Nutri il capro espiatorio

Io di cose di computer che mescolano i pezzi non so niente. C’è gente invece che sì, e parecchio.

Una volta un amico mi passa questo disco e io dico, «Figata!»: sarà stato il duemilascemootto, sarà stato che portavo i baffi sbarazzini e non la barba, sarà stato che non avevo mai sentito un mashup, comunque per almeno cinque ascolti e dodici sbronze “Feed the Animals” mi era parsa una gran genialata.
Poi, avevo pensato, a me questa cosa di fare canzoni con pezzi di altre canzoni sembrava molto simile a una lezione di Filologia Classica. Ricordo che a un certo punto è venuta fuori la parola centone (seguite il link se non vi fidate della mia spiegazione sommaria). In sostanza, il centone era un genere di poemetti della tarda latinità e grecità (argomenti noiosi, finalmente) e si faceva così: si prendevano versi di Virgilio o di Omero, si attaccavano e correggevano fino a ricavarne un testo dotato di un senso compiuto estraneo, un mostro nuovo ma talmente familiare da far sorridere tutti i secchioni dell’Impero.
Pensavo, «Eccoci, secchioni dell’Impero», a sorridere per una We’re not gonna take it, una One, una Come On Eileen e così via fino a notte fonda, quando gli etili accendono il pilota automatico del cazzomefrega.

Capite benissimo che dietro questa operazione ci sono quintalate di discorsi sul diritto d’autore che potete immaginare e vi risparmio: un pippone basta e avanza, e io ho già giocato la mia carta. Ora, la carta simpatia. Un giorno l’internet mi passa questo video di Girl Talk.

Girl Talk, che in realtà si chiama Greg Gillis e ha l’aspetto di chi passa le giornate in pigiama, si mette lì a contare il tempo davanti a un notebook e prova a spiegarti il suo mestiere con il fare di chi non guarda mai in faccia il suo interlocutore. Greg Gillis, se uno non ci fosse arrivato attraverso l’ascolto, è un dannatissimo nerd. Esattamente per questo, quando ho letto che “All Day” era in rete, l’ho preso senza batter ciglio.

L’ho ascoltato, anche, e gasa: inizia con War Pigs, non mi serve altro. Però, i baffetti, il 2008 ma anche (perdìo) il disco in sé mi fanno preferire ancora il precedente lavoro. Lavoro, oddio, furto, che è pure meglio per noi giovani situazionisti della ribellione, e ora apro i tre rotolini di centesimi da spendere su questo argomento.

Girl Talk gioca col diritto d’autore, e qui ci siamo tutti, ma gioca anche con la pazienza degli snob, che si stancano dopo due minuti di Indovina(re) Chi? con la musica, se non si mette carne di prima scelta sul fuoco. Invece il nostro nerd sul fuoco cuoce le salamelle in offerta, ma – attenzione – il punto è che questa cosa mi va benissimo. Campionare classiconi sul limite dello sputtano è geniale:
primo, perché, fintantoché una conoscenza olistica sarà preclusa ai sani di mente, soltanto i colleghi di Girl Talk potranno individuare facilmente tutti i campioni, e questo è puro e semplice relativismo musicale applicato a gruppi sociali (i fan del rap, i mortaccini, gli spettatori di MTV dagli anni 80 a oggi, Nick Hornby e, appunto, i dj, tutti quanti a farsi le seghe in un angolo);
secondo, perché chiunque si ponga al ludibrio dei nasi raffinati della critica e dei coglioni-rotti, in nome di ideali quali la condivisione della musica in quanto cultura tout-court, oltre beccarsi il patentino donchisciottesco che non ci interessa, sceglie deliberatamente di porsi nel mezzo dell’interminabile e noiosa questione della decadenza di una cultura (ormai, ahinoi, poffarre, signoramìa) fatta di ritagli e riutilizzi sfacciati. Ecco, Girl Talk invece ci ha le palle di continuare a dire che facciamo cacare, anche quando ci sforziamo di convincerci/vi (con un blog, con un articolo, con un disco nuovo da ascoltare in macchina) che la barca non è ancora affondata. Girl Talk è sul sottomarino giallo e noi lo perculiamo. E sia, perché questo significa essere un eroe tragico. Un eroe tragico che, si sente, vuole divertirsi come un matto.
Ah, terzo, Girl Talk in inglese significa chiacchiere da ragazze, quelle scene molto cinematografiche sul ciclo, le dimensioni dei peni, un mondo in cui ci è vietato l’ingresso, e questo è il nome più nascostamente snob per definire la propria arte che mi venga in mente adesso.

Poi, anche i centoni si pubblicavano con il nome del compilatore, e pure nel quarto secolo ci voleva una faccia da culo così. Ma da qui a chiamare eroe Ausonio ce ne passa.

PS- se non avete capito niente, leggete kekko su Tangramate, che ha sempre ragione.

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Informazioni su pucci

no, non ho detto noglia.
Questa voce è stata pubblicata in anti crisi, non così noiosa questa musica qua e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Nutri il capro espiatorio

  1. Anonymous ha detto:

    ho un libro intero che parla di girl talk e del campionare, anche si fa cagare, sono dalla sua partebobby

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