tutto, faccio finta di essere un vero uomo da spot del dopo-barba (che non uso). Il sig. Ceffone prova a rubarmi la ragazza in due tempi: quando attacca Il cielo in una stanza, con tutto il suo repertorio di consonanti più sonore, più affricate, più vibranti del normale, roba da mandarti in sollucchero, e poi quando si finge canaglia buscagliona. Ragazzi, ci sarà da faticare per non perder la mia donna questa notte.
A metà della terza canzone non sono più a Milano: l’odore delle salviette umide di citronella mi trasporta in uno spazio indecifrabile fra il passato e il futuro. Sono in piazza Betti, Marina di Massa, fine d’agosto, ho cinquant’anni e sto stringendo mia moglie avvolgendole il petto con le braccia, mentre un’orchestra di musicisti locali appena disintossicati dal Vermentino, più il figlio del sindaco presunto metallaro e probabile tossico nascosto (questo sarebbe Enrico Gabrielli) accompagnano un gigione qualunque, forse un Jerry Calà, ma meno, forse un Franco Oppini o qualche altro personaggio tristanzuolo, eseguendo una selezione dei migliori brani degli anni cinquanta e sessanta. Oh, santo cielo, moglie mia, che belle parole, che bei ricordi, cominciamo a danzare, io con le braccia sospese come fossero due prosciutti agganciati al soffitto della nostra taverna umida, lei con le mani agganciate alla cintura, Bette-Davis-style, muoviamo i bacini, una parte del corpo che trent’anni fa ignoravamo di possedere, o almeno di poter muovere. Poi ad un tratto

il gigione si trasforma in bracciante africano, ripieno di Wild Turkey e ali di pollo, e grida. E siamo di nuovo all’Arena, ma ho più paura di prima, e questa volta non c’entra l’affermazione della mascolinità. Siamo regrediti alla mera sopravvivenza. Giuro, non sembrano gli anni sessanta girocolli e sigarette alla tivù di Gino Paoli, e nemmeno la retorica swing di un popolo liberato, pronto a disinibirsi e ad ascoltare storie. Il pezzo è il migliore del concerto, tanto per dire. Ma da qui in poi è tutta una discesa sulla ghiaia: la voce di Michele Ceffone ha già fatto tre volte il giro, la mia donna riusciva a ballare, o meglio scuotere la testa, anche sopra Urlo Negro, e non posso che constatare la sconfitta e augurarmi che in Calabria siano già occupati tutti gli alberghi.

Adesso posso soltanto concentrarmi sui confronti e altre questioni oziose: l’orchestra italiana Toscanini non è la Metropole orchestra, è più piccola, e questa, al momento, è l’unica differenza che so rilevare; Roy Paci non c’è, al suo posto un Gabrielli che suona tutto ciò che sia dotato di bocchino e tasti, più un vibrafono; tutti i musicisti sono italiani, ma hanno la faccia di chi ne ha capito moltissimo della vita, da tempo, e questo non può che farci onore. Solo il chitarrista sbaglia un attacco su Ore d’amore, e viene fulminato da un Ceffone implacabile. Per il resto, lo spettacolo è perfetto, quasi privo di avanspettacolo pattoniano: allora l’avanspettacolo lo fa il pubblico quando fischia il sindaco di Milano, che mi è anche venuto da ridere, ma a pensarci, i fischi li facevano pure a Bob Dylan, e non vorrei che l’ufficio stampa della Moratti usasse anche questo episodio a suo vantaggio. Quando Ceffone canta, e questo lo sa a memoria chiunque l’abbia visto esibirsi, quando Ceffone va a prendersi le note e tutti giù seduti a tacere, sul palco invita un alter-ego deficiente che interpreta “uno show”, con i megafoni o le facce malate del caso, tipo

e allora cosa gli vuoi dire? (cit.)
Gli dici che il disco a tratti ti lascia il senso di vuoto che certamente provano i miei genitori ascoltando Tutti i grandi successi di Mina, quell’ipotesi autocritica che ti porta a pensare di non averne azzeccata una negli anni di esilio dall’adolescenza. Ma io, che sono ancora lontano dall’essere adulto, quasi un pre-adolescente, mi sembra che non abbia nulla da rimpiangere che non sia già stato detto in qualche tragedia: io non c’ero, ai tempi delle paglie senza filtro (figuriamoci alle contestazioni), e non do diritto d’asilo alla nostalgia; allora faccio l’esteta, mi godo alcuni brani che suonano come se si fossero scritti da soli, uova nate senza gallina, come Deep down o Yeeeh!, materiali sensibili che non sembrano musica da orchestra, sembrano quello che sono, canzonacce della madonna, roba che andava anche in tivù, per il piacere dei malcontenti reazionari. Quando vedi e senti Ceffone che si appropria delle storie inventate da cantautori che rubavano le idee ad americani temprati dalla guerra mondiale che giocarono qui in Italia, quando vedi e senti il ciclo che si chiude, ti resta proprio niente in mano e forse hai anche voglia di fare lo stronzetto: mica è credibile Ceffone che canta Ma l’amore no, e pure Senza fine che ti fa venire solo in mente la Vanoni bipolare scoperta in via Solferino mentre mugugnava canzoni a bocca chiusa. Dunque? (domanda retorica che, sia chiaro, è il punto più disperato di questa critica)

Il concerto sta finendo e non distinguo più una canzone dall’altra, la vaga preoccupazione che la mia donna scavalchi il palco e si unisca a Ceffone è ormai solida certezza acquisita. Vattene, che tanto ora il mio amico Michele ti canta Lontano lontano, e tornerai strisciando da me, come è successo a Luigi Tenco con la felicità, mi pare. Sfogo la mia rabbia contro due fricchettoni che danzano senza sosta su ogni melodia come se fosse un tango. Parlo alla mia donna e ammonisco i ballerini, tutto ciò senza dire una parola, perché non mi piace esser ricordato come un guastafeste. Intanto Ceffone ha pianificato tutto: prima rubarmi la ragazza, poi destituire gli orchestrali e restare da solo a cantare a cappella e produrre altri suoni con la bocca, come quella volta che gli chiesero di interpretare le voci degli zombie di Io sono leggenda. Non accade nulla di tutto ciò, com’è naturale, per questo il mondo è un cane imperfetto. Lo stesso motivo per cui il disco di Mondo Cane è uno scaracchio di fronte allo spettacolo a cui sto assistendo: me ne accorgo in ritardo, mi alzo, mi avvicino ai primi posti e resto in piedi per il giubilo (come si giubila? boh). Sono contento, cioè contenuto, non mi sbilancio, non batto le mani fuori tempo, mi sento solo un poco più irsuto e più uomo, la mia donna con me fino all’ultimo. Michele Ceffone esce, fa il bis, giusto il tempo di una sigaretta, e saluta tutti.
Ciao Milano! Baciotti, dice, che da oggi è il mio saluto virile preferito.

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no, non ho detto noglia.
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