I festival son tutti uguali, fanculo i festival (o forse no)

lineup

L’ho rifatto. Stavolta non pretendo ci crediate. Quello qui sopra è il cartellone di un festival inesistente, il festival più inflazionato d’Europa. Ora mi spiego.

Qualche giorno fa PopTopoi ha linkato su twitter un articolo del Guardian nel quale – all’indomani dell’uscita dei nomi del Lollapalooza 2014 – l’autore si chiedeva con un po’ di cinismo se ormai tutti i festival estivi non si assomigliassero troppo, con riferimento specialmente alle rassegne oltreoceano. La domanda è valida però anche da questa parte dell’Atlantico: i festival sono tutti uguali? Allora ho provato a mettere a confronto le lineup di quindici festival europei, tanto per capire se effettivamente anche qui da noi un cartellone vale l’altro. I festival che ho esaminato sono molto diversi fra loro per generi, pubblici di riferimento, durata, e molto altro ancora, ma sono in media le rassegne più importanti del continente e, come vedrete, hanno molto più in comune di quanto non possa sembrare.

I festival scrutinati sono (in ordine cronologico di calendario):

Pitchfork Festival (31 ottobre – 2 novembre: Parigi, Francia);

Rock in Rio Lisboa (25 maggio – 1 giugno: Lisbona, Portogallo);

Primavera Sound (28-31 maggio: Barcellona, Spagna);

Rock Am Ring (5-8 giugno: Nürburgring, Germania);

Sónar (12-14 giugno: Barcellona, Spagna);

Inmusic Festival (23-25 giugno: Zagabria, Croazia);

Glastonbury (25-29 giugno: Pilton, Inghilterra);

Roskilde Festival (29 giugno – 6 luglio: Roskilde, Danimarca);

Rock Werchter (3-6 luglio: Werchter, Belgio);

Montreux Jazz Festival (4-19 luglio: Montreux, Svizzera);

Exit (10-13 luglio: Novi Sad, Serbia) (N.B. i QotSA suonano l’11 giugno);

Pukkelpop (14-16 agosto: Hasselt, Belgio);

Sziget (11-18 agosto: Budapest, Ungheria);

Rock En Seine (22-24 agosto: Parigi, Francia);

Reading/Leeds (22-24 agosto: Reading e Leeds, Inghilterra).

Si premetta che delle quindici lineup considerate, solo cinque (Primavera Sound, Sonar, Pukkelpop, Roskilde e Montreux Jazz) hanno numeri paragonabili fra loro (sui cento nomi e oltre), e alcuni di questi cartelloni (Sziget, Rock En Seine) sono dichiaratamente ancora in costruzione. Infine, al di là dei generi toccati dai diversi festival, si premetta anche che un esame dei cartelloni non può prescindere dal considerare le diverse durate delle rassegne: alcuni festival (Glastonbury, Primavera Sound) durano lo spazio di un fine settimana o poco più; altri (Roskilde, Sziget) durano una settimana piena; altri ancora (Rock in Rio, Montreux Jazz) hanno tempi più lunghi e finiscono quasi per assomigliare a quei ripieghi di rassegne che siamo abituati da un po’ di anni a veder dominare la scena italiana (Rock in Roma e City Sound Milano, per chi non avesse capito). Queste analisi non pretendono di avere i caratteri della scientificità o della definitività: mancano troppi dati e non sono così crudele da ignorare che le condizioni che portano alla definizione di una lineup sono molteplici e spesso affidate al caso o a logiche commerciali che superano la coerenza artistica. I dati che propongo servono solo a farsi un’idea di come gli organizzatori debbano contendersi certi nomi; cosa offre il nostro continente in termini di grossi eventi musicali; quale panorama abbia davanti agli occhi un fan alla ricerca del festival perfetto. Ultima nota, il festival organizzato da Pitchfork a Parigi non è estivo (si è anzi già tenuto) ma è stato incluso nella lista per una ragione: il cartellone che per primo conta certi nomi ha un valore particolare. Chiaramente, se la lineup del Pitchfork Paris si rivelerà ricca di nomi inflazionati, sarà giusto riconoscere agli organizzatori la capacità di anticipare le scelte; viceversa, più tardi un festival si terrà, più crescerà il rischio del “già visto”.

grafico festivalOra i numeri. Degli 898 nomi complessivamente contenuti in tutte le lineup la stragrande maggioranza (704, il 78%) compare una sola volta: in qualche caso si tratta di astri nascenti che hanno vinto la lotteria e si ritrovano su un palco internazionale, o semplicemente glorie locali; in qualche altro caso, i nomi che compaiono una sola volta sono esclusive piuttosto pesanti, di quelle che possono convincere un fan a scegliere una rassegna al posto di un’altra. I festival che in esclusiva possono mostrare Slint o Sky Ferreira (Primavera Sound), Dolly Parton o Elbow (Glastonbury), Ellie Goulding o Pearl Jam (Rock Werchter), Pharrell Williams o Robin Thicke (Montreux Jazz) o addirittura The Bloody Beetroots e Red Fang (Pukkelpop), hanno semplicemente qualcosa di più da offrire rispetto ai concorrenti, a volte qualcosa di grande valore artistico o di enorme richiamo popolare.

La seconda fetta più grande nel novero degli artisti (116, il 13 %) riguarda le “quasi-esclusive”: artisti e band che suoneranno in due soli festival fra i quindici considerati. Spesso sono nomi molto importanti, reunion attese per anni (Neutral Milk Hotel: Pitchfork Paris e Primavera Sound), carrozzoni della terza età (The Rolling Stones: Rock in Rio Lisboa e Roskilde), vecchie glorie che si sono inventate qualche trovata come il concerto con canzoni a richiesta (Metallica: Rock Am Ring e Rock Werchter) o ritorni davvero interessanti (Neneh Cherry: Sónar e Pukkelpop). Altre volte sono nomi “freschi” che promuovono dischi usciti negli ultimi tre mesi (The War on Drugs; Perfect Pussy; Wolf Alice; Tinariwen) o in uscita (EELS; Kelis; Lana Del Rey). Altre volte sono artisti che hanno perso un giro, che ritornano a promuovere il disco dell’anno scorso dopo aver saltato alcuni festival nel 2013 (The National; Jon Hopkins; Nine Inch Nails) o progetti alternativi (Röyksopp & Robyn), quasi tutti – nel complesso – di grande richiamo.

Solo 54 nomi invece compaiono in almeno tre festival: li considero i nomi “rari” e contano artisti veramente importanti (Arcade Fire e OutKast), popolari (Stromae e Macklemore & Ryan Lewis) e per molti versi interessanti (St. Vincent e CHVRCHES): unendo questi agli “esclusivi” e ai “quasi esclusivi” si può già concludere che la parte decisamente maggiore (97%) dei cartelloni europei è costituito da presenze non fisse che garantiscono una discreta varietà e un discreto imbarazzo della scelta.

Passando dall’altra parte della questione, cioè quali artisti dominino le scene nei festival europei, la palma assoluta dei vincitori va ai Queens of the Stone Age: con 8 festival su 15, il gruppo di Josh Homme spadroneggia nonostante già la scorsa estate avesse affrontato un tour promozionale per l’ultimo decentissimo album. Al secondo posto fra gli inflazionati le Warpaint, con 6  festival su 15. Questi due nomi insieme con gli altri 22 che prenderanno parte ad almeno 4 festival costituiscono la lineup immaginaria di cui sopra, il nostro personale festival degli inflazionati. Si tratta di artisti che hanno un album in uscita o pubblicato da poco, e molta molta elettronica (la gente ai festival vuole ballare, bisogna farsene una ragione): almeno un paio di questi nomi – lo ammetto candidamente, ma non vi dico quali – non li avevo mai sentiti nominare. Altri sono fin troppo pop. In ogni caso, un festival che possa contare tutti e 24 questi gruppi e cantanti – per quanto poco originale – farebbe faville. Peccato che per organizzarlo servirebbero dieci vite e i soldi di Paperon de’ Paperoni.

Al netto di lineup non ancora complete e programmazioni differenti (poi andremo anche su quell’argomento), possiamo ordinare così i 15 festival secondo un fattore di originalità, considerando in che percentuale il cartellone è costituito da nomi condivisi da tre o più rassegne. Il risultato è questo:

  1. Sónar (10,7143 % della lineup presente in almeno altre due rassegne);
  2. Rock in Rio Lisboa e Rock Am Ring (11,6279 %);
  3. Primavera Sound (13,369 %);
  4. Roskilde (13,8365 %);
  5. Montreux Jazz (20,8791 %);
  6. Pitchfork Paris (20,9302 %);
  7. Pukkelpop (24,1667 %);
  8. Rock En Seine (34,6154 %);
  9. Reading/Leeds (35,7143 %);
  10. Exit (36,3636 %);
  11. Rock Werchter (36,3636 %);
  12. Inmusic (42,1053 %);
  13. Glastonbury (42,1687 %);
  14. Sziget (46,4286 %).

Ovviamente – in quanto incapace della matematica – non posso dare un calcolo preciso delle condizioni che attenuino la classifica soppesandola al netto delle variabili (lineup ancora da definire, etc.), ma “a sentimento” si può osservare come Glastonbury, a cartellone virtualmente chiuso, si riveli il meno originale dei festival europei a questo giro e come il Pitchfork Festival di Parigi, per quanto con mesi di anticipo sugli altri, non abbia avuto artisti che avrebbero poi affollato le altre rassegne rivelandosi non eccessivamente preveggente. Per stabilire l’originalità assoluta, varrà la pena contare nei quindici cartelloni quanto spesso ricorrano i 24 nomi più inflazionati, quelli della lineup immaginaria, e otteniamo questo:

– Pitchfork Paris: 1 nome (Earl Sweatshirt);

– Rock in Rio Lisboa: 2 (Ed Sheeran; Queens of the Stone Age);

– Primavera Sound: 11 (Darkside, Disclosure; Earl Sweatshirt; Haim; Jagwar Ma; Metronomy; Moderat; Pixies; QotSA; Temples; Warpaint);

– Rock Am Ring: 5 (Crystal Fighters; Haim; Jake Bugg; QotSA; Rudimental);

– Sónar: 3 (Lykke Li; Moderat; Rudimental);

– Inmusic: 4 (Crystal Fighters; Jagwar Ma; MGMT; Pixies);

– Glastonbury: 13 (Crystal Fighters; Disclosure; Ed Sheeran; Jagwar Ma; Jake Bugg; London Grammar; Metronomy; MGMT; Pixies; Rudimental; Skrillex; Temples; Warpaint);

– Roskilde: 9 (Arctic Monkeys; Damon Albarn; Darkside; Earl Sweatshirt; Haim; Kavinsky; Lykke Li; Moderat; Warpaint);

– Rock Werchter: 12 (Arctic Monkeys; Crystal Fighters; Damon Albarn; Haim; London Grammar; Lykke Li; Metronomy; Moderat; Pixies; Rudimental; Skrillex; Warpaint);

– Montreux Jazz: 10 (Damon Albarn; Darkside; Earl Sweatshirt; Ed Sheeran; London Grammar Lykke Li; Metronomy; MGMT; Moderat; Temples);

–  Exit: 7 (Damon Albarn; Disclosure; Gorgon City; QotSA; Rudimental; Skrillex; Sub Focus);

– Pukkelpop: 7 (Darkside; Disclosure; Ed Sheeran; Jake Bugg; Kavinsky; QotSA; Temples);

– Sziget: 6 (Darkside; Jagwar Ma; Kavinsky; London Grammar; QotSA; Skrillex);

– Rock En Seine: 5 (Arctic Monkeys; Jake Bugg; Kavinsky; QotSA; Warpaint);

– Reading/Leeds: 7 (Arctic Monkeys; Disclosure; Jake Bugg; Metronomy; QotSA; Temples; Warpaint).

Di nuovo Glastonbury non brilla per originalità: all’interno di un programma pieno di nomi presentati anche dai concorrenti, i nomi in assoluto più in voga sono la maggioranza. Chi sceglie altri festival, insomma, rischia di vedere lo stesso programma di Glasto e molto di più. Fatti questi calcoli e queste considerazioni possiamo chiederci: che peso ha questo tasso spannometrico di originalità nella valutazione della qualità di un festival? Un peso molto relativo, rispondo, è chiaro. Come dicevo sopra, sono le differenze a contare, gli artisti che non entrano in queste statistiche. Per questo, però, le percentuali sono sempre significative: all’interno dell’86 % circa di cartellone “esclusivo” del Primavera Sound, ad esempio, c’è statisticamente più probabilità di trovare qualcosa che corrisponda ai propri gusti, nomi che “valgano il viaggio”. Naturalmente, all’interno dei nomi esclusivi, ognuno dovrà fare la sua scelta in base all’identità stilistica e culturale di ciascuna rassegna, chi più virata sull’elettronica, chi sul rock, chi mescola pop e jazz senza ritegno e chi programma quasi solo “robe da stadio”.

Andare a consultare con cura i nomi di cantanti e gruppi che si esibiranno (o si sono esibiti) in soltanto uno o due festival è poi indicativo di qualcosa da non ignorare, sulla scia dei discorsi retromaniaci. Una volta esclusi i nomi di scarso rilievo, ci troviamo infatti davanti a due insiemi ben distinti: i nomi caldi, cioè quelli di chi ha pubblicato fra 2013 e 2014 il suo disco e gira per promuoverlo; i nomi freddi, cioè le reunion e gli artisti che hanno già promosso il loro disco nel corso della passata stagione festivaliera. Lascio a voi le considerazioni a tal riguardo, se i nomi caldi prevalgano in generale su quelli freddi e quali rassegne puntino più su vecchie glorie che non su nuove promesse: consultate liberamente i fogli excel che ho compilato nei giorni scorsi e fatevi un’idea di quale festival sia il migliore al netto dei vostri interessi, delle nostalgie e delle novità.

Un’ultima riflessione (la solita, ciclica, ma stavolta un po’ in anticipo) va fatta sulla situazione in Italia: qualcosa forse sta cambiando, molto molto lentamente e in un panorama scoraggiante. Le “rassegne” più grandi e in vista possono vantare lineup quasi all’altezza del resto del continente, con il solito inconveniente per il fan squattrinato medio: tre o quattro date dei nomi in programma vengono a costare quanto l’abbonamento per una rassegna vera e propria che ti permette di ascoltare l’intero programma di un Rock in Roma. Festival che sembravano promettere bene in fatto di rilevanza internazionale sono scomparsi nel nulla (A Perfect Day). Una rassegna intelligente come l’Ypsigrock che finora ha annunciato solo un nome, per quanto interessantissimo (Sun Kil Moon), paga l’oggettivo svantaggio di tenersi a Castelbuono (non me ne vogliano i siciliani, ma da Milano conviene quasi recarsi a Novi Sad). Di qualche settimana fa, infine, l’annuncio della seconda edizione di unaltrofestival, questa volta non solo a Milano ma anche a Bologna, con il meccanismo delle lineup incrociate stile Reading/Leeds, e con primi nomi all’altezza di medie rassegne continentali (fra cui gli inflazionati della nostra lineup immaginaria MGMT e Temples). Sfuma per ora il progetto (mio e di un altro mio pazzo omonimo) di organizzare un enorme coso al Parco Nord di Milano. Per ora.

parco nord

 

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9 risposte a I festival son tutti uguali, fanculo i festival (o forse no)

  1. whiskyfacile ha detto:

    non aver neppure citato i carcass è riprovevole!

  2. pucci ha detto:

    Ahah vero, sono un sellout totale del metal, ormai. Il fatto che compaiano in un solo cartellone rende ovviamente Roskilde il festival preferito ufficialmente dallo staff di musicanoiosa.

  3. andrà tutto bene ha detto:

    Ti seguo assiduamente e mi piaci (no, non ce sto a provà!). Ma davvero ritieni che un festival della durata di 3 giorni con 60 palchi può effettivamente definirsi a “a cartellone virtualmente chiuso” con una lineup annunciata con meno di 100 acts? Orsù, non diciamo castronerie! (e si, sono molto di parte)

  4. pucci ha detto:

    posso dirlo per due ragioni:
    1) Glastonbury ha presentato 83 nomi, non proprio due: si tratta della settima lineup su quindici (metà alta della classifica) in termini puramente quantititativi.
    2) Roskilde ha presentato 160 nomi (il doppio) e si tiene la settimana successiva e il Pukkelpop ne ha presentati 120 per un festival che viene addirittura due settimane dopo. entrambe le rassegne citate hanno meno palchi, chiaro: ci rivediamo con gli excel in mano quando Glastonbury completerà la lineup con gli altri 600 nomi.
    quindi o gli organizzatori di Glastonbury sono clamorosamente in ritardo, e allora devono mettersi al lavoro; oppure non svelano coscientemente il resto degli acts (perché magari non sono di grandissimo richiamo) e in questo caso il cartellone può considerarsi chiuso per quello che riguarda questa mini-analisi. mini-analisi che – lo ripeto – non ha caratteri scientifici: ad esempio il programma dello Sziget e di Rock en Seine come minimo si quintuplicherà, e allora magari certi ragionamenti andranno rivisti; oppure, si possono paragonare mele e arance come festival che durano 3 giorni e festival che durano due o tre settimane? no. possiamo equiparare programmi che contano due volte lo stesso artista, una live e una in djset? nemmeno. (a tal proposito, ho corretto le statistiche fin da principio, per esempio nel caso di James Holden che in più di un festival farà due performance diverse)
    ma qui si parla di quello che hanno annunciato gli organizzatori finora, le campagne di arruolamento dei fan festivalieri, e ognuno ha le sue strategie: chi punta a dire tutto subito e chi svela le parti meno succose del programma più tardi. insomma, i conti veri li possiamo fare soltanto dopo l’estate, ma il punto che mi interessava sviscerare era un altro, e ci ritorno dopo il prossimo paragrafo.
    se poi stiamo parlando di qualità dei cartelloni perché Glastonbury ci sta simpatica, parliamone. sì, il cartellone è assolutamente all’altezza, finora: come nomi esclusivi o semi-esclusivi ci sono acts importanti, popolari, interessanti, come – per dirne due citati esplicitamente nel mio post – gli Elbow snobbati da tutte le altre rassegne prese in esame nonostante il disco uscito quest’anno, o Lana Del Rey che è quasi in esclusiva e il cui nuovo disco deve uscire ancora. altri festival, l’ho scritto fra le righe, hanno lineup piene di esclusive che sono solo “nomi freddi”, reunion e carrozzoni vari. oppure hanno gruppi che il giro promozionale l’hanno fatto già lo scorso anno: se mi aiuti, facciamo una classifica OALD NEWS e ci mettiamo il Primavera in testa.
    MA (ecco il punto) se dobbiamo rispondere alla domanda iniziale, cioè “i festival sono tutti uguali?”, attualmente, alla luce dei nomi annunciati che sono evidentemente quelli che agli organizzatori preme di più pubblicizzare eccetera eccetera, sì Glastonbury conferma questa sconfortante impressione, più che smentirla.

  5. pucci ha detto:

    PS. per essere precisi, ho corretto le statistiche sui nomi raddoppiati SOLO nel conto relativo ai gruppi più chiamati: in fondo quello che mi importava capire era quali fossero gli artisti più richiesti e quanti festival facessero ricorso ai nomi in voga dell’anno per i loro programmi. comunque, ripeto, non mancherò di rifare tutti i conti alla fine della stagione festivaliera.

  6. andrà tutto bene ha detto:

    La tua mini-analisi (macchè mini, è un lavorone!!) è bella e appassionante davvero. il mio è solo un appunto (ripeto, totalmente di parte perchè adoro glastonbury) in quanto per me non è paragonabile a nessuno di tutti quei festival. Per le campagne di arruolamento dei fan festivalieri, per fare un esempio, non usano nessun act (grande o piccolo che sia): i biglietti vanno sold-out in pochissimo tempo, mesi prima che esca la lineup. Va da se che a nessuno importa di chi ci sarà: sarà figo di per se. è un brand, se vogliamo usare un termine markettaro, ormai.
    Per il discorso della ricorrenza di artisti nei festival, ci sono tante ragioni: se arrivi da fuori continente, ti conviene concentrare il maggior numero di date possibili in posti vicini per questioni di logistica ed ovviamente economiche. La vetrina dei festival è indiscutibilmente più interessante che una data dove sai ci saranno soltanto tuoi fan e poco più. Gli artisti (soprattutto grossi) che partecipano ai festival sono in tour promozionale. Quelli che non hanno fuori un disco o non sono in tour partecipano di rado e se l’evento è importante. Quindi fatti chessò 100 “artisti richiesti” in tour quest’estate (numero casuale), quelli sono e i festival se li dividono come possono. Per ultimo, le esclusive sono costose: non tutti i festival posso permettersi di pagare un artista per suonare solo lì.
    Sono tutti uguali, dunque? si. Ma non vedo come potrebbero non esserlo, tutto qui.
    PS: i main act di glastonbury li avevo azzeccati in anticipo: 2/3 e adesso vediamo se confermano anche il terzo del sabato sera 🙂

  7. pucci ha detto:

    sì, che poi il post dice il contrario, cioè i festival non si assomigliano poi così tanto. semplicemente Glastonbury “è un po’ più uguale degli altri”, al netto di eccetera eccetera e solo a livello di cartellone (finora) annunciato. poi ogni festival ha le sue peculiarità: se fossi stato più rigoroso avrei dovuto forse considerare solo metà dei festival scrutinati. ma poi si torna al povero fan medio qualunque, quello che ha gusti non troppo settari e alla fine, se deve spendere un paio di centoni su un festival, si scorre tutti i cartelloni a prescindere dalle differenze, pur gigantesche.
    (grazie della discussione)

  8. grazie a te, very cool debate! ci vediamo al glasto? 🙂

  9. pucci ha detto:

    purtroppo non credo, quest’anno sono io che salto un giro.
    buon divertimento, però.

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