Rock duro e tosto (cit.), ovvero due righe sull’ennesimo GENIO incompreso

Oggi ha compiuto settant’anni quel drogato maledetto di Jimmy Page. Il casino in cui si incappa parlando di uno come Jimmy Page è che il personaggio è andato da un’altra parte rispetto ai meriti effettivi del musicista ed è stato dai più incompreso, anche per colpa del ciclo epico-snuff nel quale gli psicotropi andavano a molestare fegato e neuroni con la verve di Achille con il cadavere di Ettore. Così James Patrick Page è diventato Gimmipeig, il sacerdote del rock duro e tosto (cit.), altrimenti noto come RUOCK, a causa delle ondate nefaste di ogni specie di revisionismo. L’aggravante del culto di Gimmipeig è che a osservarlo non sono soltanto gli aspiranti artisti delle sei corde, ma anche gli effettivi manovali della musica, oltre ai consueti incompetenti di ogni sorta: tutti quanti accomunati dalla falsa credenza che Jimmy Page sia stato il più grande chitarrista della storia e non semplicemente – si fa per dire – un talento inventore unico.

Quando col mio amico simonerossi qualche volta capitava di suonare insieme, se per caso strimpellavo Hey Joe – notoriamente una delle dodici canzoni che so suonare con qualsiasi strumento – prima o poi alla fine del giro il buon simonerossi si rivolgeva a me per dirmi: “e Jimmy Page con queste due note in croce ci ha fatto una canzone intera, diobò”. Fra il complimento e l’insulto (si sa del resto che gli Zeppelin hanno rubato a destra e manca e a destra e manca hanno finito per pagare salati interessi, altre grandi anticipazioni del pop odierno), il fatto puro e semplice che sopra tre note – de-den de-den deen – Page avesse costruito uno dei suoi più grandi successi era sufficiente, e ogni discorso musicale dovrebbe avere la decenza di fare così, fermarsi sempre un po’ prima. Portando il processo di inventio retorica al livello di comprensione di un camionista ubriaco Page ha trasformato una formula di passaggio blues in un riff, storicamente parlando le conseguenze estreme di quello che avevano fatto con i power chord gente come Kinks e Who, ma soprattutto portando alla luce sì il metal – e va bene, pure il TG1 lo ha detto – ma in generale una forma di musica modulare, che poi è ciò che ascoltiamo da circa quarant’anni. Tutto ciò suonando da dio, è chiaro, ma non scomoderemo le classifiche degli assoli per dirlo. Piuttosto le piccole cose come il tocco – fece notare una volta il Samoano, il migliore chitarrista italiano.

Un’ultima cosa.

Jimmy Page – lo sa pure mi nonna – è stato uno dei più attivi turnisti fra 1963 e 1968 in Gran Bretagna, un periodo seminale (nel senso di sperma) per la musica pop, e la playlist che oggi Spotify UK ha dedicato a Page non ha disdegnato le sue esperienze da manovale del rock (alcune sorprendenti anche per me). Ho provato a unire queste canzoni ai brani dell’ormai introvabile doppia compila Jimmy Page: Session Man (nella quale sono raccolte le migliori prove del Page turnista): l’idea che ti fai – se capisci quale delle dodici chitarre è quella di Page – è di un ragazzo che sta letteralmente imparando e tirando a campare. Se da una parte certe robe garage hanno dato un’impronta inconfondibile al suo stile, o le cose post-Dylaniane dei tardi ’60 (come con quel genio incompreso di Donovan) lo hanno condizionato profondamente sul lato folk, altre memorabili cazzatelle come Downtown It’s not Unusual non dicono niente sulla storia dell’artista, altre sono addirittura momenti imbarazzani. Questo per dire che sì, oggi ricorre la giornata mondiale dei turnisti, è la festa del loro santo patrono, ma è soprattutto la festa di un tirocinante: a un certo punto tocca mollare Ramazzotti e Pausini – che comunque non sono Tom Jones o Petula Clark – e cominciare a inventare qualcosa.

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no, non ho detto noglia.
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