Otorinolaringoiatria e Primavera Sound

Esprimo un paio di considerazioni non richiestemi ma non per questo non interessanti, ma in ogni caso non interessanti, sul Primavera Sound di Barcellona a cui ci ho partecipato élitariamente pochi giorni fa insieme ad altre centonovantamila persone. Devo sottolineare che la mia partecipazione al festival ha comunque vantato una comprovata esclusività in quanto si è sviluppata in modo insufficiente e brutto a causa di una malattia brutta che colpisce le tonsille, la tonsillite. Avere trentanove di temperatura nelle ascelle e dello straripante e succoso pus nel retrofaringe già di per sé non sono condizioni che uno anela così senza motivo, non penso di dovervi spiegare poi come le stesse condizioni siano ancora meno auspicabili se ti impediscono di assistere a una sfilza di concerti della madonna per cui tra l’altro hai speso mezzo stipendio o se ti impediscono anche quantomeno di superare i dodici di etanolemia quando riesci arrancando ad assistere a qualcuno di questi. Non si è capito niente, quindi, ricapitolando, grazie a febbre e mal di gola ho visto pochi concerti e li ho visti in assoluta sobrietà e mestizia.

Ad ogni modo, se mentre accadeva tutto questo non ero di certo parco nell’esprimere giudizi di disapprovazione sul festival ma soprattutto sulla vita in generale e sulla Trinità e anche su Terence Hill, ora che sono tornato il fiore di sempre posso affermare che in fondo essere stato sobrio e solo al Primavera non è stato poi così male.

Innanzitutto il presenziare ad un qualsivoglia evento musicale con, in modo azzarderei quasi inedito, completo controllo delle facoltà mentali analitiche (che nel mio caso sono comunque quello che sono) mi ha permesso di accorgermi di dettagli e peculiarità che forse avrei perso, forse anche giustamente se penso all’economia complessiva della mia esistenza.

Tra questi ad esempio ci sono il fatto che ad un festival ubicato in Catalogna la maggior parte dei partecipanti ha i capelli biondi, parla nella migliore delle ipotesi una lingua incomprensibile derivante dal norreno (nella peggiore parla inglese) e non è quasi mai simpatica, e il fatto che il cibo che va per la maggiore tra gli affamati chimicamente sono il pad thai e la zuppetta di miso (alla quale vista la mia situazione di disagio digestivo mi ci sono affezionato un po’ come potrebbe affezionarsi Angelina Jolie ad un bambino non caucasico, o più semplicemente come potrei affezionarmi io ad una foto di Angelina Jolie). C’è anche il fatto che non si fa mai coda ai cessi chimici, e non perché questi siano tantissimi o perché si pisci ovunque (anche), ma grazie alla presenza provvidenziale di una struttura caleidoscopica salvaspazio che permette a più persone con il pene di urinarci dentro contemporaneamente senza nemmeno vedersi il pene a vicenda. Un sontuoso poliedro che non mi pentirei di definire neoclassico e che vorrei acquistare al più presto per arredare la mia spoglia cameretta. La coda tra l’altro non c’era neanche per le femmine, e questo vuol dire che anche loro avevano a disposizione qualcosa di altrettanto stupefacente, però ora mi vergogno a chiederlo alla mia amica Martina che era con me che poi chissà cosa pensa.

Comunque, per passare a parlare anche dell’aspetto concertistico dell’evento (secondario sicuramente alla gestione superba dei cessi chimici), in generale devo dire di essere rimasto molto soddisfatto dalla potenza e dalla qualità e dalla organizzazione degli impianti, dalle luci ma soprattutto dai suoni (però anche qui vai a capire se non c’entra qualche riverbero generato dall’accumulo di muco all’imbocco delle tube di Eustachio, attenzione che quelle di Falloppio sono delle cose sconce). Complice il fatto di essere adiacenti al Mediterraneo e non avere alloggi di esseri umani infastiditi dalla vita in un raggio abbastanza ampio, non c’era in effetti nessun motivo per non fare sempre il massimo del casino possibile. Ah sì, forse in effetti c’era il fatto che alcuni palchi erano inappropriatamente vicini l’uno all’altro e capitava che tu eri lì con gli occhi chiusi e la testa a penzoloni che ascoltavi i Jesu, oppure dormivi, e poi, nel tempo che alla fine di un pezzo Justin Broadrick sceglieva su itunes il pezzo dopo su cui suonarci sopra qualche monotonissima nota ambient, o che tu raggiungevi il sonno rem, dal palco vicino arrivasse a prenderti a sberloni sulla faccia la minimal techno dei Factory Floor.

Per il resto, di quello che ho visto io, in cima ci metto la promessa Pixies, una band allucinante. Tutti bravissimi, anche la nuova bassista che non si chiama Kim come l’ultima né Kim come quella prima ma Paz ed è un po’ meno figa della prima ma più figa dell’ultima, per non parlare degli altri tre signori di una certa età che se dopo di loro vedi suonare i National ti passa per sempre la voglia di dire che i National sono bravi, anzi ti vergogni anche un po’ di averlo detto in passato e ti vergogni anche un po’ per i National, e tra l’altro di certo fai fatica ad essere lucido nella critica se quando guardi i National ti ritrovi circondato da un esercito di sciacquette idrocefali che berciano parole a caso. Poi ci sono stati i Cloud Nothings, che in disco sono senza indugi tra i miei gruppi preferiti dell’ultimo lustro e che dal vivo non sembrano deludere le aspettative, però di loro ho sentito sì e no due canzoni perché poi sono stato anche giustamente trainato via come si farebbe con una Fiat Uno dell’ottantaquattro in avaria in Buenos Aires perché da lì a poco avrebbero suonato i Nine Inch Nails su un palco a quindicimila chilometri da quello e perché soprattutto i Cloud Nothings suonano gratis questa sera al Carroponte (siateci tutti). I Queens of the Stone Age mi hanno fatto schifo, però ero all’apice del mio malessere e forse a quel punto avevo quarantatré di febbre e avevo delle scimitarre infilzate nel collo e quindi dovrò per forza rivederli, anche perché il mio coinquilino che ci capisce anche molto di più di me, pur essendo immotivatamente indie, li ha visti subito dopo al Rock in Idhro e ne ha parlato entusiasticamente.

Su tanti altri (dei pochi che ho visto io) ci sarebbe molto da dire ma avendoli visti quasi tutti con Attilio lascio che ne parli lui che ne è anche certamente più in grado, e che comunque a Barcellona, diversamente da me e da se stesso quando si trova in altre città, come ad esempio nella tentacolare Ocosingo, non era affetto da malattie gravissime.

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