Chi è stronzo, ora? (una casino di battute sul file-sharing che uccide)

Quello che segue non costituisce necessariamente la posizione di musicanoiosa sull’argomento che sta per essere affrontato. In genere la redazione di musicanoiosa è d’accordo su tutto, ma fa finta del contrario. Comunque sia, se dovete prendervela con qualcuno, prendetevela con me e non dite brutte parole di musicanoiosa, che già riceviamo parecchie visite dal mondo delle parafilie. Grazie.


In principio erano i Metallica e i loro fan.  In realtà, pure prima. In principio erano un fottio di gruppi della madonna, mediocri, merdosi. E i loro fan, e i fan di altre band. Ok, in principio era il rock (ma non tipo “IN PRINCIPUIO UERA IL RUOCK”, ci siamo intesi?). Tutto questo mucchio di gente sudata generò il brodo primordiale degli ascolti condivisi (ho sentito da un amico, un amico mi ha prestato un disco, oggi suono la canzone di un mio amico, etc.). Da questo brodo un giorno si erse il peer-to-peer (o p2p) e le cose andarono a puttane.

Poi capita che Emily White, una blogger di NPR, scriva una bellissima riflessione su cosa significa essere-ascoltatori-negli-anni Zero/Dieci, cioè semplicemente fregarsene del supporto fisico: “sono disposta a pagare la convenienza, non la vostra roba”, dice Emily. Penso che sia commovente come arrivi al punto mescolando idealismo e una sagacissima analisi della realtà: “non. vogliamo. la. vostra. roba”. Certo, qualcuno là fuori è convinto che la trasformazione dei musicisti in piazzisti non sia un segno dell’arrivo di Satana su questa Terra – NON ASCOLTATELI! Sono essi stessi piccoli aiutanti di Satana. Un musicista non vende dischi, non vende magliette: un musicista, correggetemi se sbaglio, per definizione suona, compone, esegue, talora si droga. Che debba campare della sua professione questo è più che giusto, auspicabile: qualcuno non ne avrà le capacità e si ritirerà a vendere scarpe; qualcun altro non verrà compreso e troverà qualche maniera per cavarsela, arrangiandosi; qualcuno, infine, parecchio fortunato, potrà mollare tutto il resto e vivere delle proprie opere. Questo, però, non autorizza a ritenere giusti i prezzi di dischi e concerti che capita di trovarsi davanti. Eppure, noi continuiamo indefessi a frequentare negozi di dischi, bancarelle dell’usato, tendoni afosi male amplificati, pur di realizzare la nostra passione. Io, per eliminare subito l’elemento personale dalla discussione, frequento un minimo di quindici concerti l’anno (da almeno cinque anni), compro in totale almeno una quarantina di dischi l’anno – fra CD, vinili, roba regalata ad altri – e scarico legalmente almeno tre-quattro dischi l’anno da quando si sono affermate iniziative tipo name-your-price o cose così. Questo mi costa molto, ma non me ne lamento mai. Nemmeno, però, andrei a ficcare il naso nelle collezioni di mp3 altrui. Soprattutto non direi loro: “certo, non ti compri un CD però hai l’iPhone”. Questo discorso lo fanno in molti, da un po’ di tempo a questa parte. Io, a questi molti, volevo dire che se vi incontro, forse mi devono tenere perché non vi meni. Io, a questi molti, volevo dire che suonate come chi dice “cuore a sinistra, portafoglio a destra”.

Tiziano Ferro, tanto per dire, è uno di questi molti. Un altro è un’ex rockstar (se fossi tignoso direi fallita, ma non lo dirò) di nome David Lowery, che dalle pagine del suo blog – che non linko perché sarebbe come linkare Giuliano Ferrara – ha risposto al breve e interessante post di Emily White con un “prolisso, noioso e borioso papiro” (cit). Un’inquisizione spacciata per punto di vista autorevole di un professore universitario, premessa dal preambolo di tutti i vigliacchi – “non ce l’ho con te, ma” – e proseguita dimostrando che il male fatto ai musicisti si trasforma in dollaroni per le aziende di hardware e per i provider di rete; una robaccia che a metà ottiene il record mondiale di bassezza raggiunto in questo dibattito: “Mark Linkous e Vic Chesnutt si sono ammazzati perché poveri, ed erano poveri perché tu non gli compravi i dischi”.

Ora, oltre a questo sillogismo orrendo, oltre all’uso meschino dell’argumentum ex auctoritate (“io li conoscevo, uno era addirittura mio vicino di casa: fidatevi di me”), la ricorsività sospetta del preambolo (“ma non ce l’ho con te, Emily”), la tigna e la lagnosità verso i fan (un tempo li coccolavi, al limite ci litigavi o ci sputavi: ora li mandi a fare in culo, se non ti comprano il disco), oltre a tutto questo, il contributo di Lowery è di una povertà micidiale e il suo impianto ideale di base si può riassumere così: “perché voi non dovete pagare per la musica, mentre io ai miei tempi la pagavo?”. Bene, però la vera domanda è: perché questa monnezza sta facendo il giro dell’internet?

Apparentemente “molti musicisti” (cit) hanno condiviso sulle bacheche di FB o direttamente sui propri siti questa emerita schifezza retorica. Gli Aucan, che da oggi saranno nel mio immaginario il corrispettivo dei Metallica-demmerda periodo-Napster, hanno difeso con le unghie questo post, usando come argomento quello che “lo stanno pubblicando molti musicisti” (vd. sopra cit) e che quindi non può essere paragonato ad un volantino di Forza Nuova – agevoliamo il volantino di Forza Nuova. La retorica in uso, invece, mi spiace, è proprio la stessa: confondere reato e peccato, ritenersi portavoce delle ragioni di chi compie un gesto grave (nel senso proprio del termine), farlo ripetutamente (Ferrara e FN con milioni di donne che hanno dovuto o voluto abortire, Lowery con ben due suicidi), usare i morti come pedoni del dibattito. Difendersi dietro il numero è solo la glassa di conformismo dietro un appetitoso spuntino fascista.

E il punto è che intanto si è persa un’altra occasione per sviluppare un dialogo costruttivo sulla faccenda, si è preso il tavolo del Monopoli e si son buttate in aria tutte le casette. Fateci caso a chi assume sempre questo atteggiamento: chi può permetterselo, perché non ci perde niente, e non ha nessun interesse nel dibattito. Chi ha potere d’acquisto per comprare dischi a piacimento. Chi NON compra mai dischi. Chi vende dischi. Chi è stronzo.

PS – L’immagine di cui sopra è un lettore mp3, uno fra i più economici sul mercato: costa 14,90 €, meno di un disco di Tiziano Ferro e, con una capacità di 4 GB, in grado di contenerne l’intera discografia in formato digitale. Fatevi qualche domanda: siete sicuri che tutti i vostri fan abbiano un iPhone? e comunque, sono questi cazzi vostri?

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no, non ho detto noglia.
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4 risposte a Chi è stronzo, ora? (una casino di battute sul file-sharing che uccide)

  1. Pingback: Leggete, meditate, se non siete d’accordo andate affanculo. « MALAMALGAMA

  2. ilsamoano ha detto:

    bravo Federico, sono completamente d’accordo con te. Io che ho il piede in due scarpe verifico quasi quotidianamente uno stato di cose ridicolo. Tutti i musicisti si lamentano della gente, che non compra dischi. Chiedigli poi, ai musicisti, quanti dischi comprano all’anno, o a quanti concerti vanno. Sarà quasi sempre “zero”. Sono quelli che di solito si lamentano di più, per altro. Se i “detentori del gusto” non sentono il bisogno di acquistare e investire nella musica, come si può pretendere che un “pubblico” di persone qualunque abbia questo bisogno? A me comprare i dischi piace. Perchè si sentono meglio (ma non tutti possono capire e percepire la differenza di suono, e ci sta tutto), perchè sono un feticista fottuto, perchè voglio leggere le note di copertina e metterlo nel lettore cd e ascoltarlo con le cuffione a letto, e perchè son cazzi miei. E non sono l’unico a pensarla così, non è un caso della notizia tanto sorprendente quanto ovvia (a una seconda analisi) dell’aumento della vendita del vinile. Gli mp3 sono dati digitali, e il formato è assimilabile al cd. Se sono uno che ci tiene all’oggetto, già che ci sono me lo compro bello, grande, e con qualità sonora che un cd non mi darà mai (e qua ci terrei a sottolineare diversa, non migliore). Ma a parte questo fuori tema, la cosa è che l’industria discografica è stata emblematica e anche anticipatrice dell’economia mondiale. Ha vissuto una bolla di speculazione, dagli anni 60 però più da fine 70 fino ai primi del 90, per poi entrare in una crisi nera, dovuta soprattutto ad investimenti sbagliatissimi (parlate con qualcuno che suonava a un certo livello negli anni 90, vi renderete conto di quanti cazzo di soldi sono stati buttati in puttanate, una quantità giuro che a sentirla uno non ci crede). Comunque, voli pindarici che onestamente non mi competono a parte, il risultato è che “non ci sono i soldi”. Negli anni sai cosa sono arrivato a pensare? Meglio. Sia da fruitore, che da musicista. Da fruitore perchè c’è una quantità e qualità di informazioni inarrivabile (oltre che facilmente raggiungibile) che in altre epoche storiche sarebbe un sogno, e che mi permette di scegliere bene e meglio a chi dare i miei soldi, che per altro do comunque ma perchè voglio darli io(Poi avere gli strumenti per farsi largo tra tutto questo marasma, questo è tutto un altro discorso) Sia da musicista perchè così non ci sono pressioni, così non mi sento in dovere con nessuno,nè con un pubblico nè con un datore di lavoro, faccio sempre quel cazzo che mi pare e come mi pare e dove mi pare, se c’è gente ad ascoltarmi bene, se non c’è mi spiace un pò ma sticazzi, evidentemente non avevo niente da comunicare in quel momento. Oltretutto la musica è da sempre un hobby per ricchi, dico quella di qualità, che solo da poco è diventata una professione in senso stretto, ma che in realtà non lo è mai stata. Solo un’eccellenza può mantenersi, o solo chi si può mantenere in altro modo e dedicare anni alla propria passione. è sempre stato così, per quasi tutta l’arte. E poi ci si stupisce perchè scott kelly debba fare il fonico in un teatro, o il cantante dei Torche lavorare al corrispettivo del leroy merlin americano. è faticoso, ma per esperienza mi sento di dire che un modo per fare le cose si trova sempre. Non che non voglia diventare ricco facendo la mia merda, è che se diventerò ricco sarò contento, se non lo divento sarò un pò meno contento ma soddisfatto lo stesso. O almeno credo.

  3. Pingback: Big in Japan, ovvero un aggiornamento sulla questione del file-sharing | musicanoiosa

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