We’re up all night to get FOTTA

come Luke e Darth Vader, però funky

come Luke e Darth Vader, però funky

Qui ci si sta fomentando per il ritorno VERAMENTE più atteso del 2013. Se devo essere sincero, entro me – accanto alla malcelata gaiezza per Pharrell Williams – rugge un po’ di paura: non vorrei che il disco deludesse le mie aspettative, o meglio, non vorrei che nell’attesa le mie aspettative rivolte ai Daft Punk si fossero inconsapevolmente abbassate, portandomi ad accettare passivamente una qualunque riproposizione della topica anni ’70 che ho amato da Homework in avanti. Dovete capirmi, dopo decenni di delusioni elettorali un passo falso dei Daft Punk non ci vorrebbe proprio (non parlatemi di TRON). Non ho le basi per parlare a buon diritto di French Touch, Acid, Funk, e forse è meglio così. Parlavamo ieri sera io e la mia ragazza della bravura di David Fincher e Justin Timberlake nel filmare un video come quello di “Suit & Tie” suggerendo ma non riproponendo identicamente l’immaginario del rat pack. Esattamente questo è quello che cerco nei Daft Punk, una nuova vulgata delle loro fonti, che sia sufficiente per guardarsi indietro senza spirito filologico, per concentrarci su quell’ora eterno che è la sostanza stessa della musica, di ogni musica: la finezza comparatistica è roba di cui si devono occupare loro, i producer e gli smanettoni, e sforzarsi di andargli dietro è sbagliato per il nostro gusto, al termine di un lungo percorso di scoperta rischia di portarci all’errata convinzione che le fonti rimangano comunque superiori al prodotto finale, come se questa fosse la vera domanda da porsi. Come se ci fossero domande da porsi e non, piuttosto, mosse di danza da provare nella solitudine della nostra cameretta, testi da imparare in fretta*, il maledetto Dioniso sceso dalla collina di Montmartre per insegnarci ad abbandonare le inibizioni.

*
What is this I’m feelin’…
If you wanna leave, I’m with it, ahh
We’ve come too far
To give up who we are
So let’s raise the bar
And our cups to the stars
She’s up all night ‘till the sun
I’m up all night to get some
She’s up all night for good fun
I’m up all night to get lucky
We’re up all night ‘till the sun
We’re up all night to get some
We’re up all night for good fun
We’re up all night to get lucky

Lasciatemi credere che l’immaginario bacchico di questo testo non sia affatto casuale. Intanto (UPDATE) ho fatto due chiacchiere con l’amico Pelo e abbiamo concluso che, nonostante la paura dello scivolone ci attanagli, questo disco rischia di essere migliore di Human After All, o almeno si spera, e che la prima impressione, quella che si fonda sul non aver letto ancora nessuna rivelazione a proposito dei brani campionati, è quella di un gruppo che si è infine arreso all’idea di scrivere CANZONI, con la forma ma soprattutto con l’ispirazione che competono all’idea di CANZONE. Sembra poco ma è come dire che a vincere la battaglia della musica elettronica sia stato Moby, nonostante l’impegno profuso dal suddetto per scrollarsi di dosso ogni briciolo di credibilità. Che, se ci pensate, è tipo l’esatto contrario di quanto fatto negli anni dai Daft Punk, attentissimi a non perdere la faccia. AH AH.

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no, non ho detto noglia.
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Una risposta a We’re up all night to get FOTTA

  1. ilsamoano ha detto:

    Sul piano dell’impatto sui media ci siamo. Eccezionale tutto. Come sempre da parte loro, per altro. In più si son scelti i più fighi degli ultimi quarant’anni per quanto riguarda il loro genere, senza guardare a mode o a cazzate. La gente mi sfotte, davvero mi sfotte non sto scherzando, quando vede tra i miei dischi gli chic o moroder, o quando dico che nile rodgers è uno dei chitarristi più intelligenti di sempre la gente mi dice “ma ciccio ma che cazzo dici” e fa uno sguardo di sufficienza. D’altra parte come al solito non mi curo di loro, guardo e passo. Human after all era, a quanto dicono i daft punk, un vaffanculo alla loro casa discografica, fatto in una settimana, quindi visti gli standard che son dei precisini importanti, un pò a caso. Io dico che era un gran vaffanculo, perchè aveva quel di ripetitivo e sporcone che tanto ci piace non da ieri e che non avevano tirato fuori mai prima. Però homework e discovery sono un’altra roba, in fondo lo sappiamo tutti.
    Per tirare le somme di questo commento insensatamente lungo, fatto dopo la prima grigliata del 2013 (yeeeee) (ci tenevo a sottolinearlo):
    Forse potrebbe essere il primo disco con sto ambardan mediatico ad essere effettivamente bello e non deludente. Forse.

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