Perdere il threnos (Tame Impala, Lonerism)

Scrivere di musica più che ballare di architettura mi è sempre parso uguale a una partita di rugby giocata con racchetta e palline gialle. In quanto sport, questa roba qui – che si faccia sui giornali e i magazine, in un’agenzia, su un blog misconosciuto – si divide in discipline più o meno divertenti, soddisfacenti, popolari. La più popolare delle discipline, da sempre che io mi ricordi (ho comprato la mia prima copia di Rocksound nel 2000, quindi non fidatevi) consiste nel lamentarsi: è un gioco bellissimo – non lasciate che dica il contrario, voglio illudermi di non far parte della medesima categoria di sportivi che stigmatizzo – ma come tutti gli sport popolari finisce per farti bramare come nient’altro una bella partita di petanque.

Lamentarsi (in greco threnéo) è come il cricket: nessuno dice di conoscerne le regole, eppure i cricketisti continuano a strisciare fuori dalle fottute pareti. Del resto, giocare a lamentarsi è semplicissimo: basta avere un po’ di gusto e aver assistito a qualche evento irripetibile (normalmente collocato fra i 15 e i 24 anni del giocatore) quale l’uscita di un disco imperdibile o il concerto di un gruppo sciolto, scioglituro o sciogliundo.

Qualche settimana fa mi è capitato di perdere il concerto dei Tame Impala a Milano. Non me ne pentirò, prima di tutto per la mia guerra ai prezzi forti e ai Magazzini Generali. Non me ne pentirò anche perché i ragazzi torneranno di sicuro prima di morire, però – nel merito – mi dispiace di aver lasciato andare uno di quegli eventi irripetibili di cui sopra, uno di quei concerti a cui devi partecipare perché ci vanno tutti, perché con esso ho perso per sempre la possibilità, in futuro, di lamentarmi a buon diritto dei Tame Impala. Non che mi manchi una sufficiente conoscenza della musica del gruppo per potermi fare un giudizio negativo a priori su “Lonerism” (poi un giorno vi dirò il mio). Anzi, a differenza dell’ottanta per cento dei miei ascolti (che sono recuperati con anni di ritardo), posso dire con soddisfazione – è una disciplina anche questa – di aver cagato con la giusta cura già il precedente album del 2010 (“Innerspeaker”). Non ho nemmeno problemi ad ammettere di aver ignorato completamente tutte le precedenti visite del gruppo nel nostro paese (a proposito, ce ne sono state? non so, ditemelo voi). Quello che veramente mi mancherà è la possibilità di sentire un gruppo, derivativo e vecchio-dentro quanto vuoi, pompato dalle nicchia quanto ti pare, ma che cristosanto sa esattamente cosa vuol fare nella vita e sul palco, e sa esattamente come deve farlo. E soprattutto mi mancherà di innamorarmi dal vivo di Nick Allbrook*.

*alla bassista dei Tame Impala hanno già dedicato un tumblr, ma in fondo chi non ha un fuckyeahtumblr oggidì?

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no, non ho detto noglia.
Questa voce è stata pubblicata in acidi, dischi 2012, eventi mondani, famosi per i motivi sbagliatissimi, non così noiosa questa musica qua e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

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