Lose Yourself to Daft Punk

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Quando uscì Get Lucky – ho avuto modo di scriverlo qui -mi confrontai con il saggio Pelodia: ci sembrava che i Daft Punk avessero finalmente intrapreso in modo totalizzante il progetto (comunque sempre sotteso) di popolarizzazione della propria musica elettronostalgica tendendo a un’esigenza primaria di Cantato, o almeno fondendola al loro innato bisogno di Danzato. Insomma, credevo che “Random Access Memories” sarebbe stato il primo disco-di-cantare dei DP, qualcosa di molto vicino a una rivoluzione galileiana, soprattutto considerando che uno dei Niccolò Copernico di questa sarebbe stato da individuare in (glom) Moby. La rivoluzione c’è stata, ma solo a metà: in RAM si canta, voi sapete anche dove, ma più che altro si balla ancora tanto, solo che è un ballo diverso, meno intellettualmente rilevante, più musicalmente coerente, più distante e allo stesso tempo – potevano riuscirci solo loro – meno ironico. È come se la carriera dei Daft Punk fosse da concepire come un immenso concept, una lunga festa sedicenne, che dopo le prime sbronze dure arriva al momento dei lentoni: a noi sta benone che vada così, perché in fondo siamo tutti venuti qui per limonare, e abbiamo addirittura comprato un regalo a quel cesso della festeggiata, ma non illudiamoci che le bottiglie di gin scolate nelle prime ore si riempiano di nuovo per magia.

[Nota Mia: Ci sono molte ospitate, in RAM, ma laddove non si tratti di voci/mani prestate a un’idea dei DP (pur nel quadro di un progetto stilistico ben preciso e armonioso) ho deciso di non citarle. Forse perché voglio negare fino all’ultimo che Julian Casablancas abbia avuto anche una minima parte nella creazione del disco dell’anno? Forse.]

Give Life Back to Music: si apre con un classico esempio di citazione di David Bowie a orologeria, direbbe un complottista, con una cosa che, se non è un sample di Starman, è un caso preoccupante di memoria muscolare e di reminescenza musicale. Lo stesso si può dire anche dell’ossatura melodica e ritmica della strofe, praticamente Rapper’s Delight (che è poi opera fondamentalmente di Nile Rodgers, non dimentichiamolo) in un’altra tonalità.

The Game of Love: pare uscita dalla colonna sonora di un film che non hai visto e ti viene continuamente consigliato, un po’ Miami Vice (la serie e il film) un po’ Drive. Dice che da qualche parte c’è stato un casino di sangue, e questo deve essere il momento riflessivo (per il protagonista) e chill-out (per lo spettatore), appena dopo la scena in cui il nostro eroe ha spaccato la testa al cattivone con l’ausilio di un tastierone usato e polveroso. Secondo me il preambolo migliore al pezzo che segue, sicuramente perla del disco.

Giorgio by Moroder: quella sensazione di WTF strutturale che hanno i pezzi parlati di “An American Prayer”, e ricordiamo che il disco meno cagato dei Doors uscì in piena era disco, di cui risente moltissimo in termini di influenze Funky, che qui non si possono negare. Non fai in tempo a renderti conto delle mille implicazioni-Fibonacci di questa sinestesia del tutto casuale, che arriva la mitopoiesi: “I knew I needed the click”, e parte il click. Segue la pronuncia corretta di Moog (un grazie a Pelodia per la dritta). Segue la citazione del 2013, liricamente inutile come quasi tutte le frasi memorabili della musica popolare, specialmente dei Daft Punk, ma talmente iconica che non devo nemmeno prendermi la briga di trascriverla. E poi SETTE minuti di messa in pratica di un discorso mid-tempo danzereccio che – i DP voglion dimostrare – può essere la base di un parlato così come sinfonia organica e compiuta, laddove si accettino senza riserva e senza ironia le implicazioni retrofuturistiche di una scelta musicale come questa. Per questo poi parte uno dei pezzi più in-presa-diretta del disco, con la batteria che svisa da matti. Pezzone da ballo, che ancora non ce ne rendiamo conto: quando vedrò qualcuno danzarlo con ironia, andrò ad urlargli nell’orecchio che non ha capito niente.

Within: grande lentone strappamutande che nella melodia riprende alcune idee della colonna sonora di Tron – forse i due robot non se ne vergognano tanto come si credeva.

Instant Crush: grande pezzo pop cantabile (iconico nel suo intitolarsi esattamente com’è, una cotta istantanea, mi vien da dire nel pieno di un orgasmo esegetico à la Szendy) che offre chicche preziose in quella specie di assolo di chitarra 8-bit distorto e nel ritornello sincopato. È come sei i robot volessero convincerci che le lezioni compositive degli anni Settanta sono state completamente interiorizzate: di fatto, il più efficace viaggio nel tempo passato è quello che avviene nella nostra memoria, così come il più grande viaggio nel futuro, mi pare dicesse Vonnegut, è quello folle di questo pianeta rotante. Magari qualche ricordo-guida nel tragitto all’indietro può essere artefatto o frutto di suggestione, ma nessuno verrà mai a confutare una macchina del tempo.

Lose Yourself to Dance: Stevie Wonder è stato invitato al Soul Train e non mi avete avvertito? Si balla come cretini, come non si credeva di saper fare, fisicamente dico, molleggiando sulle ginocchia aprendo le gambe a Y rovesciata mentre intorno a noi un corridoio di carne vestito di strass ci batte le mani. Peccato che nessun dance floor saprà riprodurre questa particolare specie di comunismo danzereccio, tutti fissati sul nostro individuale sballo, sul nostro personalissimo stile. Ho capito che uno dei pezzi più sciocchini del disco è in realtà una severissima dichiarazione politica.

Touch: inizia del tutto fuori dal mondo come uno di quei primi pezzi di elettronica post-sperimentale fra anni Sessanta e Settanta, gestito dalla manualità sincera e commovente di chi vuol farti capire con sequenze infinite di arpeggi che guarda-veramente-questa-musica-è-il-futuro, mentre tu capellone del cazzo ti volti dall’altra parte verso i primi metallari britanni. E allora il discorso cambia e diventa dimostrazione empirica, ma pur sempre fatta di elementi giustapposti (prima la colonna sonora di commedia romantica del 1972, poi lentone Tempo-delle-mele, crescendo di archi martiniano-beatlesiano, poi coda sviolinata e sporcata dalle macchine come in un pezzo one-shot del 1992, chissà poi quale (la genialità sta anche nel sapersi inventare fonti inesistenti), quindi Elton John crooner che ti accompagni quasi senza pausa a…

Get Lucky: oh, la versione singolo mi piace di più.

Beyond: ieri sera ho trovato le Pagine Gialle sopra la cassetta delle lettere: mi son sentito Indiana Jones. Anche qui più che nostalgia è archeologia, ma qualcuno provi a negare che questi giri armonici sono nelle ossa dei DP dal primo giorno.

Motherboard: altro pezzo parecchio “suonato”, colonna sonora di serie tv fantascientifiche inesistenti (ora che torna Capitan Harlock, però, vai a sapere). Un elemento strutturale che si nota qui come in altri pezzi (oltre agli archi usati come acqua di colonia da Cerrone) è quella cosa che non saprei definire con un vocabolo tecnico, perché non possiedo un vocabolario tecnico sufficientemente adatto al compito di descrivere questo disco (ve lo rivelo soltanto ora): parlo di quell’interludio a tre quarti del pezzo quando si prendono in mano i volumi e si portano a spasso in cantina. Poi, se sapete dirmi come si chiama, mi fate proprio un gran piacere.

Fragments of Time: se non lo state già facendo, prendete una decappottabile (o scappellate la vostra Panda con una sega circolare) e andate velocissimi sulla Aurelia, passate il confine con la Francia e dirigetevi verso Nizza con su questo pezzo. Dovreste ritrovarvi improvvisamente addosso una giacca bianca di seta con spalline enormi, ma non preoccupatevi, è giusto così. Chi dice che i DP a questo giro non hanno saputo elaborare le fonti in modo originale, ascolti a metà traccia come pop anni Ottanta, Lucio Battisti, colonna sonora di commedia balneare e cantato “black” (non metal) si mescolino proprio con la proverbiale naturalezza dei robot (voglio il brevetto del sintagma “naturalezza dei robot”).

Doin’ it right: il pezzo ha alcune spie stilistiche più “Discovery”, non c’è dubbio, ma si dipana nella sua cantabilità in modo originale, arrivando a toccare i livelli di Get Lucky senza particolare fatica. Se vogliamo considerare concessione al passato che una linea vocale elaborata elettronicamente sia usata come base, allora facciamolo, ma non ci guadagniamo nulla.

Contact: alla fine l’opulenza concettuale e materiale di un progetto come questo, e più in generale dei Daft Punk, lo senti qui, dove è bastato cambiare un organo e un basso rispetto ai brani precedenti per entrare in un’atmosfera da colonna sonora. Alla faccia di chi con gli stessi quattro strumenti poteva sfornarti dieci dischi in fila, ma anche alla faccia della crisi. La vivacità mentale dei due robot, invece, la senti quando un pezzo che poteva essere una tranquilla chiosa aritmica e sospesa si trasforma in una rivisitazione live di Aerodynamic che è anche una bellissima storia di fantascienza: un giorno, a metà anni Ottanta, il progresso tecnologico in viaggio velocissimo nel futuro (senti il sintetizzatore che simula una macchina che accelera fortissimo?) ci porterà inevitabilmente al contatto, da cui titolo, con una cultura aliena che si è nutrita delle nostre trasmissioni culturali emanate inconsapevolmente nello spazio e per questo non ci risulterà completamente altra. Il cerchio con “Discovery” si chiude perfettamente; “Homework” e “Human After All” non pervenuti, a mio parere, ma ce ne faremo una ragione.

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no, non ho detto noglia.
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