Mach5 interview con Paolo “Kanz” Cantù

Qualche settimana fa sono stato in un noto circolo della “zona vimercatese” per assistere a quello che, per un vecchiettino come me, è stato un vero e proprio evento. La celebrazione dei 100 concerti dei KKK, band HC arcorese (ci starebbe il gioco di parole ma lo usarono anni fa quelli della techno e quindi non mi piace più) e dintorni, ha portato alla reunion di alcune band punk hardcore della passata decade, area nord di Milano. Tra questi sono saliti sul palco i mitici Mach5! Per chi non sapesse di chi sto parlando, i Mach5 sono stati per tutta la fine degli anni 90 inizio 2000 una delle realtà più importanti della scena hardcore di Milano e non solo. Non so in realtà se sto enfatizzando, all’epoca avevo 18 anni, forse meno, quindi gli ormoni auricolari pompavano mica male, ma ricordo che ogni loro concerto mi lasciava qualcosa di speciale, nonostante musicalmente al tempo fossi più vicino a sonorità sempre hardcore ma molto più melodiche. Ogni volta che li vedevo suonare tornavo a casa come se avessi partecipato a qualcosa di grosso, qualcosa di condiviso da molte persone. Mi piaceva quella scena, quel gruppo di amici, quelle persone che, ancora adesso, rivedo con piacere. Ripeto che stiamo parlando della fine degli anni ’90, pieno periodo liceo, e di gruppi che nascevano, suonavano e morivano ce ne erano molti. I Mach5 avevano qualcosa di più, mi sembravano i più adulti, i più schierati nonostante fossero i più tranquilli, quelli meno inclini agli eccessi, quelli che all’epoca calcavano i palchi più “importanti”. Avevamo la nostra fetta di America, west coast o east coast, sceglietela voi in base ai vostri gusti, proprio a Monza! Ho proposto a Paolo “Kanz” Cantù, voce e songwriter della band, di rispondere a qualche domanda, così che anche l’era 2.0 abbia testimonianza di cosa fossero i Mach5 e quei fantastici anni, quando Youtube non esisteva, il telefonino nemmeno, e per condividere dovevi chiedere il permesso alla mamma e telefonare a casa del tuo amico all’ora di cena per metterti d’accordo se prendere l’autobus o andare in 2 in motorino! Le domande avranno un tono medio e non troppo di nicchia, così che tutto il vastissimo e variegato pubblico di musica noiosa si piazzi le proprie coordinate sull’argomento. Paolo è inoltre una persona molto intelligente e versatile, con la quale si può davvero parlare di tutto, e così faremo!

Ultima nota prima di cominciare con le domande: mi vanto TANTISSIMO di aver assistito al loro primissimo concerto, Autodromo di Monza 1997, ore 15, concerto delle band studentesche, i Mach5 suonarono poco prima del mio gruppo dell’epoca, che si sciolse con la fine del liceo….loro erano invece solo all’inizio!

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Ciao Paolo, e grazie mille di aver accettato di rispondere a queste domande. Comincerei con la rituale presentazione “anagrafica” tua e della band.

I Mach5 furono una band attiva dal 1997 al 2002 circa con base tra Monza, Bergamo e Cremona; line-up dal classico stampo rock con due chitarre, basso, batteria, voce. Cinque, appunto.

Scegliemmo di cantare in italiano, seguendo il tracciato ben definito da altre importanti band hc punk italiane come i Sottopressione. Poi, certo, ci influenzò tutta la grandissima proposta hc e punk che da metà anni novanta si presentò sulle scene: gruppi che pubblicavano su Epitaph, Fat Wreck Chords, Nitro, Revelation, Victory, Burning Heart e, in Italia, su Vacation House, Green rec. e Riot Rec, per citare le etichette che ci sembravano più interessanti.

Da lì a riscoprire gli albori della scena USA, e subirne le influenze, il passo è stato breve. Ricordo ancora l’effetto che ebbi quando sentii per la prima volta un album degli Youth of today e non nascondo che sia nel cantato che nel modo in cui sta(va) sul palco, Ray Cappo è (stato) un modello. A differenza sua non ho mai preso alcuna deriva religiosa, se posso aggiungere.

Oggi siamo un piacevole ricordo per alcuni, un gruppo del passato per altri, e per quasi tutti non siamo nessuno. Credo sia un destino comune alla maggior parte delle band di ogni latitudine che non superano la dimensione locale; detto questo, credo possiamo felicitarci di quanto fatto, come debbano farlo tutti quelli che hanno dato un motivo a loro stessi e a tanti altri di stare insieme, spassarsela, cazzeggiare, mettere insieme una band, un’etichetta, una distro, una fanzine.

Non posso non provare affetto per band come Atomizer, Gambe di Burro, Ragadi, Happy day, Helein, andate nel dimenticatoio per la massa, ma vive in chi c‘era.

E per venire alla tua presentazione, per la quale verrai adeguatamente pagato 😉 , confesso questo: raccontare a chi ha conosciuto i Mach5 che il loro primo concerto – quello che tu citi – è stato aperto con una cover dei Millencolin sorprende tutti, me compreso!

Come è stato suonare di nuovo come Mach5 dopo tanti anni di stop? Quali emozioni ti ha suscitato? E’ stata più una celebrazione o ci hai visto/messo la profondità che vi caratterizzava all’epoca?

Alla chiamata dei KKK, un paio di mesi prima della data, rispondemmo subito in modo positivo; personalmente mi è sembrata un’ottima ragione per rifare quei pezzi, che andasse oltre al normale narcisismo, alla malinconia, o al legittimo affetto verso il nostro passato di band.

Qualche anno fa uscì una pubblicazione molto interessante, “97/07 – Dieci anni hardcore a Milano”: trovai la cosa un valido motivo per riproporci sul palco, così da rendere suono e materia la carta stampata e le foto. Purtroppo non tutti i miei ex sodali risposero con lo stesso entusiasmo e la proposta cadde.

Per usare le tue parole, direi che sì, è stata soprattutto una celebrazione, un omaggio alle cento candeline di tritolo dei KKK; questo non ha ridotto le emozioni provate, che sono state enormi, ma ci ha permesso di godere tutto, dalla sala prove la settimana prima del concerto fino alle foto di rito a concerto concluso, senza le aspettative che una volta ci avrebbero pesato. Anche per questo, grazie KKK.

Propria in quest’ottica: HC negli anni 90 era già un genere sfaccettato ma non così tanto come lo è ora. Forse dipende dalla commercializzazione di certe sonorità. C’è chi punta di più sull’impatto sonoro, chi sui contenuti, chi sulle coreografie durante i live, chi ci mischia la religione. Dando per scontato che non stiamo parlando di un genere ma di un’attitudine, una riflessione tua sull’argomento?

Domanda difficile, anche perché da molto non ci rifletto su e ho perso contatto con la realtà musicale; nonostante abbia ripreso da un anno circa a cantare in una band che richiama alcune sonorità hc e affini di inizio 2000, ci chiamiamo “Lefauci”, è da tempo che ho contatti perlopiù indiretti con quella che una volta ci permettevamo di chiamare “scena”, che è stata per me (e immagino per molti) la realtà di riferimento e di riflessione più viva e immediata; né ho idea di quanto avvenga all’estero.

Posto che sono d’accordo con te quando dici che stiamo parlando di qualcosa che travalica le divisioni di genere, credo che quello che indichiamo con “attitudine” nasca prima di un certo spontaneismo punk e vada anche oltre la rabbia hardcore che conosciamo, per situarsi nella dimensione della “necessità”: necessità di esserci, di comunicare, di sentirsi vivi. Necessità che per forza non possono essere vincolate o limitate a una scena, un genere, un abbigliamento, una rappresentazione, una prassi.

Non credo sia un caso che un’attitudine così intesa si trovi principalmente nei movimenti politici di base e nelle culture giovanili, di cui l’hardcore è una delle produzioni musicali.

Come vedi il ruolo della musica, e del songwriting in particolare, nel 2012? Ci si deve credere ancora?

Da quando sono tornato ad ascoltare campioni come Edda, Frank Turner, Chuck Ragan e simili, ho risvegliato un lato un po’ assopito della mia ricerca musicale, quella in cui le parole e i testi primeggiano, quella dei cantautori, di chi canta per raccontare. Mi piace ancora molto ascoltare delle storie, per cui, sì, ci credo.

Poi, che dire, sappiamo bene che la musica ha molteplici ruoli, non tutti nobili; ma di per sé la musica non esiste se non sono le persone a “comporla”. Per cui, potrei chiudere così: credo nella musica che viene dalla pancia, meno in quella costruita a tavolino per fini commerciali e che passa nelle radio e nelle tv mainstream di tutto il globo.

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Mi è particolarmente rimasta in mente la tua frase “Hardcore è comunicazione” e mi trovi personalmente d’accordo. Innegabile è anche il fatto che siamo in piena epoca di comunicazione selvaggia, nuove tecnologie hanno portato sotto gli occhi di tutti milioni di messaggi, alcuni positivi, altri meno. Sei del versante che si fida del buon senso delle persone o credi che forse tanta merda debba rimanere nascosta agli occhi della gente?

“Hardcore è comunicazione” è uno dei pilastri della mia attitudine, per riprendere una domanda precedente. Per un discorso più ampio sulla comunicazione, credo sia necessario affrontare almeno due delle dimensioni coinvolte: la prima, la dimensione del potere dei media, ovvero la in/capacità di rendere la comunicazione orizzontale/verticale connessa alla in/capacità dell’utente di comprendere la trama del messaggio e quello che vuole comunicare il creatore del messaggio stesso; la seconda, la questione di fiducia e affidabilità delle fonti.

Un esempio apparentemente banale sul primo punto: quanto è (stata) influente la cultura statunitense in Italia? Non lo è forse grazie a un sapiente uso della comunicazione via radio, tv e cinema (se possibile tralasciando in questa sede ogni aspetto politico delle relazioni ITA-USA)? Perché sono cresciuto ascoltando hc americano e non pop-rai algerino (che per fortuna ho scoperto comunque!!)?

Qualche anno fa mi trovavo nella valle scavata dalla Neretva verso Mostar, in Bosnia Erzegovina; tra case ancora distrutte, sembrava che qualche famiglia fosse tornata; dai pochi balconi, ma tutti sempre senza balaustre e ringhiere, paraboliche puntate a luoghi lontani. Una parte di me tremava all’idea che qualche ragazzo stesse guardando MTV e i suoi innumerevoli reality. Tremo tanto da farmi cadere la giacca quando invece penso a come gli orizzonti culturali e le aspettative delle persone di tutto il mondo si stiano sovrapponendo: una casetta con giardino, animali d’affetto, automobili, televisore. Non le desideri forse anche tu, lettore? E tu, lettrice?

Sulla seconda dimensione: è impensabile che ognuno di noi possa raccapezzarsi tra le migliaia di post e di messaggi che quotidianamente ci coinvolgono. Per cui, se ti riferisci alla ricerca di notizie, così da costruirsi una propria opinione, credo che affidarsi a fonti ritenute attendibili sia un passo intelligente, come intelligente è sforzarsi di capire quale sia la linea tenuta dalla “nostra” fonte. In mancanza di obiettività, questo è il punto base su cui soffermare l’analisi.

So che hai una libreria per ragazzi a Monza e che ti piace molto l’aspetto sociologico dell’insegnamento e dell’educazione dei più piccoli. Al di la di apprezzare particolarmente la nobiltà della tua professione e del tuo interesse, c’è qualche lettura per ragazzi che ti senti di consigliare ai non più giovani per l’attualità del messaggio contenuto?

Innanzitutto,lasciami dare un paio di consigli (anche se non richiesti da chi legge): ci sono libri per bambini e ragazzi talmente belli e delicati, che possono davvero essere strumenti utili e piacevoli per trattare con loro qualsiasi argomento; ovviamente perché trattano temi difficili con parole semplici, adatte a “orecchie acerbe”. I libri di Rodari, Lionni, d’Allancé, Voltz, ad esempio. Secondo, con figli, nipoti, etcetc, non siate bigotti; vi siete fatti i cannoni ogni giovedì al Dada di Villasanta, avete guidato sbronzi tutte le volte che avete fatto serata al Graziosa (ci andavate solo per quello), al Tridente, alla Locomotiva (ci andate ancora per rimorchiare?!? Ma dai!!), e ora siete impauriti a parlare di morte a vostro figlio?? Su, non siate ottusi con chi è nato una ventina d’anni dopo di voi.. Ammetto poi d’avere una passione per la narrativa per adolescenti, che parla di cambiamento, identità, coraggio, rapporti familiari.. non siamo a John Fante, ma quasi.. per cui ne cito solo un paio della lunga lista: “Il libro di tutte le cose” di Guus Kujier e “Mio nonno era un ciliegio” di Angela Nanetti.

“Punk hardcore, colonna sonora di un’idea, idea del dico no mi oppongo!”, frase storica e che credo tutti coloro che vi seguivano al tempo non dimenticheranno mai! Partiamo dal presupposto che la lista delle cose a cui opporsi sia tutt’ora più lunga di quelle da condividere (magari non è così). Quali sono le cose importanti oggi per una persona della tua età? Quali valori “nuovi” hai deciso di abbracciare crescendo?

Guarda, continuo a dire “no” a un sacco di roba, ma per non mettere troppo l’accento sul mio percorso personale, che potrebbe risultare interessante solo ai miei familiari, cerco di fare un quadro più ampio. Siamo cresciuti in una zona di mondo ricca e, per diverso tempo, capace di offrire possibilità. Di lavoro, di esperienza, di vita. Da qualche anno questo bel quadretto è andato in fumo, e in parte me ne rallegro, visto che l’iter era più o meno riassunto nel famoso motto “lavora-consuma-crepa”. Certo, avevamo un welfare state, dunque questi tre atti per molte persone venivano “alleggeriti” da ammortizzatori, sovvenzioni, agevolazioni, coperture mediche e sindacali, etc, ma a chi piace la libertà, chi è curioso, chi vuole progettare e formarsi, lavorare 40 anni per un salario, per la famiglia e per lo Stato, andare in pensione e crepare non è una prospettiva sempre appetibile.

Meglio poveri, ma più liberi, meglio meno consumi, meno spese, meno vincoli economici, meglio più relazioni orizzontali e vincoli sociali.

Anche questa è una questione di educazione, ma difficilmente una scuola prettamente statale porterà avanti valori e insegnamenti libertari, così come impossibile sarà trovare un’educazione etica che ragioni sui diritti di ogni essere vivente, umano e non umano, perché si andrebbe a smontare l’immenso meccanismo di sfruttamento e di individualismo che regge la società in cui viviamo (go vegan, please).

Anche voi Mach5, come gran parte delle band hardcore, avete subito numerosi cambi di formazione. Il fenomeno non cessa anche oggi. Sai darmi una spiegazione del perché? Dipende dal “peso emotivo” dei progetti? O è una semplice casualità?

Non è una casualità; credo dipenda dalla noia, dalla vanità, dalle aspettative, dalla percentuale di ormoni che hai nel sangue e dal peso che la passione ha in quello che fai.

Qualche tempo fa gli H2O, nota band hc newyorkese che sarà a Monza circa a fine mese, hanno inciso “Passion before fashion”, sunto encomiabile di quanto sta accadendo fuori e dentro la “scena” hc. Comprendo bene che se è la passione la tua benzina, può capitare che un giorno finisca, perché le delusioni sono come buchi nel serbatoio, che a un certo punto ti fanno fermare.

E poi c’è chi molla perché invecchia, chi perché vuole fare “il salto di qualità”, chi, come è stato in parte anche per me, perché non sopporta di comunicare solo a esseri umani maschi.

Qual è il vero motivo per il quale vi siete sciolti? Per vero motivo intendo quello che esce poi a freddo. Come vedresti i Mach5 oggi?

Appunto, i Mach5 si sono sciolti dopo che io decisi di andarmene; mi è dispiaciuto, ero davvero curioso di vedere i miei ex soci sul palco con qualcuno che non fossi io.. ma non è andata così, peccato. Avevo bisogno di cambiare linguaggi, avevo bisogno di cambiare frequentazioni, di cambiare io stesso. E mi rendevo conto che gli stimoli che cercavo non potevano arrivare da dentro il gruppo, o almeno non a sufficienza.

Oggi i Mach5 sarebbero delle teste impagliate sopra un camino; per fortuna ci siamo sciolti in fase ascendente e camminiamo ancora per strada sulle nostre gambe.

Alleggeriamo un po’ i toni se no non ci legge più nessuno: l’episodio più divertente durante i vostri concerti e il più brutto?

Non te lo dico per vantarmi, perché un’esperienza simile la può fare chiunque oggi e già tanti l’hanno provata. Il meglio e il peggio dei Mach5, dei loro rapporti, dei rapporti con l’etichetta, dei concerti, lo abbiamo provato in quei dieci giorni di tour nei Paesi Baschi, estate del 2000, credo. Da un concerto incredibilmente bello e affollato alla Semana Grande di Bilbao, a problemi tecnici che parevano irrisolvibili nello show a Guernica.

In Italia, il meglio è stato il concerto di spalla agli Ensign al Bulk nel 2002 (di cui ci sono registrazioni in YouTube) e il peggio (a parte la cover dei Millencolin.. J) un live allo SGA di Arese, dove mi sono proprio vergognato per il numero di errori che facemmo sul palco (eravamo in una fase di assestamento della line up, ma è una scusa fragile..).

Qual’era la band della scena monzese/milanese che apprezzavi di più all’epoca, musicalmente e quale umanamente? Stessa domanda 10 anni dopo….

Tutta la vita Sottopressione. Umanamente stavo come a casa con i PHP.

Oggi non frequento i concerti così da dentro, per cui non saprei. E mi si dice che oggi di scena monzese o milanese è meglio non parlare, sennò vieni deriso come pazzo o peggio.

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Torniamo alla serata di sabato e alla vostra reunion. Ti aspettavi così tanto affetto e partecipazione?

Posso dire che me ne aspettavo di più?

Ovviamente questo non mi fa perdere di vista le persone che ci hanno portato il loro affetto, i ricordi, il tempo passato da condividere. A loro bacio ancora i piedi.

Quale è stato il pezzo che avete suonato che ti ha emozionato di più?

Ho adorato alcuni pezzi dei Mach5, per mia fortuna.

“Indifferenti” e “Piccoli segni” sono pezzi da brivido, che mi danno un piacere fisico reale quando le canto. Questo dipende anche dal fatto che reputo questi due testi tra i più significativi che io abbia mai scritto. Per questo, invito a leggere i testi del mio attuale gruppo, “Lefauci”.

Chiuderei con la banalità con la quale ho iniziato chiedendoti se vuoi salutare/ringraziare qualcuno. Ti chiedo anche di suggerirmi un pezzo da linkare qui sotto e se vuoi dirci due parole a descrizione. Io intanto ti ringrazio davvero di cuore per la disponibilità!!! Bella Kanz, pugno vs pugno!

In questo momento desidero ringraziare solo te per la possibilità che hai dato alla mia memoria e al mio narcisismo di intervenire come se davvero ne avessi i requisiti necessari.

Ti linko un pezzo del live del 2002 al Bulk, che citavo sopra. E’ quello che eravamo: energia e passione. Ci vediamo!

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Una risposta a Mach5 interview con Paolo “Kanz” Cantù

  1. l4valanche ha detto:

    Grande Paolo,grandissimi Mach5! attuali vicende politiche mi hanno subito riportato all’inizio del testo di Appartenenza,parafrasandolo un po’,ma spero i lettori gradiranno…
    il video postato è ineccepibilmente il miglior concerto cui ho assistito e dove mi sono ferito assai.posso confermare che i Mach5 sono stati il punto di riferimento per band come la mia che si sono avvicinate all’hardcorea cavallo del 2000.
    Genova vi aspetta!

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