Artifici spontanei e birre gratis

Per quel che ne so io, il musicista elettronico fa due cose: campiona, cioè sceglie dei pezzi dalla sua vasta memoria fonografica; smanetta, cioè mescola i campioni secondo il suo gusto e li condisce di elementi artificiali.

La prima parte del processo creativo mi è fortunatamente preclusa: troppa invidia, la mia, per un repertorio di ricordi auditivi vasto quanto il mio ignorante senso di colpa, e troppa riservatezza, la sua, per mettersi creativamente a nudo. (Tutto il contrario del racconto sulla nascita delle canzoni che non solo molti musicisti rock amano propinare, ma che addirittura i “colleghi” vanno a chiedere con la mano tremante pronta sul CTRL-C/CTRL-V).
Il secondo pezzo, invece, lo possiamo vedere tutti quando ci rintaniamo nelle classiche bettole del noise elettronico: tutti i patiti di questo frastuono mellifluo lo sanno e in massa (venti persone, circa) affollano spogliatoi piastrellati di bianco e di blu nei sotterranei di fabbriche dismesse in zone industriali non più periferiche di un capoluogo lombardo.

tutto molto black metal

Di mio, in questi posti, non andrei. Il noise smanettaro non è il mio genere, in fondo, ma la ciurma è sufficientemente convincente, a questo giro: dicono che le birre costano poco. È vero, ma sono calde, e la sensazione di essere capitato nell’ennesima e percaritànulladimalecisonoabituato sagra della salamella (multicit.) mi è confermata dalla vista di un vinile, all’ingresso, se può chiamarsi ingresso il banchetto delle scuole medie dove deposito i miei soldi: il titolo dice Testicle Hazard. Bene.

Guardare un musicista elettronico suonare, dicevo, guardarlo attentamente, puntargli gli occhi addosso, sbuffargli sul ciuffo, è una pratica che scelgo di evitare, a differenza degli altri diciannove convenuti. Mi limito ad occhieggiare lo spettacolo di una palestra scolastica non addobbata per il concerto di fine anno, e a farlo da lontano. Ducktails e Dolphins into the future hanno un che di buono e di pessimo su cui mi soffermo in poche righe: il primo (complimenti per lo pseudonimo) coniuga il fastidio auricolare a uno spiccato senso della pop-song – una specie di rock noise senza band, senza bassista femmina, senza pop e senza song – che in realtà è liberalità di donarci strofe cantabili buttate lì, fra un delay e un fuzz, zappate sopra una Fender Jaguar piuttosto consunta, come se il tizio si fosse semplicemente rotto di spippolare con i tastini; il secondo, invece, comincia bene con una sinfonia modulare suonata un tastino di sintetizzatore alla volta, una specie di invito a viaggiare nello spazio con lui, ma solo dopo aver minuziosamente visitato tutte le benedette praterie del Midwest e ogni singolo laghetto degli Appalachi, che a un certo punto dici cheppalle, se sei me, o francobattiato, se sei Svariopinto (ciao Pete, scrivi ogni tanto).
Fine della recenzia: se volete cercare i dischi dei due yankee, fatelo, io me ne lavo le mani.

Il punto è che, a stargli giocoforza molto vicino, i musicisti electronoise ricordano o i bimbi che giocano con il Lego, o gli scimpanzé vittima di esperimenti eto-antropologici sul linguaggio. Li vedi schiacciar tasti senza sforzo, senza convenzioni di ditteggiatura: i loro gesti, che generano impasti sonori del tutto artificiali, sono quel che è di più vicino alla spontaneità nella storia della musica, secondi solo al bonghismo. Niente a che vedere con le assurde e teodicetiche apologie del tapping da bar sport (a chi non è mai capitato, del resto): qui non si incrociano flussi d’informazione ai muscoli delle mani, non si sta in piedi, non ci si congratula del bel gesto. Qui non si fa quasi un cazzo.
E stiamo parlano proprio del grado-zero. O meno-uno, a giudicare dall’umidità di questo posto.

Poi, se vogliamo, c’è un passo ulteriore: quel risvegliarsi della natura umana, il ridestarsi di un’attitudine melica, che noto in quei quattro gruppi elettronici che ascolto (Daft Punk, Massive Attack, Prodigy e figliolanze varie li escludo a priori, che il loro viaggio parte dal concetto di danza, musica per la). Se invece metto sul tavolo i Fuck Buttons, tutto il discorso precedente, intento a descrivere con somma tenerezza i musicisti elettronici come dei disadattati manuali in cura psichiatrica, deve sì partire dallo sperimentalismo della fine degli anni settanta, ma per concludersi coi pezzoni che si possono fare, con del talento e della voglia, perfino a partire dalle traversate pindaroceaniche che il genere stesso richiede, che gli attendenti e le loro aspettative psicotrope esigono. Quindi, la domanda «Com’è possibile che, pur nel campo dei piccoli numeri della musica indipendente, i Fuck Buttons, due ragazzini che si divertono a circuitare i GameBoy (cit.), abbiano ottenuto un simile successo?» ha una risposta che sto cercando di dare con troppe parole ed è in sintesi: i bimbi disagiati della scena noise sono spontanei e riposanti da guardare, e quando hanno qualcosa da dire, sono la noia che ammazza la noia, l’avanguardia che squatta Versailles.

A proposito di concerti elettronici, poi, mi è capitato, pochi giorni dopo l’Hundebiss aka lo spogliatoio, di avere un’occasione per confermare le mie impressioni precedenti: un tale di nome Enrico, che avrei conosciuto quella sera a ulteriore conferma della mia ignoranza in fatto di scena indie italiana, portava il suo progetto electro-solista, Death in Plains, in un qualche spazio fighino della Milano da bere (gratis). Ero lì ancora con uno della ciurma, che aveva osservazioni molto più ficcanti delle mie a proposito di somiglianze e rimandi intraculturali (parapiglia, quel giochino della bottiglia di tutti i giornalisti musicali al quale non prenderò mai parte), a godere dei visual (una ragazza mi assicura che si chiamano così i video proiettati alle spalle dell’artista), dei campioni, della voce processata e compressata, e ho proprio pensato “Fuck Buttons”: uno spettacolo fatto di gesti semplici e mosse oblique a seguire la musica (che, a pensarci, un musicista che balla sui propri pezzi, al di là dello sculettamento ammiccante, deve esserne proprio invaghito: è come l’headbanging calvo di Kerry King, un gesto autoerotico che va applaudito, e infatti i Fuck Buttons fanno headbanging sopra le loro macchinette, e infatti li applaudo), un concerto di cavalcate nei prati con piezoelettrici agli zoccoli e un piccolo laptop per aggiungere effetti insensati ai colpi e ai fruscii, cavalcate che a un certo punto si fermano su un poggio per guardare la strada che si è percorsa, e cantarne. E allora, in cima al poggio, ci sarà pure tempo per divertirsi, come quando negli anime qualcuno corre in salita per dieci chilometri e poi si stende e ride, cosa che non ho mai capito troppo bene. Ma ride.

(EDIT: questo video è stato cancellato per ottemperare a quella puttanata chiamata Cookie Law. Se vuoi fermare sta cazzata, firma la petizione nel link seguente: http://bloccailcookie.org/ )

(che a sentirla da sobrio, sembra un po’ “heroes”)

Forse non mi sono spiegato bene, ma è ora di segnalazioni.
1) Se siete a Milano, soprattutto se avete sedici anni da almeno un paio d’anni, vi consiglio di andare al Rocket (via Giovanni Pezzotti, 52 – Milano), questa sera alle 22.30, a sentire Death in Plains.
Altrimenti, 2) se preferite impastare il didò con il nervo uditivo, e a voi di “ammazzare la noia col come cavolo hai detto” non vi importa una sega, c’è questo gruppo FB per conoscere l’esatta ubicazione del Secret Place, che è recentemente cambiato, come testimonia il seguente carinissimo spot

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no, non ho detto noglia.
Questa voce è stata pubblicata in concerti con 20 persone, cose che non conosco, non così noiosa questa musica qua, rumorini belli, smanettoni. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Artifici spontanei e birre gratis

  1. il samoano ha detto:

    non sono tanto d'accordo su alcune cose, ma fa niente (ah, ed era una mustang, non una jaguar. sai ci tengo a queste cose)

  2. cratete ha detto:

    l'ultima volta che siam stati d'accordo su qualcosa c'era il terzo governo Giolitti. e poi jaguar, mustang… perché non esiste anche la Fender Panda?

  3. cratete ha detto:

    per il trollismo passare di qua

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