Der Frühling (auch Lenz) – parte uno

a Benty, eroe mentore assente giustificato
a Gil Scott-Heron, rap-padre padrone metadone mancarone
 

Il vantaggio di arrivare tardi è che poi dei confronti non te ne importa niente, ci soffriresti e basta, a  far confronti. Questo Primavera Sound è stato il migliore? Il migliore dei Primavera o il migliore festival in assoluto? No, perché si sentiva questa voce, che a questo giro si sarebbe fatto il super-botto. Lo diceva anche Steve Albini, qualche giorno fa, su Radio Popolare.
Mi chiedo che senso abbia istituire confronti, innalzare classifiche, se non quel vago senso di immortalità che si appiccica in modo posticcio e precario alla propria esistenza passeggera, alla propria giovinezza declinante. Esser giovani, adolèscere, ha un participio passato: adulto. Questa premessa vuole ricordarmi che nelle prossime righe dovrò risparmiare gli gnègnè e i ve-l’avevo-detto. Perché non servono a niente, perché non mi regaleranno l’immortalità, perché questi cinque giorni non diventeranno comunque più belli di così.

Dicevo, sono stato al Primavera, inizialmente accreditato per musicanoiosa, accrediti a cui ho rinunziato non appena sono stato informato che i giornalisti si sarebbero dovuti levare dal sotto-palco – dove sotto-palco è una delicata metonimia per “cazzo” – appena dopo il terzo pezzo: e io che ero ansioso di riprendere e scattare col mio potente mezzo – qui nessuna metonimia, calmi – non potevo accettare l’indecente compromesso che pareva garantirmi solo un modesto pacchetto di odalische ricoperte di birra fresca (birra NON San Miguel). Qui segue un mezzo paragrafo sulle bellezze di Barcellona, detta anche Barna – come forse non vi ha detto nessuno, a parte sessantasette amici che ci sono stati, una guida Lonely Planet, un articolo su internet, un servizio di LineaBlu – e una serie di aneddoti gu-sto-sis-si-mi, ma l’estensore del presente post lascia a voi l’incombenza.

Il primo giorno era il secondo giorno, quindi parto dal primissimo giorno. Il primissimo giorno sono arrivato molto presto al Poble Espanyol: interessante la scelta del posto (effettivamente ha spaccato con l’ombra, ma lasciatemi l’ironia), anche noi dovremmo organizzare qualcosa all’Italia in miniatura.

fottuti hipster

Il primissimo giorno mi ricordo che a un certo punto ha suonato un gruppo che chicazzè? ma tutti stavano zitti, allora io li ho imitati. Poi mi sono ricordato anche di ascoltare ed erano i Comet Gain. Pare che sono in giro da ventanni , pare che sono famosi, pare che sono ignorante: loro, in compenso, paiono abbastanza bravi. Comunque meglio di Las Robertas, che per qualche merito sul campo – metonimia – suonano QUATTRO volte durante l’intero festivàle: boh. Poi arrivano Echo & The Bunnymen e l’ammortamento del biglietto comincia ad essere realtà. Certo, il concerto è stato un cadavere ambulante alla ricerca di cervello fresco, però, haidettocazzi, ho sentito i conigli mannari. Minzione speciale per la cover di Roadhouse Blues: un marchio di fabbrica della band, mi han detto. Bel marchio di fabbrica, complimenti.

Il secondo giorno è il primo per i più. La gente che lavora, anziché derubare ai bimbi ignoranti i soldini della merenda, arriva oggi: salutibaciabbracci. Prima di descrivere la scaletta dei concerti del giovedì, s’inizi la polemica che – non c’è bisogno di andare a controllare – sta già infiammando l’internet: il tarjetas-affaire. Spieghiamo bene per gli amici da casa: quest’anno gli organizzatori del Primavera hanno avuto la brillante idea di abbinare allo strettissimo braccialetto viola (grazie, sarà bellissimo conservarlo insieme ad altri cimeli camp) una carta dotata di QR code: questo pezzo di plastica – oltre ad essere ulteriore garanzia di sicurezza rispetto all’ingresso di tutti i cinici approfittatori, Syria esclusa – avrebbe dovuto funzionare come carta di credito ricaricabile via internet o in contanti direttamente al festival, per evitare il noioso ingombro di banconote e monete, questi muffiti simboli del passatismo. Bene, già il sito è stato inaccessibile per un paio d’ore, quelle che potevo spendere in ostello, come adesso, piuttosto che ascoltare Las Robertas di cui sopra, ma in ogni caso non è questo il punto. Ai banchi delle birre, i registratori di cassa elettronici con lettore ottico (ne esistono di poco costosi prodotti da esperti del campo) erano stati simpaticamente rimpiazzati da un set fichissimo di iPad-2. Ah, ma che belli, che fighi, che pochi: dopo il primo giorno a file ristrette, una volta trasferitici al Parc del Forum i quindici tavoletti comprati dagli organizzatori si sono rivelati insufficienti. Che strano, penserete anche voi, che ad un Festival decennale, che presenta insieme tanti grupponi, che del resto dispone di sette palchi, si presentino più di cinquecento persone, eh? Questi stupidi alcolisti, che si ostinano a bere birre o cochecole anziché morire disidratati, come possono interrompere la magia del progresso?
La risposta si trova facilmente in queste facce.

Finisce, come sempre, con un ritorno all’antiquato scambio di birra per soldi, come fanno solo i selvatici ormai, ma ora parliamo di musica. Si arriva un po’ tardi e ci è impedito di ascoltare Sufjan Stevens perché siamo dei poveretti che non hanno intenzione di lasciare due euro di deposito dopo averne spesi centosettanta, di fare coda, di prenotarsi in anticipo sul sito (che comunque non va, non va MAI). Le prime voci che udiamo sono quelle dei Cults: interessanti, se dovete limonare. Se dovete limonare con una mammoletta, in un brutto film per adolescenti con le turbe. Interessanti anche come sottopiatti, dicono. Cambiamo palco, sperando di trovare sollievo nel main stage (San Miguel), e invece ti troviamo un caleidoscopio di cazzatine e falsetti. Quest’anno, vedrete, si portano le piume: gli Of Montreal, a parte quest’indicazione di stile, pare non ci dicano nient’altro. Pensare che il primo festival della mia vita si era aperto in un modo tanto esaltante (e pur scemo) quanto inaspettato, e oggi mi toccano le baracconate glam del secolo decimonono, le vocine dei The Darkness, il funky di terza mano, i finti wrestler mollacciosi che non pagano il giusto tributo ad una recente scomparsa. 

vi ce lo tronco, vi ce

Alle ottemmezza ci leviamo di culo in una nube di paillettes: ci sarebbe Ducktails e il suo disco mi è anche piaciuto tanto che l’ho comprato in vinile, ma l’avevo anche già sentito all’Hundebiss, e allora seguo il consiglio di Pete (il signor Svariopinto che detiene il controllo del calendario qui a destra, anzi ringraziatelo tutti in quanto maggior contributore di musicanoiosa) e ci si porta all’ATP a sentire Seefeel: pian piano l’arena naturale si riempie di gente che in silenzio e lento dondolìo paga il tributo a quello che alla fine sarà il concerto sorpresa (per me) dell’intero festivàle. A una certa ci si sposta lontano lontano, nel palco negletto (Llevant) a sentire cosa è rimasto di Johnny Marcio: nonostante la paura degli zombie, il concerto dei P.I.L. è stato un gioiellino tirato fuori da un altro decennio e rispolverato. Certo, quando la voce ti abbandona, si dovrebbe avere il coraggio di non cantare le stesse cose, o non cantarle allo stesso modo. Ma in fondo ho sentito quella bellissima pallosa tirata di Albatross e smetto di lamentarmi qui.

prodotto interno lardo

A una certa torniamo indietro, si son fatte le undici e i Grinderman hanno cominciato a suonare. Nonostante i pregiudizi per Nick Cave e la sua immensa macchina dell’estrogeno, che prima o poi anche Saviano dovrebbe denunziare, il concerto è stato una discreta bomba: rock’n’roll sperimentale, nel senso “vediamo se questa roba qua funziona e, se funziona, facciamola a volumi altissimi”, messo in scena dal vivo intendo. Esperimenti sulla sopportazione di toni altissimi o bassissimi, e screpiti, e camicie aperte (eccola, la macchina dell’estrogeno che rovina i discorsi seri). Dopo un’ora e mezzo così a tiro molto alto, Nick saluta tutti consigliando di recarsi immediatamente a sentire i Suicide: come non detto, son già lì da un paio di giorni. Così, l’importanza di chiamarsi Nick, una folla spropositata si reca al teatro di cemento del palco Ray-Ban per ascoltare un pezzo di storia che esegue per intero il proprio primio LP: son cose, mi dico, vediamo quanto resistono. Non faccio in tempo a chiedermelo che non c’è già più nessuno intorno a me. Degli occhoni scoglionati mi suggeriscono che sarebbe meglio per me rinunziare a quest’immersione panica nella bruttezza consapevole e autocompiaciuta, se tengo cara la vita. Mi viene in mente quel pezzo di Nick Hornby da 31 canzoni in cui sostiene che i critici musicali sono un po’ stronzi perché, nella loro apatica vita di ascoltatori seriali, si emozionano per le scariche di violenza pura e anarchica come Frankie Teardrop, e poi vengono dall’ignaro lettore a suggerirgli simili dischi come fosse roba potabile e non veleno frizzantino. L’importanza di chiamarsi Nick, di nuovo. L’importanza di non essere la gente che se ne va, pure, sebbene per poco.

anche io, una botta
lui, no

Perché intanto è già cominciato il concerto di Caribou, e io sono proprio curiosissimo: i componenti del gruppo stanno tutti attaccati al centro del palco e dietro passano visual tondi di eccellente fattura. Si balla parecchio, si balla bene. Qualche anno fa ai festival si usava ballare con suoni saturi, compressi, lacerati. Oggi, no. Càpita e a volte anche a nostro vantaggio.

(EDIT: questo post conteneva un embed di SoundCloud, non più, a causa di quella cacata astrale chiamata Cookie Law. Se anche tu vuoi fermare sta follia, firma la petizione al seguente link: http://bloccailcookie.org )

Ormai son quasi le due. Stanno per cominciare i Flaming Lips e penso che il mio biglietto non sia stato ancora ammortizzato: intorno alle tre e mezza sarò finalmente soddisfatto della spesa ingente e potrò godermi il resto degli show. Wayne Mattacchioyn sale sul palco dieci minuti prima dell’inizio vero e proprio: ci avvisa che ci sarà bordello, che le strobo saranno fortissime, che lui in persona camminerà sopra di noi dentro una palla magica. Si avvera quasi tutto (poi, di strobo non se ne vedrà nemmanco una, ma vabbè, saranno le tipiche strizzatine d’occhio ai fan scafati, scafàn maledetti) e si avverano le migliori ipotesi sulla collaudatissima e ormai anzianotta bravura di questa band. Gente che si diverte sul palco, come si dice in questi casi, gente che ha a cuore l’empatia del pubblico e alterna in modo assolutamente equilibrato i pezzi di carattere più o meno psichedelico, canterino, tristanzuolo, allegro, dando vita a uno spettacolo con una sua storia.

Le baracconate si sprecano, ma qui, a differenza di quanto accade con gli Of Montreal, non senti l’insopprimibile desiderio di uccidere un membro qualsiasi della band; figurarsi di uccidere le Dorothy che ballano in sincrono con le proprie puppe strette nei costumi del Mago di Oz e, pure loro, ragazze che si divertono sul palco. C’è spazio veramente per tutto, pure per una specie di spottone all’iPhone (così Apple si salva in corner, dopo il tarjetas-affaire di cui sopra). C’è spazio per cantare a squarciagó. C’è tempo per andare a casa felici e prepararci al prossimo giorno

(continua…)


* Le foto sono state rubate qui (speriamo non ci sgamino), o prestate da tostoini.

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Informazioni su pucci

no, non ho detto noglia.
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2 risposte a Der Frühling (auch Lenz) – parte uno

  1. hanz ha detto:

    bellissimo post (e bel blog, non vi conoscevo: bravi)! condivido quasi tutto, soprattutto gli insulti agli improponibili Of Montreal e gli elogi a Grinderman (io però faccio parte della chiesa del predicatore Nicola Caverna già da anni), PIL e a quei pazzi dei Flaming Lips. ogni volta che Steve Drozd ringraziava il pubblico in falsetto schiattavo dal ridere. aspetto le prossime puntate.

  2. paranoise ha detto:

    scusa, come sono stati i bon jovi?

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