Un prefisso che non tramonta mai

Il KoKo non puoi non vederlo, se cammini per Camden High Street alle sette e mezzo di un pomeriggio dicembrino, nonostante la sciarpa ti faccia appannare gli occhiali, nonostante gli alcolici per resistere al freddo becco. È un ex teatro, il KoKo, inaugurato esattamente 110 anni fa: era Santo Stefano, o Boxing Day come lo chiamano qui. Il Boxing Day è il tipico giorno post: non solo viene dopo Natale, ma celebra – non chiedetemi perché – la raccolta delle scatole dei regali avanzate dallo scartamento del giorno prima. Più post di così non so proprio. Il KoKo negli anni settanta è stato poi trasformato in figata: Bon Scott ha bevuto qui le sue ultime pinte di vodka, gruppetti e grupponi e signorine ci hanno detto la loro, e io una volta ci ho sentito i Neurosis.

I Neurosis, che non registrano un disco da tre anni, ma quelli usciti finora sono sufficienti per molto tempo ancora, intanto suonano nei progetti migliori di quella musica che mette post davanti a metal e core e ogni tanto si esibiscono per cinque-sei fortunate città nel mondo. I Neurosis – non ci credevo finché non li ho sentiti dal vivo – sono dei mostri.

I mostri li vedi sopra un largo telo steso dietro la band, e i mostri sono cani neri che si buttano nel fuoco, bambini spaventati, corna di cervo. I Neurosis per mostrare i cani, i bimbi, i cervi hanno un uomo in più, un po’ il George Martin della roba pesa, che però fa solo l’artista visuale: Josh Graham tre anni fa lo vidi in Brianza che proiettava passerotti rossi e manovre militari e vi posso assicurare che è un pazzo. Se non gira video malati, se non inventa la resa cinematografica di un intero album, prende un po’ di luce e dei fotogrammi e se la spassa sopra un telo.

Il telo sta sullo sfondo del palco, dietro la band che è piena di barbe e se ti concentri per un attimo lo spettacolo diventa la bizzarra rappresentazione della vita di un movimento, e in effetti lo sfondo del palco non sono che le quinte della scena.

La scena post ha molti maestri e pochi archetipi, per questo è difficile da delimitare entro netti confini: c’è il postmodernismo che insegna a fondere le numerose fonti, ma è come dire niente. Ci sono le chitarre grosse, e già cominciamo a capirci. Ma un giorno Steve Von Till e Scott Kelly (e molti altri, se è per questo) hanno deciso di posare le manopole e di suonare con le chitarre fricchettone e – sapete una cosa? – sono bravissimi anche così. Anzi, molta gente è qui solo per The Wake (io, ad esempio) e non riesco a biasimarla. Ma in questa serata di dicembre c’è solo un vago spazio per la musica popolare americana: il post è concepito per essere un nuovo linguaggio universale, contaminato, ma non nostalgico. I Neurosis, per capirci, si esibiscono davanti ai metallari, ma non suonano veramente per loro: l’esagerazione nella lunghezza dei brani, nella complessità non è mai narcisistica ma nevrotica, il volume assorda per sconvolgerti e non per nascondersi. E questo è un filone universale che comincia negli anni sessanta e viene chiamato Rock’n’Roll, e forse (come se ci fosse bisogno di farlo con vent’anni di ritardo) siamo arrivati a un vago punto fermo.

Fermi sono tutti quanti, nel pubblico, e gli inglesi si incazzano. Mi allontano per un po’ da un centro del mondo pieno di barbe dritte e salsicce, indispettito dall’assenza di fetori friggitorj (scopro così che i metallari inglesi si lavano). Incontro K., un grand’uomo che mi prende sotto un’ala di pollo e mi introduce ai segreti di una scena ancora un po’ sconosciuta: mi sento male. Non è che non lo capisca, è che non so niente e quando parla dei “fuckers” che non si agitano e non colgono il valore rivoluzionario di questa musica potente, quando dice che per questi “ominicchi” venire a un concerto è come leggersi una pagina di Wikipedia, io mi sento sacrosantissimamente chiamato in causa. I Neurosis non sono mai stati fra i miei gruppi preferiti, almeno fino a lunedì 6 dicembre – ma sto imparando: alla legittima domanda di K. che mi chiede perché sto prendendo appunti mi vien solo da rispondere che sono un giornalista, ed è subito poser e son subito un altro barbuto immobile che non ci arriva proprio al senso di questa faccenda. Continuiamo a parlare di gente immobile, ragazzi passivi in tutta Europa, parliamo degli astanti che non si svegliano, e ancora di più mi sento in colpa. Io sono immobile perché ho la schiena a pezzi, va bene, ma se non mi muovo a tempo e non mi muovo in sintonia, se non sono ancora un giornalista è soltanto colpa mia. E invece per una volta vengo invitato a giudicare prima gli altri, quel merdoso e indifferente e carnoso muro umano col quale mi viene vietato di identificarmi: allora forse sono già un giornalista. Dei Neurosis, però, so quasi nulla: due anni fa li persi a Senigallia perché il viaggio mi pareva folle, e non me ne rammaricai neanche. Non posso farci niente, respiro piano e mi sento parte del muro.

Il muro del suono è qualcosa contro cui si va a sbattere: non è lui che viene da te, ma il contrario. Io mi ci getto e quando incomincia l’ultimo pezzo (“Through Silver in Blood”) e Santo Stefano Von Till batte due tom piazzati a destra della batteria sono appena entrato in trance, in ritardo. Alla fine anche Scott Kelly va a fare casino, in culo agli Slipknot, e tutto è talmente perfetto che deve finire. E finisce, subito, senza bis, che non ce lo meritiamo. Il muro è anche quello che gli artisti costruiscono intorno a loro stessi per isolarsi dal mondo, quel famoso wall costruito mattone per mattone, nevrosi per nevrosi, e se c’è un gruppo che può parlare di nevrosi sono i Neurosis, e se c’è un gruppo che può assumersi il peso di Pink Floyd di questa generazione e mezzo sono i Neurosis. Certo, mancano le canzoni buone per le dediche alla radio, ma questo non vuol dire nulla. Oggi non dedichiamo nulla a nessuno, ed è già tanto che ci si dedichi a qualcosa, noi stessi, tipo un reportage.

E alla fine siamo lì, io K. e la mia ciurma, nel post di ogni cosa, i muri di carne e di suono, i ragazzi, i vecchi, i ragazzi vecchi. Sopra le nostre teste pende l’obbligo triste di tornare a casa, con lo spettro di una voglia di cambiare qualcosa, approfittare di tutto, camminare chilometri nel freddo per vedere cosa nasconde: per quella sera nelle mie scarpe la rivoluzione ha vinto. Scott Kelly – che tra quindici anni sarà uguale a Babbo Natale, quindi chi meglio di lui? – ci ha donato qualcosa che ancora dobbiamo meritare, forse oggi il Parlamento ci porterà il suo regalo in anticipo, ma questa volta la scatola, per piacere, buttiamola via.

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no, non ho detto noglia.
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