Due cose differenti che rifarei ogni giorno della mia vita

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Quando dalla redazione per cui lavoro mi chiamarono per chiedermi di seguire il concerto di Miley Cyrus al Forum di Assago dello scorso 8 giugno – la sua prima vera data in Italia, mi dicono – lo sconcerto dei colleghi al mio entusiasmo fu grande. Seguire uno show del Bangerz Tour può essere considerato uno dei doveri della paideia pop del biennio 2013/2014, ma non era solo la consapevolezza di esserci a eccitarmi: sapevo che lo spettacolo sarebbe stato oggettivamente divertente. Un concerto di Miley Cyrus è anche però un piccolo laboratorio socio-antropologico con trentamila cavie. E non solo sedicenni con l’apparecchio, ma anche molti trentenni: di genitori annoiati fuori dal Forum, rara traccia. Niente scene da padri ai concerti degli One Direction, insomma. Se uno vuole farsi un’idea chiara di come Miley si sia spostata nel firmamento del Pop dalla costellazione dei teen-idol a uno spazio altrettanto affollato ma in posizione polare, venga a sentirla dal vivo. Sfiorarsi la patata, far ballare il culo, fumarsi cannoni, invocare limonate bisessuali e le altre mosse che hanno scandalizzato le damine del giornalismo musicale mainstream italiano non sono soltanto (brr) provocazioni. Naturalmente sono mosse studiate, ma anche epifenomeni di un coming-of-age specifico e legato alla sua carriera come alla vita del suo pubblico: le tweens che guardavano Hannah Montana – non ci crederete mai – sono cresciute, hanno cominciato a ubriacarsi, darla moderatamente via, scoprirsi anche lesbiche, addirittura fare qualche tiro di canna. La Miley del 2014 non è altro che la loro versione Disney dei Misteri Eleusini, un coloratissimo rito di passaggio di fronte ai quali la stampa indignata pare un’eterìa sgonfia composta da Alcibiadi senza nerbo. Naturalmente non vale nemmeno la critica che vede i gesti della popstar come vili ripetizioni (di Madonna, Lady Gaga, etc.): intanto perché o se ne sostiene lo scandalo, o se ne sostiene la banalità, tertium non datur; poi perché non esiste nel pop di oggi qualcosa che non richiami il pop del passato. Anzi, cancellate quel “di oggi”: il pop è un Crono inesausto che mangia i suoi stessi figli solo per produrne altri e mantenere su di essi un supremo comando. Miley oggi è la giovane Giunone del pop che lotta fra i Titani del passato. E basterebbe, per una volta, mettere da parte il pregiudizio e ascoltare la sua voce, mai in calo, sempre forte e chiara (“da professionista”), per capire che la ragazza è una cantante vera, per quanto schioppata, che non si vergogna di esprimere gusti musicali alternativi (Flaming Lips, Smiths) accanto a quelli più mainstream (Beatles, Dolly Parton). 20140621-172554-62754647.jpg

Quando mi chiesero di seguire il concerto di Miley, comunque, per quanto ne fossi felice, chiesi una contropartita: essere mandato anche a vedere i Pearl Jam a San Siro. Non è la prima volta qui che – in totale disprezzo dello scopo di questo blog – mi capita qui di scrivere di PJ, gruppo senza dubbio non-noioso, che dalla sua non ha nemmeno il gran guign-LOL dei fenomeni pop baracconi. Al contrario. Per alcune ragioni che vanno dal rosico al non capirci un cazzo di belle canzoni che funzionano, i Pearl Jam risultano amati/odiati come quasi solo IL BOSS (il quale peraltro era dato sicuro sul palco ieri sera dalle solite voci di corridoio che non capiscono MAI una fava). E insomma, anche solo per questa ragione psicotica erano almeno dieci anni che il gruppo meritava di finire nella grande arena dei sacrifizi umano-musicali che è San Siro, cimitero di elefanti dove tutte le grandi rockstar vanno a morire travolti da scalette piegate senza dignità al concetto di fan service. Ovviamente, per la gioia di chi odia, il concerto di ieri sera è stata la cosa meno servizievole che fosse immaginabile: una scaletta di circa trentasei pezzi (fra cui includo anche il classico medley alla fine di Daughter in cui oltre a WMA, Let it go, sì quella di Frozen, e It’s OK potrebbe esserci entrato un briciolo di pezzo dei Mother Love Bone) distribuita in tre ore, in cui il gruppo non ha avuto problemi a inserire cinque robe dell’ultimo non meraviglioso Lightning Bolt, e alternare classici e rarità con una libertà commovente. Da Who You Are a Pilate, da Lukin alla b-side Sad, i predominanti ultratrentenni di San Siro sono stati accontentati (per usare il termine in modo scemo) solo con pochi appuntamenti fissi e scontati: l’inizio con Release, la classica MFC composta in Italia e qui suonata ogni volta, il nazpop di Jeremy, Black ed Alive, gli unici classici che forse hanno stancato un po’ più degli altri, benché eseguiti a modino. Rari momenti, però, in un concerto che naturalmente non è stato mai nemmeno un flusso di coscienza incontrollato: il grande vascone del Meazza non ha fatto incasinare i suoni, se non per i diecimila matti sul prato che mi dicono aver patito di riverberi e ritorni in cassa; ma soprattutto due bottiglie di vino rosso non sono bastate a minare l’infallibile vocione di Vedder, tantomeno a impedirgli di caricare sapientemente il pubblico quando serviva, cioè prima dei cinque pezzi nuovi, parlando con gli spettatori anche nel suo carinissimo italiano stentato (sì, ha detto alcune robe un po’ retoriche, ma anche un paio di “stronso” verso sé stesso per la prima strofe di Given to Fly interpretata molto liberamente). Ma perché poi sto scrivendo di una cosa di cui ho già parlato in termini altrettanto ingessati? Perché mi premeva di esprimere un concetto: nessuna nube di uncoolness toglierà ai PJ il dato di fatto che la loro produzione è fra le più ispirate degli ultimi vent’anni di musica alternativa; nessuna vecchia trascinatissima polemica fuori tempo massimo su chi fosse il vero profeta del grunge potrà scalfire una posizione guadagnata sul campo, piazzando sempre almeno un capolavoro anche nei dischi venuti dopo Binaural, ultima vera fiammata del gruppo dopo una prima cinquina di album quasi perfetti; nessuna noia per i fan esagitati e un po’ sfigatelli, in gran parte bardati di magliette del gruppo secondo il peggiore cliché, annullerà il fatto che i Pearl Jam eseguono concerti che sono manate sui denti. Se questi cinque cinquantenni funzionano tanto bene dal vivo (Matt Cameron a parte: toglietegli le bacchette di mano, almeno sui pezzi tirati come Go, Spin the Black Circle e Do the Evolution, rovinatissime) non è solo perché si tengono in forma o sono baciati dalla sorte che non li ha (ancora) visti sfiatare, ma perché c’è sempre uno scarto fra disco e disco, disco e live, live e live, scarto in cui si annida una rara capacità di interpretare. La filosofia del Different Every Night, per cui una scaletta non somiglia mai alla precedente, non è solo un gimmick, ma il segno di chi ancora sente l’importanza del momento dal vivo non solo come showcase, tantomeno come “messa cantata”, ma come sincero incontro. E per potersi permettere questo lusso, si può solo partire dal prerequisito di possedere un nutrito repertorio al limite dell’infallibilità, che ha da sempre la sua forza – mia opinione contestabilissima – nei bridge più che nei chorus, e per questo stanca poco, e per questo ti prende per mano, e per questo non fa sentire fanatici o vittime da tormentone. E non c’è migliore strategia di fidelizzazione di un pubblico di massa, che far sentire ogni suo componente un individuo speciale.

Vedere ciccioni ubriachi rovinarsi e rovinare (sé stessi e le proprie doti musicali) su un palco è divertente, lo ammetto, ma più passa il tempo, più apprezzo l’esistenza di professionisti così diversi eppure così ugualmente belli da sentire e vedere. Che nel giro di dodici giorni mi sia capitato di vederne due esempi tanto lampanti senza dovermi spostare da Milano, poi, è qualcosa da ricordare.

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no, non ho detto noglia.
Questa voce è stata pubblicata in donne nude, famosi per i motivi sbagliatissimi, live noia, non così noiosa questa musica qua e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

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