nic endo, se mai leggerai queste righe, ti prego: sposami.

tra un mese avrò ventisei anni e probabilmente non ho più l’età per questo genere di cose.

ieri gli atari teenage riot hanno suonato in un palazzetto dello sport della periferia di milano, un posto a cui mancavano i festoni ed il punch ma non una varia rappresentanza di teenage dirtbags e ragazze vestite-per-farsi-scopare (cit.) per essere la sede perfetta per un prom del liceo – non esattamente il genere di luogo dove faresti suonare gli atari teenage riot, in effetti, che noncuranti di questo hanno raso al suolo tutti coloro che, come il sottoscritto, erano accorsi con una decina di anni di ritardo a vederli. ci potremmo lamentare del fatto che forse le scariche di cassa dritta che non hai esattamente idea del perché ma ti piacciono molto sarebbero state, appunto, più efficaci non dico in uno scantinato umido con venti palati fini ex-squatter senza denti di berlino est, ma quantomeno in un centro sociale, di cui milano vista la probabile elezione della kriptonite di red ronnie pisapia dovrebbe pullulare nel giro di alcune settimane, tra un campo rom e l’altro. almeno così si dice. non perché sia uno snob e debba sempre e comunque trovare il pelo nell’uovo in tutto, anche se effettivamente è così, quanto per una questione di contestualizzazione. l’evento era il season finale di TILT, che in sostanza sono alcuni ragazzi cresciuti a pane, bloody beetroots ed mdma che organizzano questo genere di cose, e si è sviluppato di conseguenza alla fine del set degli atr mentre io tentavo di trascinarmi stancamente fuori dopo aver collezionato lividi ed emorragie interne ed aver perso l’uso dell’orecchio destro: barbare streisand, palloncini, magliette colorate e minigonne. di per sé ciò che mi interessava aveva già avuto luogo e consisteva di gomitate nel costato, beat ossessivi, alec empire che strepita anthem anarcoidi da disagiato sociale, nic endo impegnata ad essere la donna più bella del mondo. carl crack è sotto terra da un po’ ed il suo sostituto, dal vivace nome di cx kidtronik o qualcosa del genere, mi ricorda uno dei black eyed peas, ma forse è perché tutta la gente di colore e gli orientali sono uguali, e peraltro andrebbero banditi dalla città di milano anche se il già citato pisapia la renderà, se dovesse vincere il ballottaggio, una babilonia meticcia senza arte nè parte piena di moschee, favelas e spacciatori di eroina, il che ci riporta un po’ alla berlino degli anni novanta, dove gli atari teenage riot crescono, proliferano e sobillano: il rischio di anacronismo, il cui odore sembrava essersi già levato in previsione dell’uscita di is this hyperreal? prevista per il prossimo giugno, è scongiurato, ed i tre riescono ad essere convincenti sia passando in rassegna le varie sick to death, destroy 2000 years of culture, start the riot et cetera, sia negli episodi che immagino andranno a comporre il futuro disco. che probabilmente quando verranno ascoltati con l’ausilio di un supporto ottico o digitale perderanno di credibilità, ma che ieri sera risultavano semplicemente le ennesime, dolorose bordate in faccia iperdistorte, iperrumorose ed ipernichiliste. sarà merito del tormentato periodo che stiamo vivendo? sarà merito del fatto che in fin dei conti i miei sedici anni non sono mai passati? sarà merito dell’alcol? non saprei. resta il fatto che, anche se suonano ad un ballo del liceo, gli atari teenage riot restano, vent’anni dopo e non più così teenage, una delle entità sonore più devastanti che abbia avuto la fortuna di esperire.
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mi piace la musica di satana.
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