che fretta c’era? pt 3.

ed il terzo giorno è resuscitato secondo le scritture. le tonsille di stefano hanno assunto dimensioni compatibili con la vita umana e la giornata di sabato assume da subito i contorni dell’ottimismo. non faccio in tempo ad accorgermi di questo che inizia a piovere, ed i propositi di vitalità si inseriscono nell’attività pomeridiana di fissare un muro scuotendo la testa sotto lo sguardo compassionevole delle coinquiline di martina. ma è sufficiente che il cielo, poco dopo, si rassereni e che si verifichino altri curiosi fenomeni meteorologici come la comparsa di un panino con tortilla di patate, jamon serrano, formaggio, pomodori, insalata, maionese, a permettermi di affrontare la terza giornata di festival camuffando con eleganza le mie condizioni psicofisiche prossime al coma farmacologico ed accantonando il pensiero ossessivo di un viaggio di ritorno sagacemente prenotato alle sette del mattino successivo. arrivo tardi per i superchunk e per ripicca tento di far perdere i television a stefano e martina, cazzeggiando tra le bancarelle di cianfrusaglie per lo stesso infinito tempo che la mia ragazza, se avessi una ragazza, passerebbe da zara – la mia ragazza sarebbe quasi certamente sciatta e cheap, se avessi una ragazza, e sì, intendo dire che vestirsi da zara é da sciatti e cheap, come me – e comprando incidentalmente un poster favoloso che una volta appeso in camera rendesse i miei risvegli placidi, sereni ed in pace con il creato.

immagini concilianti

il tizio del chiosco di poster si chiama john howard, ma su google è meglio se scrivete monkeyinc, è californiano, barbuto, simpatico, sulla cinquantina, e quando azzardo che alcune cose mi ricordano malleus mi da una pacca sulla spalla e mi dice che sono buoni amici e che ama molto il modo che hanno di disegnare il corpo femminile, e mi regala un poster del primavera, ed io vorrei rimanere a parlare con lui per le prossime quattordici ore ma mi trascinano a vedere i television che suonano marquee moon, ma c’è il sole e non mi interessa e resto in disparte a guardare la gente, perché in fondo sono un umanista. nel frattempo capisco, al terzo giorno di festival, come funziona la app del festival medesimo, commiserando la mia pochezza per essermi perso blixa bargen che suonava con qualcuno all’auditorium. a questo punto passo a sentire quattro pezzi di caetano veloso per poter dire in giro di aver visto caetano veloso, ed il tramonto ed il mare renderebbero l’atmosfera quasi magica se fossi ancora capace di provare emozioni, e la colossale decontestualizzazione di far suonare caetano veloso al primavera sound festival è un argomento che non mi sfiora nemmeno per un istante, ma è già tempo di accalcarsi, nemmeno troppo, ad un palco di cui ho dimenticato il nome per i godspeed you black emperor, e mettete pure voi il ! dove preferite, e per un attimo di fugace epifania mi viene in mente che è la prima volta che li vedo e mi ricordo di quando seruggia, un noto biotecnologo, mi passò la cassetta di #f #a infinity al liceo, ed i canadesi partono piano, accordandosi, e suonano un’infinità di tempo del quale ho pochi ricordi e l’impressione che raramente mi sia successo di ascoltare questo tipo di musica ad un festival e non andare a prendere una birra e/o cercare del metadone, ma tutto fluisce, riconosco mladic e non importa più di niente, il mio cervello arriva vicino alla liquefazione perdendosi in vortici mostruosi e tutto sommato confortevoli, non stacco gli occhi dal palco anche se, tutto sommato, sul palco non succede nulla per un’ora e mezza. si trova su youtube l’intero concerto, girato da uno dei mentecatti presenti. ancora parzialmente lobotomizzato mi dirigo verso i cloud nothings, constato che c’è molta gente e che li avrei visti di lì a tre giorni a sesto san giovanni, vado quasi immediatamente a vedere i nine inch nails. il primo pezzo è me i’m not e christian commenta la scelta con un sagace “è un cazzo di terrone, fa quel cazzo che vuole”, ed in effetti il primo pezzo di veri nine inch nails giunge per quarto, ed è the day the whole world went away, seguito da una manciata di classici su cui tentiamo di renderci indisponenti con un accenno di moshpit all’acqua di rose che indispettisce effettivamente alcune coppiette presenti. avevo visto i nine inch nails l’ultima volta a milano lo scorso agosto, ricavandone un sorriso smagliante prontamente distrutto da dosi pachidermiche di badilate sui denti, accogliendo con entusiasmo anche i pezzi nuovi, entusiasmo probabilmente dovuto alla mancanza di ossigeno all’interno del forum: questa volta il mestiere rimane lo stesso, la scaletta vira più violentemente sugli ultimi lavori da year zero in poi, e mi pare che in qualche modo la band abbia meno mordente delle altre volte anche recenti in cui mi è capitato di vederla, ma probabilmente è un’impressione mia, un’impressione che non inficia il pensiero che siano comunque delle macchine da guerra difficilmente comparabili con il resto del mondo, ma mentre le casse vomitano quattro quarti di cassa dritta mi crogiolo nel solito pensiero che sono nato troppo tardi ed ora venderei anche entrambi i reni per tornare indietro e vederli nei tour di the fragile o the downward spiral. i mogwai non li vedo, ma forse avrei dovuto, anche se sarebbe stata la trentaseiesima volta, circa. magari li vedo a vasto. pensate, fanno un festival a vasto. una volta i mogwai li ho visti a roseto degli abruzzi. c’erano un sacco di agenti antidroga e relativi quadrupedi, ricordo solo questo a parte che indossavo una maglia del celtic. ma questa è un’altra storia, che ha a che fare con i mogwai e con l’abruzzo, che rappresenta un po’le highlands italiane. ormai stremato mi preparo per il rush finale, iniziando con i foals che con mio stupore sono gli headliner di uno dei palchi principali – lo stupore è dovuto al fatto che pensavo li conoscessimo in venti in tutta l’area metropolitana di barcelona: un altro duro colpo al mio snobismo. i foals sono un gruppo sexy. ed inaspettatamente hanno anche un tiro clamoroso, tengono il palco con personalità ed il quarto d’ora che avevo pensato di dedicare loro si dilata considerevolmente e me ne vado solo una volta terminato, agitandomi come j. lo. nella cerimonia di apertura dei mondiali, il che facilita l’ingresso nell’ultimissima parte di festival, che sostanzialmente è il trionfo del gay friendly, con chromeo cut copy che distinguo a fatica – anche se ricordo che uno dei primi dischi dei cut copy mi era piaciuto, alcuni anni fa – e per la prima volta percepisco davvero di essere stanco, non soltanto fisicamente, proprio stanco di tutto questo, ed è il motivo per cui non potrò probabilmente mai andare allo sziget, che dura una settimana, perché va bene tutto ma tre giorni di questo possono anche bastare. mi dirigo all’aeroporto con la stessa fretta con cui sto tentando di chiudere questo post, all’imbarco incontro dejan stankovic ed alle nove passate sono a malpensa. piuttosto spaesato.

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Informazioni su paranoise

mi piace la musica di satana.
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Una risposta a che fretta c’era? pt 3.

  1. ilsamoano ha detto:

    talmente stanco da incontrare stankovic

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