alcune cose non molto interessanti nel solito stile di musicanoiosa

ritorniamo al formato “elenchino interminabile” che ci ha resi famosi:

1. qualche giorno fa si è celebrato il ventiseiesimo anniversario della prematura dipartita di cliff burton. nel caso fosse necessario spiegarvi chi è cliff burton suggerirei di spegnere il computer e non visitarci mai più. mi sono imbattuto su metalsucks in questo video in cui qualcuno con meno cose da fare di me ha isolato la traccia di basso di orion. penso che sia la cosa più bella che abbia sentito da molto tempo a questa parte.

2. un’altra cosa abbastanza bella che ho sentito da molto (no, non molto) tempo a questa parte è dead end kings dei katatonia. non ho molto da aggiungere se non che è il “solito buon disco dei katatonia calzante per giornate nuvolose come le ultime e che ascolterò per un mesetto o due in attesa del prossimo buon disco dei katatonia ma tanto poi quello che riascolto più spesso resta sempre brave murder day“.

3. sono andato a vedere i radiohead a bologna. prendo mezza giornata di ferie di cui probabilmente mi pentirò ed il tono del mio umore subisce una progressiva discesa a causa di una coda di cinque km a fiorenzuola. mi preme arrivare presto perché so che una volta lì il mio divertimento sarà proporzionale alle birre bevute ed alla conquista di uno spazio di due metri per due in cui non mi rompano i coglioni: sono vecchio. le mie aspettative vengono ulteriormente frustrate una volta arrivato all’arena parco nord: io non ho il biglietto, le file per ritirarli – sono due: una per i cognomi dalla “a” alla “l”, l’altra per i cognomi dalla “m” alla “z”, ed ho personalmente assistito ad una ragazza che ha ripetuto l’intero alfabeto a voce alta per capire dove cazzo dovesse andare visto che il suo cognome cominciava per “f” – sono peggio di quelle che si sono formate in questi giorni fuori dagli apple store e composte più o meno dagli stessi casi umani. per motivi a me sconosciuti, quando ho strenuamente conquistato un angolo a circa cinque metri dal botteghino con una lotta che mi ha ricordato wrestlemania, viene deciso che la fila per il ritiro dei biglietti non è più quella, ma una fila parallela formatasi al di là delle transenne: gli avventori più educati reagiscono urlando insulti e bestemmie perlopiù in napoletano, quelli meno imborghesiti prendendo a pugni e sputi il container adibito a biglietteria. si diffonde la voce che lascino entrare senza biglietto previa l’esibizione della prenotazione. durante tutto questo caribou ha fatto il soundcheck, ha iniziato a suonare, ha finito di suonare. riesco infine ad entrare pensando che forse l’italia la crisi se la merita. c’è molta, molta gente ed ho visto troppe magliette dei muse per pensare che la maggior parte di essa sia competente. il concerto dura un paio d’ore, fanno pezzi che non ricordo a parte i might be wrong, idioteque ed una manciata di altri, mi sembra che facciano il loro compitino, il tutto prende una piega migliore ai primi bis in cui sparano exit music, daily mail, mixomatosis e paranoid android ma non riesco a capire perché  – probabilmente è a causa del fatto che mi manca l’aria. suonano à la motorhead, senza pause, ma non ci sono altri punti in comune con i motorhead. purtroppo. la sensazione continua è che sappiano il fatto loro e che la gran parte delle persone che mi circondano non dovrebbe essere lì: qualcuno si sente male, qualcuno litiga con altre persone perché non vede, le coppie limonano, qualcuno chiede creep, ho l’impressione che la metà del pubblico sia composto da indie-snob-intellettualoidi e l’altra metà da persone che ritengono i radiohead una versione un pochino più difficile dei coldplay, ed io indosso una maglietta degli eyehategod ed insomma, tentate di capirmi, sono abituato a concerti con quindici persone che alternativamente si picchiano o scuotono la testa davanti a palchi il cui unico vezzo decorativo è un telone nero con scritto il nome della band. qui la scenografia è impressionante, spettacolare, stupefacente ed altri aggettivi che potete scegliere da soli: ciò che più impressiona, spettacola, stupisce ed altri verbi anche inventati che potete scegliere da soli sono degli schermi appesi alla parte superiore del palco che vengono calati ed orientati in direzioni diverse a seconda delle esigenze della musica, o forse anche completamente a caso. non avevo mai visto niente di altrettanto scenografico ed ora capisco come mai sia così pericoloso montare il palco dei radiohead. non allego materiale fotografico perché tanto sicuramente qualche vostro amico che ci è stato avrà postato qualche immagine su facebook. in definitiva, visto che anch’io sono un snob e tutti lo sanno, mi sento di poter dire che non mi sono innamorato dei radiohead e che purtuttavia mi sono piaciuti, ma mentre vado via e mi regalano dei chinotti non metaforici non posso fare a meno di pensare che ho finalmente capito cosa significa la categoria “famosi per i motivi sbagliatissimi”. e che i motivi sbagliatissimi per cui sono famosi li rende ai miei occhi sopravvalutati, anche se probabilmente in definitiva non lo sono.

4. su npr.org si trova until the quiet comes di flying lotus in streaming completo: potrebbe interessarvi, a meno che non l’abbiate già scaricato. più discreto, minimale ed ambient di cosmogramma, al secondo ascolto sembra comunque roba di cui sarà difficile fare a meno nei prossimi mesi.

5. avevo salutato con entusiasmo i witchcraft in piena esplosione del revival settantiano che ci ha regalato black mountain, graveyard, pontiak, jex thoth et cetera. anche loro mi hanno salutato, nel senso che dopo the alchemist si sono presi un lustro per partorire questo legend, che se le orecchie non mi ingannano dovrebbe fare il paio con lights out dei già citati graveyard, in uscita ad ottobre su cui vado sulla fiducia, come disco rochenrol settantone dell’anno. solo il tempo ci dirà se avrò ragione o sarà l’ennesima stronzata che scrivo qui.

6.66

7. non avevo mai visto i fu manchu dal vivo prima di sabato scorso, quindi capirete l’eccitazione e la vitalità con cui mi sono avvicinato all’evento nonostante tutte le persone che avevo tentato di coinvolgere nella trasferta a romagnano sesia avessero gentilmente declinato l’invito con motivazioni anche comprensibili – la più gettonata: “non me ne frega un cazzo” -, o forse non capirete la mia eccitazione e la mia vitalità perché, come a queste persone, “non ve ne frega un cazzo” dei fu manchu. il fatto è che i fu manchu dovrebbero piacere a tutti: da vent’anni e più suonano praticamente la stessa musica, ed è la musica che qualunque essere umano dotato di padiglioni auricolari dovrebbe voler ascoltare nelle giornate di sole mentre va in spiaggia in california su una cadillac rossa con di fianco una bionda alta centottanta centimetri e con cinque kg di seno, e mi rendo conto che la situazione descritta sia quantomeno implausibile in questo momento per tutti noi, ma se ci tolgono l’immaginazione che cosa ci resta? arrivo a romagnano sesia chiedendomi per quale motivo un qualsiasi gruppo di qualsiasi genere dovrebbe suonare in un posto come romagnano sesia, che ai miei occhi appare come il nebraska, ed io non ho la minima idea di come sia il nebraska; assisto al concerto dei mexican chili funeral party che con un set incendiario stordiscono la platea, sparando una manciata di pezzi che sono già leggenda: uno delle migliori band italiane nel genere. no, non è vero, sono arrivato in ritardo e non li ho visti, ma sono amici e quindi ho pensato che sarebbe stato carino leccare un po’ il culo. dopo il concerto mi hanno detto che il cantante stava per svenire sul palco: rochenrol. gli ojm li ho visti dal bancone e mi sono concentrato decisamente più sulle birre che su di loro. all’incirca lo stesso potrei dire per il gruppo successivo, di cui non ricordo il nome, ma di cui ho conosciuto il chitarrista, che è una persona davvero ammodo, e che si rammarica molto quando gli dico che quella stessa sera suonano gli om a torino, rispondendomi “ora vado a dire a scott hill di fare in fretta a suonare così andiamo a vederceli”. ed in effetti scott hill fa in fretta: spara the action is go a duemila all’ora dall’inizio alla fine, da evil eye nothing done, con un tiro mostruoso, volumi mostruosi, lasciando un sorriso mostruoso sul mio volto, poi piazzano un paio di bis a richiesta, ed io tento di urlare “ojo rojo” ma non ho voce, ed attaccano king of the road e le canzoni sono come sempre tutte uguali e tutte belle ed io vorrei piangere ed abbracciarli tutti. compro una maglietta di dubbio gusto, torno nel milanese e raggiungo amici al leoncavallo, pago degli insoliti otto euro per l’entrata, prendo una birra, me la rovesciano addosso, scopro che sta suonando roni size davanti a qualche centinaio di avventori il più sobrio dei quali era fatto di ketamina e concludo che ci sono cose degli anni novanta che sono invecchiate bene, ed altre meno.

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mi piace la musica di satana.
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