Il mio primo Pezzali (diecimila battute per dire poi niente)

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Sabato 9 novembre a Torino il Club 2 Club pare abbia spaccato. Io però non ero lì, e non sono qui a riportarvelo. Io sabato 9 ero alla prima data del tour di Max Pezzali, e secondo me non mi è andata neppure così male.

Max 20 è il tour (omonimo del disco di duetti uscito a giugno) con cui Max Pezzali celebra il ventennale della sua carriera. Con un anno di ritardo, a dirla tutta, ma la ricorrenza è negli occhi di chi la guarda. Se vi tenete aggiornati sulle notizie musicali, forse saprete che questo tour è partito benissimo fin dalle prevendite: 17 date su 21 in sold out, e otto nuove date a febbraio fissate in corsa (e una di queste, a Milano, è andata già esaurita di nuovo). Se dovessimo giudicare uno dei live dell’anno dal numero di persone che l’affolla e dalla fotta/approvazione che ho riscontrato nelle mie personalissime timeline di Facebook e twitter, cioè se dovessimo considerare insieme la piazza e il palazzo, forse bisognerebbe annoverare Max 20 fra gli eventi dal vivo dell’anno in Italia. Che la fotta/approvazione del giornalismo musicale mainstream italiano riunito a Mantova fosse assai più bassa della mia e di quella della palazzina mia, comunque, è un sintomo di come l’hipsterizzazione di certi fenomeni musicali sia meccanicisticamente legata alla sua contemporanea denazionalpopolarizzazione.

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Uno che si sente ancora molto nazpop è proprio Max Pezzali. Lui sa benissimo cosa c’è (stato) qua fuori: un movimento che nell’ultimo paio di anni, partendo dal basso dell’industria musicale italiana, ha voluto portare un omaggio davanti al simulacro di un personaggio fra i più alti nella catena alimentare discografica, uno dei pochi a vantare dischi di diamante nella sua carriera. Così con entusiasmo alterno un anno fa abbiamo festeggiato l’arrivo della compila Con due deca (per la quale aspetto ancora le royalties sul titolo, a proposito). “La crisi economica è un’ottima maniera per distinguere le cose concrete dalla fuffa che sarà spazzata via”, dice nel suo camerino Max mentre incontra la stampa (e il sottoscritto) mezz’ora prima del via. Che la “fuffa” di cui parla sia l’indie italiano, il rap italiano, la canzone italiana o (che so) il pop da talent show non è dato sapere, ma è dato elucubrare e rosicare.

Di certo il pubblico della prima data di Max 20 non è quello dell’indie, potrei giurarci. Andare a un concerto di Max Pezzali in provincia significa incontrarsi con quell’umanità di cui Pezzali si sente da sempre mero componente – un po’ sottostimandosi – e per cui la critica più benevola gli ha riservato il ruolo di cantore – un po’ sovrastimandolo. Senza rischiare di sbagliarci possiamo dire che, quantomeno finché è esistita la sigla 883, la musica di Pezzali viene da quel contesto lì: i bar, la bassa, le strade statali, le discoteche pomeridiane. Che poi queste canzoni siano inni autoconsolatorii per questa fetta di mondo qua è un punto di vista che non mi trova per niente d’accordo: anche nel peggiore Pezzali l’immedesimazione con la materia di cui si canta non è mai un fatto certo, e tutto prende l’aspetto di un canto epico apocrifo.

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Pezzali è un Omero di cui Pavia reclama la paternità, ma che appartiene di diritto a ogni isolotto e porto di quel mar Egeo verde umido che è la pianura padana: non è l’eroe-aedo, vero protagonista di ciò di cui si canta, ma un aedo sufficientemente lontano dagli eroi meschini di cui parla e a cui si rivolge. Il Pezzali-narrante poi è parecchio diverso dal Pezzali-personaggio: una specie di Ulisse, estraneo e avanti rispetto alla materia narrativa in cui è immerso (Pezzali che dichiara di essere stato grande fan del punk, smanettone di synth e drum machine, pioniere di internet non sono casuali rivendicazioni di autorità di fronte a un pubblico meno di bocca buona, questo è giusto ricordarlo). E se lui è Ulisse, Cisco è Nestore, Repetto Achille, il Ticino lo Scamandro e Milano una Troia da conquistare per chi-si-ricorda-più quale ragione. Possiamo discutere per ore come in quarta ginnasio se Max Pezzali parteggi per gli Achei o per i Troiani, ma questo non cambia il senso di tutto: la discografia di Pezzali/883 è un’enciclopedia del mondo di provincia, dove ogni cosa ha il suo nome e il suo posto nel canto, un’enciclopedia alla Havelock. Capite quindi che avviarmi al concerto in treno in un sabato mattina nebbioso, tagliando tutta la padania lombarda, è stato un eccellente percorso di iniziazione per il mio primo Pezzali: un viaggio fatto da solo, passando davanti a sentieri fra campi ricoperti della prima brina dell’anno, e il mio ramo d’oro sarebbe stato una sigaretta fumata davanti alla stazione di Mantova.2013-11-09 22.29.20

Qualcosa che tutti (hipster e tamarri senza distinzione) hanno cominciato a elaborare con potenza intorno alla ricorrenza ventennale è stata la posizione di Mauro Repetto, il suo ruolo nel successo di vent’anni fa e la possibilità di un suo ritorno, anche solo estemporaneo. Prima del concerto Max ha letto stralci di mail mandate da Repetto, dimostrandone uno status umano e artistico che va oltre il normale e si piazza autenticamente tra Daniel Johnston e il situazionismo:  “ha una mente veramente straordinaria”, dice Max, che elenca alcune idee di fantascienza proposte da Repetto. Tipo i GIOCATTOLIB, una roba che si dovrebbe trovare a bordo delle strade come le bici dei bike sharing e sono “fedeli repliche a grandezza umana di personaggi iconici per passare un buon momento con loro pagando a little fee, attivando il loro programma abile di interagire con delle variabili esterne”; o meglio ancora THE ALGORITMI PRIEST, la storia di “un ex direttore marketing licenziato e un detective privato alla ricerca di un architetto informatico bulgaro a due dita dal mettere a punto due applicazioni che cambieranno per sempre la storia dell’umanità, [fra cui] il pilota automatico per uomini e donne”. Sì tutto interessante ma – lo vuole sapere il collega giornalista così come il passante – Mauro tornerà sul palco? La risposta in sintesi è “no”, ma qui ciascuno sente quello che vuole. La sbobinatura dell’intervista dice che “sicuramente” Max lo inviterà a una data (non a Milano perché con i parenti e tutto non potrà stargli dietro) “per raccontarsela su a proposito degli ultimi mesi”, ammesso che Repetto riesca a liberarsi dai casini lavorativi che sta passando in questo momento Disneyland Paris (e tutto questo non mi pare esattamente un invito a fare turné insieme, ma poi ciascuno se la giri come vuole). Chi ci sarà sul serio, a Milano e Roma, saranno alcuni dei cantanti presenti nei duetti di Max 20: e qui è già fotta per vederlo sul palco con Grignani o Raf, autori fra il serio e il LOL dei migliori episodi del disco. EDIT Alla fine Mauro Repetto è salito davvero sul palco con Max Pezzali, ieri sera al Forum di Assago, rendendo inutile questo paragrafo e la mia vita.

Disco la cui scaletta è ripresa per intero e integrata secondo canoni di democristianismo piuttosto pesanti: l’omaggio alla discografia di 883/Pezzali è totale, non ne rimane fuori quasi nulla. Se si escludono quattro dei cinque inediti contenuti in Max 20, i 19 classiconi (più un medley acustico con cinque lentoni) sono calibrati bene ma un po’ troppo pericolosamente orientati su La dura legge del gol. I brani di HULUR non mancano, ma a suonarli è quasi sempre quel poveretto di nome DJ Shablo – membro della band di Pezzali per questo tour: Jolly Blue, S’Inkazza e cafonate tipo Bella vera sono remixate a casaccio, perché a 46 anni Max Pezzali non se la sente più di cantare certe cose. Solo HULUR (canzone) e Con un deca sono ripresi dal vivo, l’ultima con uno sparo di migliaia di finte diecimila lire con su la faccia di Pezzali, un’idea talmente semplice e geniale che non capisco perché sia stata adottata solo ora. Oltre questo niente: HULUR evidentemente per Pezzali è qualcosa di cui non si vergogna (lo dice chiaramente in conferenza stampa e io vorrei abbracciarlo) ma che non si sente più di cantare. Certo, Tieni il tempo, invece deve contenere tematiche importantissime nascoste sotto una pesante coltre zarra: perché Max quella la canta, e se la fa ricantare indietro da un pubblico che va seriamente in berserk, creando una bolgia che non può essere solo nostalgia delle discoteche commerciali a metà anni novanta, altrimenti non si spiegherebbero i diciottenni altrettanto esagitati. Con Tieni il tempo il Palabam raggiunge un momento di esaltazione collettiva seguito a stretto margine solo da Nord Sud Ovest Est. Il che dice molto del pubblico che ho incrociato: gente che mentre passavano le immagini di USA 1994 o GERMANIA 2006 faceva le ole, gli OOH, e cose così; e poi tantissime ragazze, che evidentemente non sentivano il peso di una poetica comunque piuttosto maschilista. Non sarà un caso che su Nessun rimpianto nessun impianto audio ha potuto superare il coro sudatissimo, dondolante e con le braccia (entrambe) ben tese in alto, qualcosa che credevo di aver visto con tanta efficienza solo nei live dei Verme feat. Vasco Rossi.

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Questo non significa che il concerto di Max Pezzali sia un rito pagano, una messa cantata, o altre espressioni intelligenti che usano quelli pagati meglio di me. Perché con Pezzali l’understatement è sempre dietro l’angolo: lascialo parlare davanti al pubblico ancora acclamante e ti accorgi che l’io-narrante, il personaggio ma anche l’essere umano sono entità ben diverse: “eh questa forse la conoscete”, dice con pessimo umorismo prima della bolgia di NSOE; “ma perché i cantanti fanno air guitar e non air drums?”, si chiede in un altro momento con umorismo non migliore; “son soddisfazioni”, dice quando i 5mila del Palabam non hanno più fiato e liquidi interni. Si chiama modestia, questo atteggiamento, ma visto all’interno di un tour concepito come festa grandiosa (il palco è grossino, le proiezioni sono fatte bene, le luci sono pese) è anche uno spettacolo nello spettacolo che ti fa capire quanto Pezzali sia lontano dal RUOCK, dal divismo: e ciononostante sappia riempire palazzetti e vendere serissime vagonate di dischi meglio di qualsiasi maledetto maledettista; e ciononostante sappia (o abbia saputo) raccontare qualcosa di originale prima e meglio di molti altri.

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no, non ho detto noglia.
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