Cose belle trovate a caso #1: Charles Ives

Ives

Quello a sinistra.

Una dei primi doni che il 2014 ha fatto all’umanità è stato Forgotify. I siti di news musicali di mezzo mondo ne hanno parlato non appena è saltato fuori (con conseguente crash del sito, che comunque ora funziona di nuovo benissimo) ma lo rispiego in due parole. Dei 20 milioni di brani presenti su Spotify, 4 milioni non sono stati mai ascoltati nemmeno UNA volta: Forgotify ti fa ascoltare canzoni prese a caso da questo gigantesco cassone di un autogrill virtuale. Se non l’avete mai provato vi riassumo in una frase di PopTopoi l’esito di un giro su Forgotify: «Forse è lì che Kanye sceglie i suoi sample», ma anche i vecchi Elio e Le Storie Tese dei tempi d’oro, quelli del lavoro di Max Costa su Cicciput raccontato in quel capolavoro letterario che è Vite Bruciacchiate.

Comunque, fra cantautori bacchettoni fuoriusciti dal Ku Klux Klan e synth-folk-pop induista, ultimamente grazie a Forgotify ho trovato una perla, la mia nuova fissa: Charles Ives. Ives (1874-1954) era un compositore americano dei primi del Novecento assolutamente unico: nel suo repertorio si alternano cantate, sonate, sinfonie, tutte contraddistinte da uno sperimentalismo anarchico fatto di dissonanze e melodie che distorcono inni, carole e canzoni popolari, trasportandole su un piano di assurde pretese e messaggi patriottici deliranti. Se ascoltate questo disco di canzoni composte fra il 1894 e il 1915, quello suggeritomi da Forgotify, troverete qualcosa che richiama Kurt Weill con vent’anni di anticipo, le opere post-neo-romantiche che i teatri lirici di mezzo mondo infilano nei programmi fra un Verdi e l’altro, la testimonianza di uno sforzo titanico solitario per portare la bitonalità dei suoi contemporanei Stravinskij e Bartók alla dodecafonia del suo successore Schoenberg.

(EDIT: questo post aveva un embed di Spotify, eliminato per ottemperare a quel delirio ottuso chiamato Cookie Law. Se anche tu vuoi far sapere ai nostri legislatori che forse i blog di musica indipendente non sono come Google o Facebook o Apple o Gesucristo, firma la petizione al seguente link: http://bloccailcookie.org/ )

Gli esiti sono chiaramente alterni: da una parte sembra di ascoltare una di quelle tracce da musical off-off-Broadway giustamente ridicolizzate in ogni sitcom ambientata a New York; dall’altra ci sono insospettabilissime anticipazioni del pop, tipo come questa perversione di carola natalizia che del tutto a caso anticipa un ritornello di Sting (le note sono sette, bla bla). E questi momenti profetici non sono solo merito dell’esecutore moderno: per scoprirlo basta ascoltare in streaming – meraviglia delle meraviglie – un disco di registrazioni dello stesso Ives. Nel 1923 poi, non si capisce per quale malanno ottocentesco che lo colpisce, il buon Ives smette di comporre e si dedica esclusivamente al lavoro di assicuratore: in una trentina d’anni di carriera il nostro ha messo da parte un centinaio di canzoni stortissime (molte delle quali dedicate a Abraham Lincoln e Ralph Waldo Emerson, i suoi idoli), variazioni musicalmente anarcoidi su canti patriottici (la sua Variations on ‘America’ composta appena diciottenne per organo viene ormai eseguita solo per orchestra perché troppo complessa) e quattro sinfonie. La quarta specialmente mi lascia esterrefatto: un’opera in quattro movimenti gigantesca, quasi mahleriana per follia progettuale, con un’orchestra variabile in numero (dai 50 ai 100 componenti, a seconda del movimento) che conta l’apporto di strumenti assurdi fra cui l’introvabile Harmonium di Leon Theremin (quello del Theremin), un coro, due direttori d’orchestra per maneggiare al meglio le sezioni dello spartito nel quale i ritmi si incasinano. Non è un caso che questa sinfonia sia stata eseguita integralmente UNA SOLA VOLTA nella storia, dieci anni dopo la morte del compositore dopo un lavoro di filologia e arrangiamento che manco il finale della Turandot.

I due maestri si incrociano nell’unica esecuzione della quarta sinfonia di Ives

Spingere presso il pubblico giovane di oggi questo ragazzetto del XIX secolo mi serve anche per dire due cose sul servizio che me l’ha fatto scoprire e l’ecosistema in cui questo è nato. Parto da alcune sagge frasi pronunciate dal CEO di Beats, quando il servizio americano simil-Deezer/Spotify è stato lanciato qualche settimana fa: “non importa il numero di brani disponibili in streaming, ma quelli che realmente la gente vuole sentire – ha detto Ian Rogers in un’intervista con The Verge –  gran parte degli archivi dei nostri concorrenti è composta da quello che non esito a definire spam”*. Il secondo passaggio è una notizia di qualche giorno fa, quando abbiamo scoperto che a popolare il mondo dello streaming-spam non c’è solo la prevedibile sfilza di versioni-karaoke di successi pop, ma anche una sorta di canzoniere SEO (cioè, canzoni su qualsiasi argomento immaginabile purché invitante per le stringhe di ricerca su Google) al quale un genio intervistato da Noisey si è dedicato negli ultimi anni facendone una vera professione.

Cura editoriale e buoni algoritmi sono necessari per la sopravvivenza di un servizio di streaming musicale che voglia sconfiggere la concorrenza, ed eliminare gli elementi di disturbo come lo spam (quello delle brutte cover, ma in parte anche quello SEO-oriented) è importante per migliorare l’offerta. Chiaramente non possiamo catalogare l’opera di Charles Ives come spam, ma il rischio che il legame semantico fra contenuti digitali releghi in un angolo tanto ottimo materiale anarchico e inclassificabile è concreta, e la possibilità che qualche curatore si lasci scappare capolavori ignoti ancora di più. Specie finché le piattaforme saranno interessate soprattutto alle classifiche di ascolti e alle condivisioni sui socialini, specie in un mondo di ascoltatori che si sta omologando sempre di più lungo la pericolosa strada dell’opinionismo (basta osservare le classifiche dei dischi degli ultimi cinque anni per avere un’idea delle proporzioni goebbelsiane del fenomeno). Forgotify quindi non ha solo il merito di far scoprire piccoli tesori sommersi o schegge impazzite di LOL – il tutto SENZA PRETENDERE DI CONOSCERTI – ma anche di vanificare sparate luddiste come “c’è più musica di quanta se ne possa ascoltare in una sola vita” (vero, ma ci sono anche altrettante orecchie oltre il proprio paio personale). No, collegare musica e orecchie lontane fra loro è una cosa difficile che a Forgotify riesce con una stupida trovata, e mai come oggi idee alternative e buoni algoritmi fanno un buon servizio alla musica digitale, nel momento in cui questo mercato sta crescendo (nel 2013 in Italia lo streaming è cresciuto del 182% che è tutto dire per un paese “tecnoleso” come questo). Certo, rimane il terrore (o l’augurio) che a un certo punto la miniera di Forgotify esaurisca la sua vena d’oro, che rimanga solo la merda che non fa manco ridere, poiché la merda decente (o addirittura meravigliosa) è stata già ascoltata da qualcuno; oppure che non ci si trovi proprio niente – e allora spero già che qualcuno si faccia avanti con un Forgotify di brani ascoltati una volta sola, e così via. Ma finché durerà, il giochino sarà una gioia per le orecchie e l’intelletto.

* traduzione mia, un po’ a casaccio, aggiustando le frasi originali (come facciamo noi del giornalismo mainstream)

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no, non ho detto noglia.
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