Dieci pezzi degli anni Novanta, ovvero Tanto alla fine vince Vasco

La grande menzogna che ha ferito la nostra generazione non è stata la strategia della tensione o una guerra combattuta per ideali sbagliati contro i nemici sbagliati. Nulla di tutto questo nella nostra distesa di vacche grasse. Quello che ci ha fatto sentire traditi per la prima volta è stato Batman Forever, con tutte le esagerate aspettative (hype before it was cool, tanto per far esplodere una macchina semantica) che ce lo fecero attendere nel 1995, a chiudere in anticipo un decennio che non potevamo ancora capire, nel piccolo delle nostre infanzie. Batman Forever, con la sua fiducia malriposta nel CGI e il suo sedicente cast stellare, la sua colonna sonora pompata, la faccia sfregiata di Seal, un bacio da una rosa punge, ecco cosa fa.

Il 2012 qui (Italia) è veramente il nuovo 1992, a quel che mi dicono i libri di storia (Wikipedia). Dato che il 1992 non l’ho mai vissuto, ho dovuto aspettare Val Kilmer per vedere i segnali inconfondibili di una crisi. Questo post non può aspettare Val Kilmer e va così, in ordine sparso.

Pearl Jam, Corduroy (da “Vitalogy”, 1994; qui nella versione di “Live on Two Legs”, 1998)
Ho patito tanto tanto per scegliere questo pezzo. Even Flow e Rearviewmirror sono sul podio, sportivamente indifferenti di fronte alla sconfitta che hanno appena subito nelle mie Olimpiadi personali, grazie all’ottimistica speranza che un’air-guitar possa salvare il mondo. La versione che preferisco di questa canzone può facilmente rientrare in questa classifica, perché stampata nel 1998 sopra un cd che casualmente è diventato il mio primo digipack mai posseduto, qualcosa che nella sua insulsa piccolezza mi dava un senso di prezioso al solo tatto. Qui dovrebbe seguire una qualunque narrazione grunge o una rielaborazione grunge della mia adolescenza non-grunge. Invece ci sarà una nozione che solo anglofoni, Google-translate, studenti di moda e fan dei Pearl Jam condividono: corduroy vuol dire velluto a coste.

Metallica, Enter Sandman (da “Metallica”, 1991)
Il primo disco era meglio, il secondo pure, il terzo anche, il quarto idem. Poi arrivano gli anni Novanta e ai Metallica pisciamo un po’ in testa, perché in quel delirio da forum che sono le classifichine (ops) si faceva finta di avere qualche anno in più e, signora mia, il THRASH negli anni Ottanta sì che era THRASH, ma a me i Megadeth non hanno mai detto un cazzo (forse perché non ne ho mai posseduto un disco). L’autotitolato disco, che in un mondo ancora scevro dalle rivalutazioni e dagli sdoganamenti si doveva disprezzare, inizia con un pezzone. Tamarro, sbagliato, peggiore, ma pezzone. E anni Novanta. Certo, se non dovessi fare il serio a tutti i costi avrei messo Whiskey in the Jarreau, come mi piace pronunziarlo, ma il mondo non è ancora pronto allo sdoganamento di “Garage Inc.”.

Blur, Song 2 (da “Blur”, 1997)
FIFA: Road To World Cup, ovvero l’introduzione di una genìa di tamarri, presso il cui confine antropologico mi trovavo allora, ad un mondo di videogiochi fino ad allora riservato agli sfigati, ai repressi, a quelli che a calcio non ci sapevano giocare e quindi dicevano di preferire il basket. Sbatti la capoccia come se fosse ROGHENROA d’annata, ma non lo è. Heavy metal è solo un modo di dire, a questo punto della storia, o è solo un incomprensibile verso britannico che deve ancora spiegarsi, a questo punto della mia vita. Tu continua a sbatacchiare la testa a casaccio, giovane padawan, un giorno imparerai che non tutte le frasi del mondo possono essere scritte con i tasti ASDW.

Rage Against The Machine, Sleep Now In The Fire (da “The Battle of Los Angeles”, 1999)
Il primo disco alternativo comprato con i miei risparmi è stato questo. Il disco, con il suo booklet pieno di buone cause e con la dicitura “tutti i suoni sono stati eseguiti con basso, chitarra, voce e batteria” mi dava l’illusione di poter tramare contro un potere che allora, per quel che ne sapevo, non mi aveva ancora fatto nessun torto (a parte Batman Forever). Il pezzo in sé, invece, dava l’illusione di poter ballare anche se non c’era un cazzo da stare allegri, che il ginnasio era appena cominciato e ancora non sapevi cosa viene dopo la Theta. Killing in the Name è il proverbiale elefante nella stanza o, come diceva George Carlin, lo stronzo che galleggia nel punch.

Sleep, Holy Mountain (da “Sleep’s Holy Mountain”, 1993)
La cosa più vicina ai Black Sabbath per la mia generazione. Una generazione, peraltro, con evidenti problemi di anagrafica: io nel 1993 avevo otto anni, col cazzo che ascoltavo questa roba. Ci ho messo altri sei anni per ascoltare i Black Sabbath e non ne sono più uscito. Poi, altri sei anni dopo (dodici anni di ritardo, very me) ho scoperto che il discorso interrotto non era mai finito, come i matti che si credono Napoleone e pretendono di parlare con il duca di Wellington nel cesso di casa. Tutto questo con o senza droga, a vostro piacimento.

Mogwai, Mogwai Fear Satan (da “Young Team”, 1997)
Qui dentro ci sono le due cose che preferisco dei Mogwai: 1) la capacità di trasformare un giro o un arpeggio minimo in un motivo cantabile, cioè in sostanza l’abilità illusionistica di far esplodere la cameretta di un qualsiasi chitarrista alle prime armi e catapultarla in un palco centrale sferzato dalla brezza barcellonese; 2) l’uso assolutamente esagerato di distorsioni e volumi altissimi per spezzare il soliloquio, cioè metaforicamente il diritto di parola per qualsiasi sfigato al mondo che si sia ritrovato a parlare con sé stesso nella cameretta di cui sopra. In questo pezzo ci sono le prime due tracce del disco riassunte in un ritmo silenzio-quiete-casino-quiete esausta-silenzio che soltanto le tragedie greche e le sinfonie di Beethoven hanno saputo suggerire. La terza cosa che amo di questo pezzo è il potere scaccia-figa, ma sarebbe meglio dire scaccia-tutti, che esercita su tutti quelli che dopo dieci minuti di canzone non stanno provando nemmeno una sensazione vaga di piacere determinata dai due elementi sopracitati. In sostanza, per quel che mi riguarda, un manifesto delicatissimo di quel che significa il qui presente blog.

Eels, Last Stop: This Town (da “Electro-shock Blues”, 1998)
Questa canzone è una porta spazio-temporale ad un’altra timeline della mia vita nella quale non ho smesso di ascoltare quello che pare si debba veramente chiamare “indie” e non ho messo su peso e ho fatto il collegamento tra Blur e Supergrass e l’altra parte dell’oceano Atlantico e ho acquisito uno sguardo più consapevole e competente su un certo sviluppo della musica popolare fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta. Ogni tanto ci guardo dentro e mi faccio schifo, ma mica per snobismo: perché con le mie idiosincrasie sarei stato un orribile stronzo pronto a metter su una pancia ironica solo dopo i trentacinque anni, dopo una tarda adolescenza fatta di false riscoperte ad uso e consumo del proprio circoletto sociale. Poi mi guardo da questa parte dello specchio carrolliano e penso che sia abbastanza figo avere una porta spazio-temporale à la Fringe (scommetto che la versione stronza di me dall’altra parte non ci arriverà mai): per questo devo ringraziare Mr. E che di queste robe fisiche matte se ne intende.

Nirvana, In Bloom (da “Nevermind”, 1991)
La sensazione di poter continuare a intonare le prime battute del ritornello, come un disco rotto (in culo), non la danno molti pezzi. E pace all’anima dell’hipster in me che non avrebbe mai voluto inserire quest’album nella sua classifica.

Nine Inch Nails, We’re in This Together (da “The Fragile”, 1999)
C’è stato un momento nella mia giovinezza in cui veramente ho creduto che imparando a suonare questo pezzo su un basso unplugged (nemmeno acustico) avrei saputo procurarmi l’amore di qualche fanciulla, il rispetto dei miei coetanei, la venerazione dei più giovani. E non è ancora finito. Sto parlando della perfetta rotondità del beat nella strofa, uno di quei perfetti intrecci di silenzio e batteria (in questo caso rullante allentato) che ti lasciano con una domanda inespressa nel cervello: dove l’ho già sentito? Fu John Bonham a impiantare nelle nostre fragili conoscenze questo trabocchetto (When the Levee Breaks), ma questo è un altro discorso. Il punto è che il ritornello di questo pezzo è tutto ciò che per un certo della mia vita potevo ammettere nella mia personale categoria di “strappamutande”. Stavo appena imparando, con sommo scorno di Aristotele, che le categorie non sono universali manco per niente.

Mayhem, Freezing Moon (da “De Mysteriis Dom Sathanas”, 1994)
Su questo disco ho passato alcuni dei momenti migliori e peggiori della mia adolescenza, nulla che importi realmente. Importano le minchiate, le chiese incenerite, le coltellate e Belzebù, già. Comunque, ogni volta che vedo la luna grigia, la mente torna a quella luna vista sopra il parco di Monza dal balcone di casa dei miei, sperando che la nebbia si alzi e poi maledicendola il mattino mentre andavo a scuola. Ma è poi tutto un mito, il black metal, la nebbia in Brianza, il Walpurgis e le facce impiastricciate: è tutto un racconto di come abbiamo vinto la guerra di Troia standocene a casa a leggere il bigino e fumare origano.

(ciao Franci)

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no, non ho detto noglia.
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5 risposte a Dieci pezzi degli anni Novanta, ovvero Tanto alla fine vince Vasco

  1. Pingback: Lista probabile dei dieci pezzi più belli usciti negli anni novanta. « -bastonate-

  2. thetarro ha detto:

    Grandissimo. Velluto a coste.

  3. Pingback: I dieci pezzi che più amavo e più mi vergognavo di amare negli anni ‘90 « -bastonate-

  4. Pingback: i migliori pezzi degli ani a novanta – una gag che va avanti da vent’anni e che non mi ha ancora stancato | musicanoiosa

  5. ilsamoano ha detto:

    io non so dove comunque avevo fatto un articolo in cui sdoganavo garage inc. Giuro che esiste.

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