Record Store Deo Gratias

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la migliore scoperta del RSD2011

Oggi, se per caso vi siete svegliati da un lungo coma, è il Record Store Day.
Formulo così il mio incipit non perché afflitto dal solito morbo della rilevanza che affligge i blogger più snob – io stesso potrei aver scritto qualcosa di simile riguardo alle precedenti edizioni del RSD – ma perché di fatto quest’anno l’evento è diventato mainstream. Da un anno e mezzo scrivo di musica (e altro) per conto di una famosa agenzia di stampa e la dimensione nazionalpopolare nella quale mi ritrovo per la maggior parte del tempo mi consente di osservare da vicino il cortocircuito socio-culturale del giornalista musicale medio delle testate nazionali: nessuno vuole/può/ammette di essere poco aggiornato su qualsivoglia argomento culturale, alto o basso che sia (ammesso che etc.), rilevante o irrilevante che sia, bello o sgrauso che sia, semplicemente fare questo “lavoro” significa rimanere sempre aggiornati e informati su tutto. Lasciando da parte la conseguenza logica di questo bisogno estremo, diastratico, diacronico di informazione, che è poi la definizione stessa di hipster (i blogger in fondo si comportano esattamente così), è importante ricordare che alla necessità fisiologica di aggiornamento si oppone una serie di ostacoli naturali quali il tempo, il mutuo, i figli, il dentista, il bollo della macchina, la TARSU, le elezioni, il fantacalcio, ma soprattutto la sbatta. Essere aggiornati è faticoso: certi giorni, quando le notizie si sovrappongono, si rischia di perdere cognizione dell’hic et nunc, e allora capita che il metro della popolarità possa insidiare quello della rilevanza, o viceversa, perché il cervello ti sta ordinando di dare priorità alle informazioni. Insomma, qualcosa finisce sempre per perdersi (io ad esempio non riesco più a seguire le evoluzioni della musica pesa, compromettendo irrimediabilmente la mia sopravvivenza su questo stesso blog). Il Record Store Day, però, non me lo sono mai perso: certo non saprei elencarvi a memoria tutte le pubblicazioni speciali di quest’anno (mi vengono in mente Iggy Pop, David Bowie e Sigur Ros, e magari sbaglio), ma potrei citarvi il padrino del 2013 (figura di cui non ho ancora inteso l’utilità), cioè Jack White, e potrei mettere in fila senza controllare online un po’ di posti che aderiscono qui a Milano (Mariposa Duomo, il gentilissimo Dischi Volanti, Il Discomane, la sempre beneamata Santeria, il sempre maleamato Serendeepity). Soprattutto, però, potrei scrivere una serie di battute a caso sul significato della manifestazione, ma a questo giro si tratterebbe davvero solo di parole di circostanza.

Poco più di un anno fa mi ritrovai in Sony con qualche collega della carta stampata a intervistare Samuele Bersani prima della sua partecipazione a Sanremo. Quando, a un certo punto Bersani evoca la magnifica e regressiva scena dei negozietti di dischi di Berlino, una cosa che non possiamo proprio capire, guarda, la bellezza, io mi permetto di citare il Record Store Day e provo a chiedere al cantante (e indirettamente al discografico) se avesse mai pensato di pubblicare qualche edizione limitata per questa ricorrenza. «Recordstorche?» Provate a immaginare lo sguardo di una decina di colti e preparatissimi giornalisti posati con sufficienza sul povero barbuto ciccione 26enne intento a spiegare questa fricchettonata dei negozi di dischi. Quindi, tempo un anno, i colleghi della carta stampata hanno cominciato a scrivere PAGINONI a proposito di Record Store Day, della sua importanza culturale paragonabile all’importanza ecologica di salvare le fochine canadesi. E, nonostante la diffusiona nazionale dei media per cui lavorano, i colleghi della carta stampata si riferiscono tuttora a una realtà di nicchia, letteralmente, perché riferita solo alla nicchia dei consumatori: non mi risulta, infatti, che ci siano musicisti italiani di major con release particolari in uscita oggi, ma magari sbaglio. Ora non so se, come si dice in questi giorni a proposito dell’elezione del Presidente della Repubblica, i social network hanno preso il controllo della realtà (come se fossero due entità distinte, già). So invece che un po’ per snobismo, un po’ per ragioni che vado a spiegare, quest’anno non ho proprio tanta voglia di scrivere il solito elogio del negoziante e della sua collezione.

Ho comprato un numero importante di dischi (vinili e no) nelle precedenti edizioni del RSD e da bravo ho versato la mia tangente al convincimento dell’importanza morale del negozietto, ma oggi non posso: ci sono cambiamenti all’orizzonte in questa famigliola di cui costituisco un terzo, e non mi va di spendere il consueto cinquanta-sessantello. Con la stessa cifra ci pago 5-6 mesi di Spotify, oppure ci compro una decina di album su Amazon. Dice, e il braccino corto di Spotify? e il braccino destro teso in alto di Amazon? Sono problemi, me ne rendo conto, ma sono anche stanco di dover risolvere i problemi del capitalismo da solo, peraltro con un mezzo quale la moneta: non si doveva mica fare tutti insieme e armati di molotov? Vero, Spotify e Amazon hanno tante colpe, ma hanno il merito – sostanziale in questo mondo qua – di soddisfare i desideri dei loro clienti, senza che questi debbano adeguarsi, abbassare le aspettative, venirgli incontro.

Certo, ora che il RSD pare diventato evento mainstream, potrebbe essere il momento giustissimo per capovolgere il sistema. E allora mi metto in attesa, magari vado a comprare un solo disco, e provo a vedere cosa fanno i nostri amici negozianti: se fanno sconti, magari sull’invenduto perenne che giace nei loro scatoloni, se provano a ospitare qualcuno – un musicista, un addetto-ai-lavori, un critico – per fare due chiacchiere sull’industria musicale, se cercano di rianimare anche un po’ da soli questo magico mondo del negozio di dischi. Perché da un po’ mi pare che i ragionamenti sul Record Store Day siano troppo concentrati sul Record e poco sullo Store, se si escludono le elegie e le bucoliche del buon vecchio droghiere musicale; e mi pare che nelle discussioni sul destino dell’industria musicale si parli troppo delle colpe dei consumatori e mai di quelle dei produttori/distributori, e se il messaggio culturale della sopravvivenza del disco-fisico deve passare dal rito cattolico della penitenza quaresimale, io non ci sto più. Questo potrebbe essere l’ultimo RSD, per me: sfiderò la pioggia e allenterò la cinghia, ma forse solo per l’ultima volta.

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no, non ho detto noglia.
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