Le ragioni che no (2011 in forma di trombone, ovvero Ancora devo imparare, OH)

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Da quando Nick Hornby ha creato il suo personaggio di fastidioso e lamentoso catalogatore, protagonista di High Fidelity, la questione delle classifiche fatte in casa è calata sulle nostre povere teste suggestionabili come il pianoforte dei cartoni animati. Oltre a stilarle, quindi, qualcuno si prende addirittura la briga di spiegare perché abbia voluto stilarle, perché sia giusto leggerle, perché sia importante condividerle. Sbagliato. Non ci chiediamo mai, invece, perché qualcuno non voglia stilarle, perché sia sbagliato leggerle, perché sia dannoso condividerle. Proviamoci insieme, per modo di dire.

Partiamo con l’etimo: classifica contiene due radici, la prima del sostantivo classis (“flotta”, ma lasciamo da parte Aristotele Onassis, e contiamo “classe”) e la seconda del verbo facio, perciò significa letteralmente “la creazione di una classe”. Scrivere una classifica, quindi, prevede non soltanto la scelta del meglio all’interno di un gruppo, ma consiste proprio nella fase preliminare della creazione di un canone di classici (che viene poi dalla stessa radice). Come dire che chi ha messo Bon Iver in cima alle proprie classifiche un giorno se ne pentirà, di fronte al tribunale della storia. Perché una classifica, in buona sostanza, non è materiale personale, ma qualcosa che si proietta un po’ più lontano: viene scritta per proprio conto, sì, ma assegna un valore matematico ai propri gusti. E la matematica non è un’opinione*, dicono.
Quindi, la prima ragione che no è questa: benché si creda di stare da soli in bagno a menarselo, una classifica spalanca la finestra quando tutti i vicini sono affacciati a guardare.

Seguire un ordine sparso, togliere il podio, eliminare i voti in decimi/trentesimi/centodiecielodesimi sono bei trucchi, non c’è che dire, e io stesso li ho adottati un anno fa. Ma lavorare ai fianchi l’istituto della classifica, cercando di buttarla sul personale non elimina il problema di fondo, cioè che un elenco, benché disordinato come un cassetto di calzini, sia in realtà una vetrina su corso Buenos Aires. Se per un attimo ci dimentichiamo di essere punk, here comes la vergogna, l’imbarazzo e altri nobili sentimenti.
Quindi, la seconda ragione che no è praticamente uguale alla prima.

Alcuni adducono il grande motivo di base per cui si scrive di musica su internet: menarsela. Una classifica, dicono, è una maniera gentile per dire al mondo che ne capisci più di tutti gli altri. A parte l’obiezione per cui il vero snob dovrebbe infischiarsene, a parte la contro-obiezione per cui “no, ma in fondo si scrive per una cerchia ristretta che usa lo snobismo per definirsi all’esterno, ma non per distinguersi al suo interno”, a parte la contro-contro-obiezione definitiva per cui “bene, quindi stai dicendo alla tua cerchia ristretta che ne capisci più di tutti gli altri suoi componenti, preparati alle botte”, a parte tutto questo, l’ansia da prestazione-pretenziosa ha fatto finire in alcune classifiche quell’infame merda che è Space is only noise di Nicolas Jaar. Tutto questo, come dicevo sopra, verrà lavato nel sangue.
Quindi, la terza ragione che no è sempre la stessa.

In sostanza, siamo tutti un po’ troppo vecchi e grassi per recitare la parte dei bimbi(minkia). Non importa a nessuno dei nostri giudizi, nessuno ci ascolta (meglio, un giorno avremo modo di rinfacciarlo, ancora inascoltati). L’unica ragione valida per stilare una classifica è quella di destrutturarne il senso usando criteri di scelta e gruppi di riferimento assolutamente inventati: tipo “tre letti IKEA che si romperanno durante il primo timido tentativo di sesso di gruppo dell’anno”, “tre canti del gallo prima che Gesù Cristo venga tradito”, “tre ragioni per cui tre è un numero migliore di dieci per le classifiche”.

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“miglior nome di gruppo del ventesimo secolo”

Detto questo, passiamo alla mia classifica (non ordinata) dei dischi dell’anno.

DISCHI STRANIERI

J Mascis, Several Shades of Why
Ci sono le canzoni, ci sono gli assoli, ci sono gli acuti, ci sono le collaborazioni. All’inizio questo disco mi ha lasciato un po’ interdetto, ma poi ho capito. Ero io, come sempre, ad essere profondamente sbagliato.

Akron/Family, The Cosmic Birth and Fall of Shinju TNT
Per questo disco dovrei essere cacciato da questo blog, che peraltro gestisco io, quindi ricominciamo da capo. Questo disco spacca, entra in testa e non ne esce. Mi piace quando la gente che suona musica di granai e ragazze in salopette si cala gli acidi.

Kurt Vile, Smoke Ring for my Halo
Per questo disco vale quanto detto per J Mascis, solo senza gli acuti. Anzi, con una chitarra che pare avere le corde smollate, tutta frusciosa e bassissima. E poi ci sono le canzoni, che è sempre merce rara.

IN TERRITORIO NEUTRALE (perché credo che fuori dall’Italia il seguente disco sia stato un po’ ignorato, ahiloro)

Crash of Rhinos, Distal
In un anno in cui ho ascoltato un casino di HC/emo-core/punk, questo non c’entra una fava, in realtà. Ma poi, dopotutto, c’entra abbestia. Non citerò gli At The Drive In, questa volta, ma solo perché si sono riformati e poi mi vengono a picchiare: dico solo che è musica post, che fa venir voglia di agitarsi e abbracciarsi. Anche a me, che ho il culo di piombo, per dire.

DISCHI ITALIANI

Verdena, WOW
Come Pier, qui sotto, devo dire che questo disco qua mi ha un po’ sopraffatto. Ma davvero eran così bravi i Verdena? “Ora mi ascolto i dischi vecchi” è una cosa che mi sto dicendo da mesi, e poi invece me ne fotto, basta questo.

Bob Corn, The Watermelon Dream
Ma l’avete sentito questo album? Secondo me, no.

Gazebo Penguins, LEGNA
Tipo Crash of Rhinos, un disco accacì? Magari sì, ma a prescindere spacca. Ed è post, nel senso che proprio che è avanti, poeticamente parlando.

ROBA MAI SENTITA PRIMA E VARIAMENTE VARIA

Wugazi, Wugazi
Vabè, spacca dai.

Timber Timbre, Creep on creepin’ on
Non saprei definirlo. Avevo mai ascoltato una cosa così? Non credo. Ne voglio ancora? Sicuramente.

Bill Callahan, Apocalypse
Suona fico e sfigato, vecchio e nuovo, mi fa venir voglia di leggere i testi, anche se poi mi dimentico di farlo, mi fa venir voglia di chiudermi la testa in uno sportello per non aver mai considerato questo tizio con la voce da vecchio e la mente un po’ più avanti di noi tutti.

* mi arrogo la pretesa di essere stato il primo essere umano pensante ad aver usato l’adagio in un contesto che non meriti i pugni sul naso.

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no, non ho detto noglia.
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4 risposte a Le ragioni che no (2011 in forma di trombone, ovvero Ancora devo imparare, OH)

  1. paranoise ha detto:

    porca troia, ciccio.

  2. illcomfort ha detto:

    Fede….da te non me lo sarei mai aspettato, e google anal itics ci pene lizzerà per questa cosa. Linka i nomi dei tuoi fedeli autori quando li citi! porca troia, ciccio.

  3. Riccardo ha detto:

    LA MUSICA E’ UNA MERDA!

  4. Pingback: cosa avete fatto nel duemilaundici? | musicanoiosa

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