I dischi che ho ascoltato sono cinque

[La redazione si mette in fila e promette brevi recensioni su cinque dischi usciti nel 2010 e molto apprezzati da ciascuno di noi. Per me è facile: io di dischi ne ho ascoltati cinque – magari un po’ di più. Chi sono io, allora, per dirvi che questi cinque sono i migliori? Fanculo, io le odio le classifiche: ascoltate e basta.]
In ordine sparso.

MICAH P HINSON, and the Pioneer Saboteurs (Full Time Hobby)

A un certo punto nell’internet ho visto questa copertina qui e, siccome il bisogno primario di ogni venticinquenne etero resta quello di guardare delle gran tette, ho provato a sentire cosa queste protuberanze nascondessero. Dentro c’era un hipster texano, una mitologia del dixie da riscrivere e una voce che con quella faccia lì proprio non va d’accordo. A casa sua pare se lo caghino poco (pubblica dischi con un’etichetta britannica, pubblica un romanzo in Spagna), eppure c’è qualcosa che merita attenzione e una decina di ascolti a fila: i pezzoni. Questo disco ha dei gran pezzi che ti si attaccano come le parole che si portano dietro. Oh sweetness, lasciati dire che quando chiami una canzone con il suo verso iniziale ne hai già decretato l’efficacia. Mia dolcezza (Dolcezza iperuranica con la d maiuscola), dal vivo Micah non sa suonare bene, non riesce a raggiungere le note che vorrebbe, quelle registrate, e a noi dispiace molto, ma da quando in qua ci mettiamo a fare le pulci alla tecnica.
E allora, riposa le orecchie e ascolta bene uno che sta veramente dalla parte sbagliata di tutto: dell’Oceano Atlantico, delle canzonette, della country music (John Denver, perdiana), uno che dà del fascista a Obama, si confessa redneck e sputa in fazza a Nuova York e a tutte le mode. Così dice, almeno. Un quindicenne di trentanni, e anche questo va bene.

UOCHI TOKI, Cuore Amore Errore Disintegrazione (La Tempesta)

Dal vivo invece questi qui non sbagliano MAI. Poi, se riesci a infilare due album dell’anno a fila, secondo me sei già un grande eroe della musica contemporanea. E invece Napo e Rico hanno sempre quell’atteggiamento di chi sta ancora cercando le propria strada e i suoi bivi, un atteggiamento per nulla esibito ma portato con la naturalezza dei chicchi di riso nella barba. E se Libro Audio era il Canzoniere di Petrarca, questo disco che parla di amore cantando di altro si meriterebbe un paragone con la Commedia di Dante, perché è un viaggio in terre inesplorate con una saccoccia ripiena di dottrina e subconscio, ma sarebbe l’ennesimo confronto stupido che spiega più me che loro. Cuore Amore Errore Disintegrazione porta avanti, invece, un discorso profondo e finalmente appoggiato sul tavolino del dialogo anziché sul palcoscenico dell’arringa: chi/come/dove è io di fronte al resto del mondo, e viceversa? Musica e parole tanto profonde non si leggevano da mai, non espresse con la naturalezza di una recitazione che abolisce il flow e si regge sul ritmo interno e spontaneo del sandhi verbale. Non accompagnate da basi congegnate per un certo fastidio, quindi potenti come un campanaccio al posto della sveglia, e raffinate nella scelta secchiona e inflessibile dei campioni perfetti. E poi, diosanto, dentro questo disco c’è il pezzo d’amore del 2010.

BALMORHEA, Constellations (Western Vinyl)

Se una foresta avesse a disposizione una chitarra e un violino, quale musica suonerebbe? Se il vento potesse fischiare a tempo e la pioggia battere i tasti di un pianoforte, ti siederesti ad ascoltare su una collina? Eccetera.
Constellations non ha parole, ma significa ugualmente qualcosa di complesso e immaginifico. Puoi chiamarlo post-rock, ma non ci sono chitarre grezze: allora io lo chiamo bello, lo chiamo “colonna sonora del 2010”, prima che questa espressione finisca nel limbo in cui merita di stare, insieme a “colonna sonora dell’estate”, “possiamo rimanere amici”, “teniamoci in contatto”. E così via con le storie di casa che escono dalla porta e si fanno un passeggiata fra i boschi e diventano icone di un anno difficile. Icone attingibili come una chiacchierata e un abbraccio, ma pur sempre icone mute.
E poi se ho voglia di sentire delle parole, le chiedo in prestito a un amico.

VERME, un verme resta un verme vai verme vai  (twotwocats/toloselatrack)

Io questa musica chiamata hardcore non l’avevo mai calcolata più di tanto. Poi, un download gratuito, le voci girano, allora mi metto a sentire attratto dal buon nome di Jacopo Lietti e mi stupisco a scoprire aperture che mi ricordano – ebbene – i Pearl Jam. Ci siamo emozionati, abbiamo riso, abbiamo pianto, abbiamo riabituato le orecchie al macello, le caviglie ai salti, abbiamo ascoltato storie, racconti. Perché dentro questi due EP ci trovate una raccolta di romanzetti, il feuilleton di un inetto molto particolare, di quel tipo di inetti che imprecano contro la madonna per la propria condizione di verme, mentre si guardano da lontano come un cartografo guarda l’Emilia-Romagna dall’alto e decide arbitrariamente di farla assomigliare alla testa di un alce, per esempio. Dentro questi EP c’è la Milano che fa cagare e che ciononostante deve essere vissuta per poter campare. E in fondo, potremmo parlare per ore di un ossimoro, ma se l’orologio è rotto rischiamo di restare seduti per mezza giornata a consolarci come due coglioni, uno a destra, l’altro a sinistra, e non arriviamo mai a un punto. Che poi, importa una sega arrivare a un punto, quel che conta è il viaggio della penna sulla carta, della voce dalla gola al microfono, del plettro dalle proprie ascelle alla corda, della bacchetta dal soffitto al pavimento.

BLACK MOUNTAIN, Wilderness Heart (Jagjaguwar)

Molto semplicemente, un discone. Molto semplice una fava, poi, che fra sovraincisioni e aperture da lagrime calde questo album qua ci ha dato nuova confidenza nel potere salvifico del rock’n’roll. Quando parte la seconda strofa di Old fangs, la voce femminile ti rizza la pelle del collo, come fossi un gallo spennato. Quando attacca Roller coaster, senti il dio dei riff alzarsi dal letargo e calare dall’altipiano per prenderti a manate, e ci stai senza proteste. Quando una nuova tastierina alza la mano e dice “presente!”, percepisci il delirio di onnipotenza di quattro decenni di musica pesa – si sa che i quarantenni sono un po’ rincoglioniti ma molto simpatici. La misura di Wilderness Heart è la mancanza di senso della misura: lo apri e vedi chiaramente la sezione aurea ricalcata con un uniposca nero (disgregazione della forma-canzone, post-whatever) e dintorno una serie di ghirigori che rigenerano un quadro di insieme (resurrezione della canzone, whatever-folk-rock-etc.), un quadro di insieme che devi ascoltare da vicino e da lontano. Da cui la necessità di una decina di ascolti buoni, affinché non crediate che sia l’ennesimo pacco americano (che poi sono canadesi, ma ci siamo capiti).
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Informazioni su pucci

no, non ho detto noglia.
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Una risposta a I dischi che ho ascoltato sono cinque

  1. cratete ha detto:

    ma senti questa :)ne approfitto per linkare la traduzione di un pezzullo del romanzo di Micah fatta dal sempiterno Fabrizio Gabrielli.gasatela.

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