The sound of the past, the fest of the future

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Ieri sera ai Giardini di Porta Venezia è andato in scena quello che – lo dico senza tema di smentita – è stato l’evento musicale dell’anno a Milano: Giorgio Moroder, un signore altoatesino che dall’alto dei suoi cento milioni di dischi venduti non ha bisogno di tante presentazioni, ha eseguito un dj set di suoi vecchi classici dal palco del Wired Next Fest, rassegna di incontri e altre robe messa in piedi dalla rivista di tecnologia Wired.

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Perché evento musicale dell’anno a Milano? Prima di tutto perché, se non ha avuto lo stesso numero di spettatori di Violetta al Forum o di chiunque sarà di turno a San Siro fra un paio di mesi, siamo decisamente da quelle parti. E i numeri, parrà volgare dirlo, contano ancora moltissimo. Entrare ai Giardini di Porta Venezia ieri sera dava l’impressione di quelle lente, interminabili processioni tipiche dei Festival Europei (non a caso le conversazioni su certi standard continentali si sprecavano fra la folla, e non per le imminenti elezioni europee). Insomma, il Wired Next Fest, grazie anche ad Elita che ha selezionato e organizzato i live, mi ha dato l’impressione dell’edizione 0 del Primavera Sound Festival versione milanese. E questo non solo per i numeri.
La scelta di Giovanni Giorgio è stata assolutamente azzeccata: abbastanza originale (Moroder fa dj set da meno di un anno) ma pure popolare (le canzoni composte e prodotte da Moroder sono più dalle parti dell’inno collettivo che altro, e il pubblico che alzava le mani peggio che a un concerto dei Gazebo Penguins lo ha testimoniato). Giorgione nostro è stato al centro di un velocissimo processo di riscoperta – anticipato di molti anni, nel 2005/2006, solo dal solito preveggente Samoano – grazie al pezzone omonimo contenuto nel miglior disco del 2013, Random Access Memories dei Daft Punk. Nel brano – se non l’avete ascoltato, ve lo racconto io – Moroder spiega come alcuni piccoli accorgimenti tecnici e la predilezione per i sintetizzatori gli abbia permesso di inventare, fra anni settanta e ottanta, il suono del futuro. The sound of the future era anche il provocatorio titolo di questo concerto, probabilmente scelto da Wired non senza qualche pensiero al SEO. Ieri sera, in verità, di futuro non c’era quasi niente: fra i classiconi della sua carriera, da Donna Summer (ieri era anche il secondo anniversario della sua morte) a Blondie, da Neverending Story a Take My Breath Away, da What a Feeling a Love Kills, passando naturalmente per il fondamentale lavoro solista di From Here to Eternity (comunque tutta la scaletta, quasi identica alla solita portata in giro in questo primo anno di dj set, si può ascoltare qui su Spotify), alla fine sono spiccati come novità due remix nuovi, uno di Tonight dei Coldplay, un altro – preparato per la serata – di Un’estate italiana,. L’apice del dj set è stato proprio quest’ultimo remix: il pubblico, ancorché sconcertato da una ritmica un bel po’ rivisitata, ha cantato all’unisono quel ritornello che non tutti sanno essere farina di segale del sacco di Moroder. Significativo, a dir poco, di una serata sinceramente proiettata all’indietro, più nostalgia che non visione e futurismo.

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E mentre la nostra mente volava alla pastosa voce di Bruno Pizzul, il concerto terminava fra gli imbarazzati bis. Sì, imbarazzati perché Moroder chiedeva scusa fra uno e l’altro (“questo l’avete già sentito”, diceva), nello sconcerto collettivo: questo e altri momenti discutibili (la gestione sbarazzina del volume nei momenti di audience participation su Call Me, la gestualità, i discorsi al pubblico separati dal resto a tracce spente fra cui una gran ruffianata nell’annuncio dei Daft Punk) sono semplicemente segnali dell’inesperienza di Moroder in questo specifico campo. E in fondo va benissimo così, non pretendiamo da un signore che di mestiere ha composto, arrangiato, prodotto capolavori di comportarsi come un qualsiasi dj. Certo, però, l’esperienza generale della serata è andata da subito oltre la musica, nel campo delle epifanie mistiche, e non è un caso. L’altroieri sera, sempre gratis sul palco Elita al Wired Next Fest qui a Milano, ho avuto la possibilità – fra un pubblico di dimensioni certamente inferiori – di ascoltare dal vivo i Ninos du Brasil. Non mi lancerò in una condanna della musica elettronica dal vivo, capisco senza aiuto che esistono dischi che non possono materialmente uscire dallo studio: posso però distinguere una buona pantomima da una appena discreta. In quest’ultima categoria inserisco l’esibizione dei NdB, tanto stupida quanto interessante il disco, con tutti quegli stacchi sbagliati ai tom e piatti “suonati” dal duo, tanto imprecisi quanto sono puntuali pur nel marasma latino le percussioni del disco. Questo per dire che forse il concerto del presente e magari del futuro prevede meno musica e più culto, forse basta che il gruppo o il musicista si palesino davanti al pubblico senza alcuna intenzione o pretesa di suonare alcunché, vista l’importanza che ormai assegniamo all’esserci ipostatico (nostro e dell’artista) più che al magico ricrearsi sul palco di una musica precedentemente ascoltata. Io non so se sono tanto d’accordo, ma in questo senso il dj set di Giorgio Moroder è stato molto più avanti del suo stesso materiale.

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Usciti dai Giardini di Porta Venezia ad accoglierci c’era una parata rumorosa dei tassisti che, girando intorno al parco con i loro mezzi, intendevano protestare contro il servizio automobilistico privato di Uber, il cui fondatore era ospite oggi pomeriggio del WNF. Nessuno era riuscito a sentire le loro proteste nel corso del concerto, questo è bene che i tassisti stessi lo sappiano, ma in qualche modo la loro iniziativa fallimentare ha decretato il successo di tutti gli altri: di Uber, ormai riconosciuto a tutti gli effetti come concorrente da eliminare; di Moroder, ritenuto stella di tanta rilevanza da richiamare un numero tale di persone che vedessero la protesta; di Wired e degli organizzatori, infine, abbastanza abili da comprendere tutto ciò e molto altro e portare a casa un evento che ha avuto numeri, pubblicità e qualità in parti quasi uguali.

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Tornando a piedi verso casa ho capito quindi come soltanto persone di questa caratura potrebbero mai tirare in piedi un festival musicale milanese di un certo tipo, quel quid che manca alla capitale della musica e della discografia italiane e che migliaia di milanesi ogni primavera/estate vanno a cercare a Barcellona, Budapest, Hasselt. Se mai succederà che Expo 2015 regalerà qualcosa di duraturo a Milano, sarebbe bello fosse un evento come questo Wired Next Festival: in versione ampliata, magari in un contesto più spazioso come il Parco Nord, magari anche a pagamento. E anche solo per il fatto di averci regalato (letteralmente) questa possibilità di guardare fuori di noi e fuori da questa città, il concerto di ieri – pur con tutti i suoi difetti – è stato l’evento musicale dell’anno.

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no, non ho detto noglia.
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