this is a cave in, i said i’d stay.

una testata importante e seguita come musicanoiosa, a volte, deve sapersi prendere le sue responsabilità di trendsetter ed opinion leader per giovani lobotomizzati ed attraverso i suoi preparati, affabili, fantasmagorici redattori rendere note alcune verità insindacabili nonostante siano osteggiate dalla lobby nazi-giudeo-catto-massonica che controlla le vostre menti ormai da secoli e che rende la società corrotta e questo mondo quel luogo arido, triste e privo di speranze che è, verità che nella fattispecie oggi sono le seguenti:

1. la nutella è una merda.
2. forse dovrei vivere al mare.
3. i cave in, tutto sommato, non hanno mai sbagliato un disco.

la copertina peraltro mi piace molto. ne dovrei parlare con un paio di persone che conosco che si intendono di artwork. o almeno lo presumo, dato che usano la parola artwork.
nonostante sia del tutto pleonastico che io vi spieghi i motivi del punto 3, in un impeto di infinita loquacità butterò giù quattro righe a riguardo: i cave in nascono ormai sedici anni fa in qualche posto del massachusets, stato noto ai più per le università, gli aerosmith, i boston celtics ed altre cose che al momento non mi sovvengono. nonostante la pochezza dei prodotti tipici appena elencati, esistono anche alcune cose degne di nota provenienti dai dintorni di boston, come ad esempio la enfield tennis academy o una fiorente scena hardcore, metal, metalcore, tarantellacore. i nostri amici cave in, che forse prendono il nome dall’omonima canzone dei codeine o forse no, sono di questo magico e pazzo pazzo pazzo filone tra i capostipiti, tra i gruppi più influenti e tra gli opinion leader, un po’ come musicanoiosa per quanto riguarda il bacino di utenza della mia cameretta. nel millenovecentonovantotto esce until your earth stops e sono subito badilate sui denti per tutti, badilate che insieme ad altre badilate a nome converge, botch, dillinger escape plan, isis, sul finire dei tanto amati nineties tracciano la via per cascate di altre badilate negli anni a venire, declinando un nuovo modo di fare accacì, metal o quello che volete voi, ben prima che la pletora di emulatori, tra cui alcuni dei gruppi più seminali – non ce la faccio ad usare questa parola seriamente, scusate – che emulavano se stessi, ce lo facessero venire a noia. frattanto i cave in proseguivano per la loro strada lunga e dissestata, buttando fuori un jupiter da lagrime a profusione, un disco che è sintesi di quindici anni di musica passata e, per ora, di dieci anni di musica futura, quello che gente che ama riempirsi la bocca di paroloni definirebbe un calderone post-metal in cui alle sferragliate tipiche dell’hardcore si uniscono languide atmosfere à la radiohead. io nei cave in non ci ho mai sentito granché i radiohead, ma probabilmente è un problema mio. per molti la carriera dei cave in si chiude qui: subodorando un successo commerciale che non arriverà mai, firmano per RCA mollando hydrahead, una mossa che parrebbe spalancare loro le porte dorate del music-biz e che invece, come spesso accade, ha il solo risultato di far perdere loro buona parte dei fan della prima ora, attoniti di fronte allo scimmiottamento di certo alternative-rock contenuto in antenna, del duemilatre. il punto è che antenna è un bel disco: i primi cinque o sei pezzi sono tutti da applausi e l’unico problema è il nome “cave in” sulla copertina. di fatto il disco vende un totale di quindici copie nonostante tour europei con foo fighters e muse, loro si accorgono di avere fatto una cazzata – più ad entrare in RCA che a pubblicare antenna – e con l’estrema sincerità tipica di questi casi torna alle badilate con perfect pitch black, che la major butta nel secchio dell’umido mentre li fa cortesemente accomodare fuori. pubblicato infine da hydrahead, perfect pitch black è un’irritante, insensata, immotivata dichiarazione di resa, un ritorno a jupiter fuori tempo massimo, una mossa probabilmente sbagliata nel momento sbagliato: in mezzo a tutto questo, è anche un ottimo disco. per motivi a me oscuri la band si prende una pausa di tre anni in cui i membri si fanno sostanzialmente i cazzi loro con vari ed a tratti gustosi divertissement, zozobra ed old man gloom su tutti, fino all’annus domini duemilanove, in cui esce un ep di quattro pezzi che preannuncia grosso modo le coordinate di questo white silence, da poco tra noi: in realtà non le preannuncia nemmeno per il cazzo, perchè era difficile pronosticare che questo disco fosse una tale inenarrabile accozzaglia di cose a caso, effetti, urla, psichedelia quando ci vuole e martellate sulle gengive quando sono necessarie, ovvero quasi sempre, il tutto con una produzione da gruppo black metal norvegese dei primi anni novanta. e la cosa funziona, e funziona bene, ed i cave in ridefiniscono se stessi e quello che fanno un’altra volta ed in un mondo ostile ed avaro di soddisfazioni questo potrebbe valere un sorriso stampato in faccia per qualche giorno.
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Informazioni su paranoise

mi piace la musica di satana.
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4 risposte a this is a cave in, i said i’d stay.

  1. il samoano ha detto:

    una delle quindici copie di antenna ce l'ho io

  2. kekko ha detto:

    mi ha detto uno che perfect pitch black è una CIOFECA, me l'ha detto proprio col caps lock. sono d'accordo.

  3. paranoise ha detto:

    a me lo stesso tipo ha detto che poi inizia the world is in your way ed un sorrisone glielo strappa. ma poi quel tizio è un coglione.

  4. Pingback: cosa avete fatto nel duemilaundici? | musicanoiosa

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