che fretta c’era? pt 2.

barcelona città gay.

barcelona città gay.

(continua da qui)

il risveglio è accompagnato da una turbina di boeing piantata nel mio lobo occipitale destro, pioggia, disperazione, amatriciana e dalla consapevolezza che c’è qualcuno che sta peggio di me, qualcuno rannicchiato sul divano con una terrificante coperta rosa, qualcuno con due tonsille impressioniste e trentotto di febbre. è un venerdì in cui tutti incontriamo spesso il male di vivere, probabilmente perché siamo vecchi ma non voglio lamentarmi di questo, anche se pensando a qualche anno fa immagino che mi sarei mischiato agli inglesi ed agli scandinavi ed agli australiani ubriachi dalle due del pomeriggio che sembrano costituire l’ottanta percento della popolazione del festival e sarei andato a vedere john grant anche se non so chi sia, il tizio dei bad seeds che suona gainsbourgbody/head per tentare per l’ennesima volta di farmi sposare da kim gordon, pional anche se non so chi sia, solo per il gusto di sprecare energie. invece temporeggiamo, e ci presentiamo doloranti e miserabili al parc del forum mentre gli slowdive stanno per terminare. presumo che christian o iskender, il fratello di stefano, li abbiano visti, ma non ricordo cosa mi hanno detto a riguardo: io sono istantaneamente preda dell’amarezza perché certo, fanculo le reunion, però che cazzo. il non esserci stato lì per lì mi angustia per un tempo complessivo di circa cinque minuti, ed a distanza di tempo, oggi, torna a tormentarmi per un tempo complessivo di circa quindici, perché non suonavano da vent’anni, il concerto rappresentava una sorta di grande momento catartico degli sfigati di tutto il mondo, una rivincita sociale, o almeno questo ho pensato per quei quindici minuti prima di accorgermi che posso vivere ugualmente. male, ma posso. mi trascino con christian, iskender ed altri personaggi di dubbio gusto a vedere gli war on drugs e tento, con christian, di impersonare pedissequamente il genere di spettatore che vorrei prendere a pugni, urlando cori completamente decontestualizzati (“giovanni paolo, giovanni paolo”), chiedendo smoke on the water a gran voce e muovendomi in modo indefesso: l’adrenalina a volte gioca brutti scherzi. gli war on drugs hanno fatto un disco che si chiama lost in the dream e che ti fa pensare di essere su un’autostrada della california al tramonto sulla tua porsche d’epoca diretto alla tua villa in orange county con degli occhiali anni settanta ed una pashmina al collo, se chiudi bene gli occhi e ti droghi. tento di riassaporare queste sensazioni ma è già tempo di slint. i pixies li ho volutamente ignorati, stefano e martina sono stati piacevolmente stupiti dalla loro performance e quando me l’hanno raccontato e nei giorni successivi ho dovuto fare finta che mi importasse qualcosa dei pixies per assecondarli. hanno chiuso con where is my mind e credo sia tutto ciò che c’è da sapere. ho considerato gli slint come delle sorta di divinità fino al duemilasette, quando li vidi suonare tutto spiderland proprio qua al primavera, e lo ricordo come uno dei concerti più noiosi a cui abbia mai assistito – anche se ultimamente ho visto i mum – ed attendevo con ansia una smentita quest’anno, smentita che sono andato infine a cercare sul fondo di una birra come al solito nel corso della mia vita, perché tre pezzi, compresa breadcrumb trail, mi sono sembrati sufficienti per celebrare la ristampa di spiderland e sentirmi autorizzato ad andarmene. è più forte di me, immagino che qualcuno più naif o meno naif di me potrebbe includerli nella personalissima categoria di gruppi meglio su disco che dal vivo. salto prurient come un allocco perché ci sono i deafheaven, a cui christian aveva già rovinato il pomeriggio parlandoci per ore di pesto genovese ed altri argomenti tipicamente sensibili per cinque nerd americani che suonano (quasi) black metal. martina si innamora completamente di questi poveracci, a me in alcuni frangenti ricordano gli emperor, dopo un po’di stordimento concludo che mi piacciono molto come mi sono piaciuti i dischi e come mi sono piaciuti i giudizi degli esperti secondo cui questo non é black metal – mi sono piaciuti in senso umoristico, nel duemilatredici. faccio un salto ad haxan cloak che mi permette di capire l’importanza della droga nella società contemporanea. non avevo mai visto i the national dal vivo per vicissitudini non completamente legate alla mia volontà ed alla mia pigrizia, per una volta nella vita, pur avendone grande stima ed essendo la band dell’ohio tra le mie prime scelte nella categoria musica per farmela dare in autunno/inverno – quella di musica per farmela dare in primavera/estate prevede quasi esclusivamente i foals, di cui un giorno parleremo: inaspettatamente entrambe le categorie hanno la stessa percentuale di successo del metodo stamina. arrivo al sony stage mentre attaccano i need my girl, mi viene il magone. i the national sono fondamentalmente dei fighetti stronzi snob, una categoria personologica in cui mi riconosco perfettamente, il cantante è palesemente ebbro e mi dicono che non è esattamente una novità, così come non è una novità che ad un certo punto salga sul palco justin vernon, principale responsabile di bon ivervolcano choir, io legittimo la mia presenza tentando ancora una volta di essere il peggior spettatore possibile facendo duecento video con il telefono come dono di nozze per federica, perché quando stefano mi ha chiesto di andare al primavera ho risposto “certo”, quando federica mi ha invitato al suo matrimonio ho risposto “certo”, quando mi è stato giustamente fatto notare che le due date coincidevano ho risposto “certo”, sopravvalutando evidentemente i miei sforzi di sviluppare il dono dell’ubiquità, ed insomma, federica è fan dei national, e lo scaricare la batteria del telefono per mandarle tutta england era il mio patetico modo per scusarmi o forse il patetico modo di redimere me stesso perché la mia coetanea federica stava per sposarsi ed io stavo facendo le stesse identiche cose di sette anni prima però peggio ed in un patetico modo ancora meno ponderato e controllato con tutte le conseguenti riflessioni possibili, la cui conclusione è che mentre vedo i national sto come una pasqua, come direbbe christian. christian del resto direbbe molte cose. per sapere cos’ha dire christian lo raggiungo a vedere i kvelertak, che da qualche anno sono la new sensation delle sberle in faccia, plausibilmente perché sono norvegesi e se esce qualcosa diverso dallo stoccafisso da quello stato va automaticamente di moda. la parentesi sotto il palco vice a prendere le botte ristabilisce i miei livelli di serotonina alterati dopo i national, i kvelertak (gli kvelertak? mah.) dal vivo sottolineano le declinazioni del loro suono vicine ad un certo garage scandinavo in auge a fine anni novanta piuttosto che le derive hardcore, martina impazzisce ma ho ormai il sospetto che martina impazzisca per ogni gruppo che fa i versi: mi domando come mai non ci siamo ancora fidanzati. mi trasferisco a vedere i !!! che ovviamente suonano ad una distanza siderale, indosso il mio miglior charme facendolo trasparire da una magliette dei brutal truth e da un odore frutto di un’igiene rivedibile, perché nonostante sia stato canzonato da chiunque abbia sentito questa frase, i !!! per me sono un gruppo sexy, meritevole di entrare nella già citata categoria musica per farmela dare in primavera/estate, per quanto nic offer sia più vicino ad essere l’anello mancante che un essere umano. quando ascolto i !!! mi sento fico, e così succede sullo spiazzo davanti al palco principale, dove, dimentico di dignità e rispetto per me stesso, mi muovo sinuoso tra le ragazzine raccogliendo per lo più insulti e sputi, prima di ricompormi e concentrarmi su quello che tutti noi amiamo di più, che non è né la fessal’odore delle case dei vecchi come direbbe tony servillo ne la grande bellezza, che aprendo una parentesi vorrei dire che forse è una cacata, dall’alto di una cultura cinematografica basata essenzialmente su ricky e barabba, ma la musica, fratelli miei, la musica, e scopro dopo averne amato i dischi che i !!! dal vivo hanno un tiro pazzesco, come direbbero il samoano ed altre decine di migliaia di persone, ed anche se sono a circa tre isolati dal palco il tutto assume i contorni di una grande festa di giovani amici dove però al posto di quei cazzo di motel connection suonano i !!!, e già questo è sufficiente perché sia meglio di altre grandi feste di giovani amici. a questo punto, consapevole di aver esagerato con l’allegria, mi sposto faticosamente verso il palco vice, posizionato nei pressi dei pirenei, per vedere jesu, fermandomi un po’ in un autogrill lungo la strada dove tra rustichelle ed mdma mi capita di sentire demdike stare ed avere sinceramente paura, anche per l’importanza della droga nella società contemporanea.

jesu li/lo vidi la prima volta, che poi risulta essere stata l’unica fino a questa, in un locale brutto, sudicio, umido, bellissimo, a sesto marelli – non mi ricordo il nome: il primo che me lo dice vince una parata in suo onore in corso buenos aires a milano – dove la programmazione faceva schifo quando lo schifo non era di moda. ricordo che a vedere justin broadrick eravamo io, il succitato samoano ed altre tredici persone in tutto. avevo smesso poi di seguire jesu perché da conqueror in poi l’ho trovato più noioso dei tornei di golf in televisione, ma l’ultimo in una scala da merda spaziale a bomba atomica raggiungerebbe il voto di carino, al primavera non so che pezzi abbia fatto a parte tired of me, io rimango attonito per tutta una serie di motivi che non andrò ad elencare, tra i quali però c’è il fatto che probabilmente questo è il primo concerto veramente noioso a cui assisto nel festival, in quel senso genuino di “noioso” cui si ispira questo blogghe e la mia personalissima vita, e che forse un giorno capirete, ed è ovvero un concerto in cui rimango, appunto, attonito, seppellito di chitarre (e di mac) e con un’espressione che mi fa somigliare a corky, e se non sapete chi è corky cercatelo su youtube. successivamente vengo risvegliato dalla catalessi dai factory floor dei quali non so assolutamente niente ma che mi vengono spacciati da persone evidentemente meno informate di me come “il nuovo progetto di quello degli lcd soundsystem e di quello degli hot chip”, cosa che dopo approfondite ricerche – la prima pagina di risultati di google – mi sentirei di smentire, anche perché gli hot chip sono sicuramente ai primi posti della classifica gruppi che vorrei vedere morire. ci sarebbero anche i clash ed i queen in quella classifica, ma la natura è stata benevola. mi sembra che sappiano fare il loro mestiere ma sono ad un punto in cui mi piacerebbe anche un concerto di una mucca che dondola un campanaccio. beh, forse questo mi sarebbe piaciuto a prescindere. chiudiamo questa lunga agonia con i wolf eyes, che hanno fatto schifo a tutti perché effettivamente fanno schifo, ed a me naturalmente sono piaciuti moltissimo perché solitamente mi piace il noise fatto male, suonato da dei tizi di detroit che sembrano eroinomani, uno dei quali con una maschera antigas sul volto: adorabili.

un tizio si diverte al concerto dei wolf eyes.

un tizio si diverte al concerto dei wolf eyes.

penso sollevato che sia tutto finito ma su un altro palco c’è laurent garnier, ed ho pensato davvero a lungo se scrivere o meno una battuta sui parrucchieri, poi ho deciso di non farlo perché mi pareva una gag troppo abusata ed ovvia persino per me, a cui ancora fanno ridere i giochi di parole su milano, come vivimilano, ma durante il dj set, su cui non ho nulla da dire perché ormai sono in unostato di semi-incoscienza in cui mi sono spinto con l’ultimo afflato di vitalità rimastami, questo genere di battute mi sembra mandatorio e divertentissimo, e dietro il palco c’è il mare, e l’alba.

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2 risposte a che fretta c’era? pt 2.

  1. pierlof ha detto:

    gli Jesu se non sbaglio suonarono al Garage! Ci sentiamo per organizzare la parata in Buenos Aires!

  2. ilsamoano ha detto:

    il locale si chiamava GARAGE, chiuso per rumori molesti dei soundcheck del pomeriggio da uno studio di avvocati (o almeno così vuole la leggenda), e santissime parole sugli slint, meno male che sono stati noiosi perchè me li sono persi volontariamente al bloom io dicevo a tutti va che li ho visti dal vivo cioè boh e tutti mi guardano male e invece come al solito avevo ragione io cavolo ma avevo dei dubbi al riguardo

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