SCAVOLINI E JAY Z (I Cani, Glamour)

scavolinijayz

Il disco d’esordio dei Cani, sulle prime, non lo trovai affatto sorprendente. Ricordo bene la prima volta che lo ascoltai. Ero a casa dei miei, come oggi mentre scrivo questo pezzo. La sera prima avevo accompagnato Emiliano al Bloom, dove era andato a parlare con i Verdena per il suo libro, al mattino avevo ascoltato qualche traccia dal suo MacBook.

In tutte le interviste si finisce per parlare solo dei testi. (N.C.)

Il problema del primo disco era la sua parsimonia. Capita, quando si fa tutto da soli nel chiuso di una cameretta, di centellinare le idee con il minimo sindacale di generosità, buttare la palla in avanti e chiudersi in difesa. Musicalmente parlando, Velleità, Door Selection e così via, regalavano dieci secondi di incanto e poi non uscivano da un impianto rigidissimo e sicuro: non si può negare che funzionassero, ma nemmeno che richiedessero un discreto sforzo per accordarsi secondo la loro chiave musicale e sentimentale. Per forza poi ci siamo messi a sezionare le parole (anche qui lo abbiamo fatto, a modo nostro). Andare a interpretare i testi dei Cani, due anni fa, voleva dire scontrarsi sodo contro un muro aureliano di incomprensione. “No guarda, non sai di chi sta parlando in quella canzone, non puoi capire”, mi hanno detto una volta. L’idea – sostenuta tanto da avversari quanto da sostenitori del gruppo – che i testi dei Cani fossero preferibilmente inquadrabili in un grande romanzo collettivo avente Roma (Nord) come scenario non mi andava giù, anche se in quanto cresciuto in Brianza (che è la romanòrd di Milano) potevo capire benissimo tante dinamiche di quell’epica per nulla interessante. Ci è voluto un anno di assorbimento inconsapevole (mitridatizzazione, se volete) e soprattutto un cut-up di Capra per farmi arrivare al senso delle parole di Niccolò Contessa, di cosa stessero realmente parlando: di una generazione intera, e non soltanto di una scena; dei protagonisti di una commedia nera, e non soltanto dei tristi personaggi di un reality hipster; degli oggetti di cui è composto il mondo in cui la generazione e i personaggi di cui sopra si muovono, e non soltanto dei feticci di una manica di viziati.

«Proprio come me e te.»

Arrivarci non è stato immediato. Non capisco mai gli entusiasti della prima ora: sono capace di intuire il valore di una cosa al primo ascolto (altrimenti non farei il lavoro che faccio), ma non sono disposto a sposarne i principi se non dopo almeno una decina di ascolti. Così è accaduto con il disco-prima dei Cani, le cui canzoni si sono accomodate nel mio cervello autoinvitandosi come erbe infestanti. Non ero (e non sono) ancora pronto a promuovere il disco-prima, che a fine ottobre – a sorpresa – arriva il disco-dopo. E di quel mucchio di erba infestante Glamour ha fatto il raccolto. Se solo con il tempo avevo apprezzato la poetica dell’esistente e condiviso di Niccolò Contessa, ora ne ero immediatamente padrone, come se il disco-prima non fosse stato altro che propedeutico al disco-dopo, attribuendone da subito uno status superiore perché teleologicamente determinato. Ma in questo tempo non ero solo io ad aver cambiato prospettiva: I Cani di Glamour sono un gruppo più generoso. Le canzoni (CANZONI) non si arroccano dietro buone idee, ma le propongono una dietro l’altra, non appena se ne sente il bisogno. Quando un pezzo vira non lo fa solo perché è arrivato il momento canonico del bridge (che peraltro non è mai una virata), ma perché un’altra idea è arrivata a cambiare le cose. Spesso non basta nemmeno tanto: uno stacco citazionista, un passaggio che alza il volume, un attacco di chitarre, ed ecco arrivare la canzone.

Tutti dicono che è cantautoriale, ma questo disco in realtà è molto rock, se così si può dire senza che suoni come un insulto. (N.C.)

Dietro questo disco non c’è soltanto una rielaborazione intellettuale solitaria di un macro-genere (il punk) nelle sue accezioni pop ed elettroniche (una fonte di ispirazione che non manca di farsi sentire in Twee o Vera Nabokov), ma ci sono precisi riferimenti lirici, musicali, ma soprattutto culturali: De Gregori è il creatore dell’atteggiamento del protagonista di Lexotan, non soltanto il padre di una citazione; Violent Femmes, New Order o Pixies sono i pretesti per un gioco (il gioco a costruire grandi canzoni pop secondo stili molto diversi: Lexotan, Twee, Vera Nabokov); i Monty Python sono un consumo quotidiano familiare* che ha lasciato le sue tracce più di Giacomo Leopardi (San Lorenzo); Fabrizio De Andrè è semplicemente il creatore (o il traduttore da Brassens) di un sintagma (Storia di…) e non il FABER; i Baustelle sono uno specchietto per le allodole che funziona fino a un certo punto, finché serve; i Gazebo Penguins o i Fine Before You Came il mondo al quale questo disco guarda non soltanto per una convenienza estetica; Pasolini è Jay Z.

Oggi ci sentiamo tutti in passerella sui social network, dove postiamo quello che ci rappresenta e cerchiamo di dare un’idea precisa di chi siamo: però non sappiamo nemmeno chi siamo, tipo se siamo per il disimpegno o attivisti. (N.C.)

L’importanza di Glamour, però, non è solo nel fatto che è un disco migliore del precedente in termini di profondità. Se volessimo trovargli un concetto-guida, sarebbe la normalità: l’impossibilità psicologica di sentirsela addosso e l’impossibilità reale di uscire dai suoi vincoli per niente fotogenici, dal suo inesorabile dominio sopra le nostre fantasie. Glamour prende a schiaffi le pretese di sentirsi protagonisti di un romanzo a puntate da pubblicare a cadenza quotidiana sui social network, e – cosa bellissima – non lo fa castigando i costumi, ma calandosi e autoaccusandosi senza vergogna. Se il disco-prima aveva alcuni tratti della satira (quella romana, ma anche un po’ romanesca), il disco-dopo è serissimo e divertente come una battuta di humour nero. Di più, se selfie è stata la parola del 2013, Glamour è stato il disco del 2013, e non solo su carta, o su vinile. Così, quando I Cani sono passati dai Magazzini Generali un paio di settimane fa, io sono andato a sentirli. Dopo il debutto assoluto del MI AMI 2011 e un’altra performance non esaltante (proprio ai pessimi Magazzini), l’altra sera sono rimasto sorpreso da quanto un gruppo “da cameretta” fosse diventato negli anni (due) una cosa che funziona dal vivo: suoni ottimi, live pieno di pacca, pubblico agitato da matti. Alla fine le pareti ricoperte di condensa del club erano sufficienti a farmi capire quanto fossi stato vicino all’esperienza di un concerto dei Verme senza i Verme. Sì, questa cosa l’avevo scritta anche parlando di Max Pezzali, ma qui non ho voglia di chiudere nessun cerchio, piuttosto di dire che pur in un anno in cui ho frequentato ben pochi concerti, la data dei Cani a Milano è stata un momento importante.

«Vorrei stare sempre così, avere cose pratiche in testa.»

* I virgolettati che compaiono qui e là vengono da un’intervista che per lavoro ho fatto a Niccolò. A parte il momento imbarazzante in cui mi son sentito in obbligo di chiedergli qualcosa sui Forconi, tutto è andato bene. Specialmente per il fatto che il mio dubbio che dietro San Lorenzo ci fosse una certa confidenza con la Galaxy Song dei Python non era semplicemente un’illazione: “a casa non so perché avevamo una cassetta di The Meaning of Life: per quel pezzo come per gli altri in cui occorrono citazioni non ho mai cercato di ispirarmi a qualcosa di specifico, ma di suonare come I Cani, però non posso negare che tutto quanto abbia influito e che gli ascoltatori lo sentano”.

Annunci

Informazioni su pucci

no, non ho detto noglia.
Questa voce è stata pubblicata in dischi 2013, musica itagliana, non così noiosa questa musica qua, recensioni sbagliate e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...