Recordi?

Era maggio, e già il mese è sbagliato.
Ero in motorino e dietro non c’era una ragazza, e pure questo è molto sbagliato.
Ma questa storia arriva dopo, cominciamo dal principio.

Ricordi, in fondo a via Italia a Monza è stato il mio spacciatore di musica per oltre dieci anni. Non che abbia cominciato così, chiaro. Come molti, ho raccolto le briciole dal banchetto del mio fratello maggiore. Solo che Jacopo si abbuffava di tutto, dai piatti di Bottura al peggio junk food. Prendeva in affitto i cd in un posto chiamato Premiere, una specie di videoteca che nei miei ricordi si è confusa massicciamente con l’RST video di Randal Graves. Quindi si piazzava in salotto e compilava cassettine con una cura certosina e il gusto musicale di uno schizofrenico. Spice Girls, Faith No More, Cypress Hill, Bush, e così via senza alcun senso. Ricordo i Pink Floyd, a carrettate, ascoltati alle 4 di mattina mentre finivo le tavole d’arte in terza media. E poi i Pearl Jam, forever and a day. Ma queste sono altre storie.

I primi due dischi in assoluto li ho comprati in quel negozio, nel 1998: erano Italyan, Rum Casusu Çikti e The Blues Brothers: Music from the Soundtrack. Dici, ma che dischi sono? Ma cosa c’entra la musica noiosa? Poi, dici, Ricordi che negozio è?

Che negozio era, me lo ricordo bene. I dischi al piano terra, divisi per generi, arbitrariamente e con tanta tenerezza. I tre metri di Hard & Heavy, ad esempio, sono stati per diversi anni l’exclave della mia cameretta. Spulciavo fra Iron Maiden e Slayer e finivo sempre per comprare Lauryn Hill e The Doors: l’alimentazione sregolata di mio fratello aveva avuto qualche conseguenza. Quando, nel 1999, uscì The Battle of Los Angeles ricordo che al ritorno a casa dissi a mamma che non avevo preso niente, perché temevo una qualche rappresaglia controrivoluzionaria. Poi lo infilai nello stereo Nokia tricromato che mi avevano regalato per la prima comunione, alzai molto il volume, ma non ricevetti alcuna reazione. Camera mia era perfettamente insonorizzata, buono a sapersi: potevo urlare tutte le parolacce di “Supergiovane”, poteva iniziare la stagione della musica di Satana.

Tre anni dopo trottavo a dieci chilometri l’ora verso Arcore, dietro di me il mio amico Attilio.
C’era un negozio, Metalmorphosis, in una di quelle tipiche piazze dell’hinterland monzese fatte di parcheggi per la sosta temporanea e alberi di tiglio. Mi era già capitato di andare in un negozio specializzato, a Milano, si chiamava Sound Cave: bastava scorrere i nomi dei gruppi per sfondare la quarta parete del metallismo e ritrovarsi nei campi beati del LOAL. Eppure, con un adeguato supporto (cioè Attilio che sentenziava «merda… merda… fico… pazzesco… brucialo…» mentre passava in rassegna i dischi che gli proponevo) oggi sono fiero di quella modesta ma decorosa discografia scandinava che mi saluta dallo scaffale con le sue copertine nere e i suoi font più o meno gotici. Oggi al posto di Sound Cave ci dev’essere un qualche show room, perché i vestiti non si possono (ancora) scaricare da internet. Pensare che di quei luoghi non sia rimasto che un ricordo mi mette tanta tristezza. Ma anche ripensare all’abbigliamento di pelle nera che sfoggiavo all’epoca non è proprio una passeggiata. Quindi, ritorno al motorino.

Parcheggio e mi introduco nel negozio. Ci siamo commissionati due biglietti per un concerto degli In-Flames, ma per adesso preferiamo ciondolare: Attilio sfoglia Metal Hammer o equivalenti, io mi nascondo fra i dischi Black Metal, questo “nuovo” genere che sto scoprendo con quindici anni di ritardo. Tiro fuori questa cosa qui

e, per una ragione che di certo non deve avere a che fare con l’estetica, mi piace da impazzire.
Volto la copertina verso Attilio, che fa le corna e approva. Perdìo, ci ho azzeccato – penso – forse comincio ad intendermene.

Dopo un altro paio d’anni, ho smesso di ascoltare Black Metal. Ho anche smesso di comprare dischi, che tanto c’era internet, c’erano i banchetti ai concerti, c’erano ancora un fottio di cd e cassette che avrei potuto sottrarre a mio fratello. Ho cominciato a frequentare Ricordi con sempre minore assiduità, una volta ogni due mesi, ma anche Ricordi ha smesso di frequentarmi: si è trasformata in Feltrinelli, ha segregato la musica al secondo piano, privilegiando quelle cose di carta con le parole stampate sopra. Ora i pochi dischi che tengono sono divisi per provenienza: Italia e Resto del Mondo. Anche i libri stanno per essere scalzati a loro volta dalle tazzine e dai pupazzini antistress. Non mi scandalizzo, anzi, penso che il ghetto rialzato dei cd li renda ancora più importanti, come le donne poppute in calzamaglia e gonnellone che ascoltavano la messa dal matroneo: potevi alzare gli occhi e intravedere il profilo inferiore delle poppe, e sognare e ringraziare gesucristonostrosignore di quel ben-di-suo-padre. Solo che fra gli esseri umani la poligamia non è più di moda, mentre fra i dischi è ancora la regola. Per fortuna.

Questo post celebra il Record Store Day 2011, che si festeggia questo sabato. Esci a comprare un disco, possibilmente registrato in un sordido sottoscala coreano da una banda di quattrocento trombettisti nichilisti, o altra roba noiosa. Tutto ciò parte dal signor Farabegoli, quello che dicono che copiamo con questo blog (magari). Qui trovi il resoconto di un’iniziativa partita da Vitaminic che assomiglia molto a quest’altra roba qua. Hop hop hop.

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no, non ho detto noglia.
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2 risposte a Recordi?

  1. paranoise ha detto:

    mi è venuto un po' da piangere.

  2. cratete ha detto:

    sighs sighs sighs\m/

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