do you wanna diiiiieeeeee?!?!

devo aver avuto tredici o quattordici anni, più probabilmente quattordici, ed era estate, un momento imprecisato tra luglio ed agosto, avevo appena terminato la quarta ginnasio e l’ultimo giorno di scuola ero uscito prima per andare al gods of metal. fu il mio primo concerto ed i miei genitori erano molto preoccupati che quel genere di musica mi avrebbe portato a diventare un alcolista, un drogato o un adoratore di satana. tutte cose che si sono puntualmente realizzate, peraltro. vidi una serie di concerti di gruppi che con il senno di poi definirei “francamente rivedibili”, bevvi una birra nell’arco di dodici ore e la mia coscienza di tredicenne o quattordicenne, più probabilmente quattordicenne, la prese a grandi linee come la prima ubriacatura della mia vita – a quei tempi non esistevano ancora i ragazzini che si fanno di mdma a dodici anni, e questo è uno dei grandi rimpianti della mia infanzia. poi vidi gli iron maiden, era il tour di brave new world. il giorno dopo fu quello in cui suonarono i testament, gli slayer, gli slipknot ed altra gente che non ricordo, ma non ci andai perché di fatto conoscevo quei gruppi solo di fama. un vero peccato, soprattutto per il fatto che il pubblico tiro le bottiglie a tommy lee ed ai methods of mayhem e penso che mi sarei divertito molto, in quel frangente. tutto questo non ha nessuna rilevanza  rispetto al motivo per cui sto vomitando parole assemblate male in una biblioteca togliendo tempo prezioso alla mia tesi di laurea, ma a tutti piace che chi scrive inquadri storicamente i fatti narrati, non è così? no, probabilmente, e sono sempre stato un fan degli incipit ex-abrupto. vi ho già detto che ho fatto il liceo classico, suppongo. mi è servito per utilizzare queste parole. quella era l’estate di undici anni fa e ricordo che rimasi al mare da mia nonna per un periodo complessivo di due mesi, immagino annoiandomi molto, masturbandomi molto, ascoltando molto quella ventina di dischi che possedevo – ricordo nitidamente roots, white pony, life is peachy, qualche disco dei metallica, demanufacture e the best of the beast degli iron maiden. un giorno rubai trentamila lire a mia nonna e davvero non so perché lo feci, dato che essendo l’unico, viziatissimo nipote, se glieli avessi chiesti probabilmente me ne avrebbe dati il doppio e mi avrebbe cucinato le lasagne la sera stessa per farmi sentire amato, ma probabilmente ero affascinato dal brivido della delinquenza e della corruzione, e visto che ai tempi la mia street credibility non era effettivamente ai livelli di 50 cent quando spacciava a brooklyn – ed ora non è certamente migliorata, anzi – ritenni giusto prendermi la mia rivalsa sociale su qualcuno che non poteva difendersi: mia nonna. ed i gatti del giardino del vicino a cui tiravo i sassi nei pigri pomeriggi di agosto, ma questa è un’altra storia. con quelle trentamila lire frutto del crimine in tasca inforcai la bicicletta e mi diressi – ho appena notato che sto usando per lunghi tratti il passato remoto, che bizzarro artefatto linguistico – verso il locale centro commerciale. aveva una sezione discografica risibile, ma al mio cuore di tredicenne o quattordicenne, più probabilmente quattordicenne, sembrava un magico mondo di frutta candita per il solo fatto che sugli scaffali facevano bella mostra di sé un paio di dischi dei machine head o degli anthrax. tutta gente che avevo solo sentito nominare, naturalmente. vorrei essere tuttora così disincantato nei confronti della vita. in generale. ma forse lo sono. comprai kill’em all perchè era l’unico dei primi quattro dischi dei metallica che mi mancava ed i ragazzi più grandi di me di cui mi fidavo ciecamente – due o tre sociopatici del mio paese che ogni tanto incontravo in giro e che avevo conosciuto perchè mi avevano fermato perchè indossavo una maglietta degli iron maiden, ah! la fratellanza metallara. che bellezza. che aberrazione. – mi avevano detto che non potevo non averlo. visto che ai tempi i dischi costavano circa quindicimila lire, me ne potevo permettere un altro. la scelta ricadde su un disco di un gruppo che avevo solo sentito nominare su metal hammer ed altre riviste da disadattati. il disco era questo:

tornai a casa e lo misi nella playstation. la playstation era il mio stereo, ai tempi. la mia vita e quella di mia nonna cambiarono in un attimo. ad entrambi quell’istante tolse alcuni anni di vita, a mia nonna per lo spavento derivatole dall’urlo iniziale di angel of death, credo, a me per le conseguenze che ebbe sulla mia adolescenza, sulla mia giovinezza, sulla mia vita, sulla mia cervicale, sul mio rapporto con le donne, sul mio rapporto con la birra, sul mio rapporto con la morale cattolica, e su altre cose che ora non ricordo. ci ero arrivato con quattordici anni di ritardo ma ci ero arrivato.

venticinque anni fa la def jam pubblicava reign in blood.

e mi dispiace che questo articolo su un argomento così fondamentale per le vite di ognuno sia così malfatto e risibile quanto a contenuti e forma, ma spesso chi non è poeta è goffo ed impacciato quando parla di ciò che ama. ed io non sono dante nè ariosto, stasera al solito posto, la luna sembra strana, sarà che non ti vedo da una settimana, e quindi mi accorgo di quanto sono impacciato mentre scrivo queste miserabili righe. ma quando inizia post mortem io mi commuovo ancora.

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mi piace la musica di satana.
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