Weird Al Yankovich e l’era di internet

mandatory fun

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La notizia di oggi è che l’ultimo disco di Weird Al Yankovich ha debuttato alla prima posizione assoluta della classifica Billboard degli album più venduti negli Stati Uniti.

Si tratta del primo album comico ad avere un risultato così in 51 anni, dicono. Nel 1960, tre anni prima di quella data, Bob Newhart scalzò dal primo posto della Billboard 200 nientemeno che Elvis Presley: la concorrenza di Yankovich era principalmente contro i primi due posti della settimana scorsa, cioè il disco di Sia e soprattutto l’inaffondabile colonna sonora di Frozen. Se Weird Al c’è riuscito, lo possiamo dire senza esitazioni, è stato soprattutto grazie a internet. La RCA (etichetta che ha fatto uscire Mandatory Fun) non ne aveva mezza di spingere il disco come il cantante avrebbe voluto, e allora il fisarmonicista più scemo della storia si è arrangiato con l’aiuto di piattaforme comiche come College Humor e Funny or Die. Come se Spinoza e Diecimila.me collaborassero al lancio del prossimo disco di Elio e Le Storie Tese, ma non proprio (su College Humor e FoD sono passati i più importanti comici americani degli ultimi dieci anni, ma insomma mutatis mutandis, si parva licet, rien ne va plus).

Se avete fra i vostri contatti Facebook o Twitter qualcuno malato di mente come me, che divulga ogni cosa che lo faccia ridere e che non sia del tipo Lercio.it “ah ma non è Lercio.it”, cioè se avete un finto intenditore rompipalle fra gli amici, è probabile che una decina di giorni fa vi sia capitato di vederlo impazzire per questo video o quell’altro più sotto.

Con questi due pezzi Weird Al si è riproposto come un gigante dell’immaginario come non accadeva da Fat o Eat It: sì, qualche anno fa erano arrivati una decima e una nona posizione con dischi che comunque contenevano perle di pop culture. Ma quello che ha reso il successo di Mandatory Fun così dirompente è presto detto: i social network, che fino al 2011 non erano così totalizzanti e totalitari come lo sono nel 2014 AD. Oggi i social network esistono, ma soprattutto i social network si deridono: lo facciamo almeno una volta a settimana, quando ripubblichiamo condita di !!1!11! e “FATE GIRARE” qualche idiozia che ci passa fra le mani, spesso da contatti che hanno buttato il loro voto e il loro senso del ridicolo nel M5S. Foil, una delle canzoni che funziona meglio nel disco, è la perfetta rappresentazione del percorso di Weird Al: dalla parodia a tema gastronomico, satira dell’America obesa prediletta da Yankovich ai suoi esordi (a Noisey ha rivelato che Kurt Cobain non aveva posto alcuna censura alla parodia di Smells Like Teen Spirit, purché non parlasse di cibo), il brano passa alle improbabili teorie cospirazioniste che riempiono le nostre vite, dalle Scie Chimiche al Grande Fratello. Una linea sottilissima, quella descritta da un foglio d’alluminio che da dispositivo antisettico si trasforma in elmetto a prova di gombloddo, quella che divide la rilevanza culturale dal simpatico fenomeno di nicchia.

(E noi sappiamo come siamo drogati di rilevanza culturale e zeitgeist, a dispetto della nostra adesione misterica a qualsiasi nicchia, musicale e no)

Mandatory Fun funziona perché mette in satira quegli stessi luoghi della realtà che l’avrebbero in questa decina di giorni portato a un successo storico: ci sono gli assurdi bisogni indotti di First World Problems, ci sono le mitomanie da Selfie-Jugend di Lame Claim to Fame e così via. E poi, vabè, ci sono le parodie fatte con stile, anche quando parlano di bricolage (Handy, da Fancy di Iggy Azalea) o di cafonate (Tacky, di cui sopra).

Ma è stata soprattutto la loro fondamentale autoreferenzialità, il fatto che parlassero di chi li ha realizzati e di chi li ha condivisi su FB e TW, a rendere “virali” questi video, tanto da arrivare a 20 milioni di visualizzazioni in poco più di una settimana, al netto di una qualità non sempre eccellente (ma chi se ne fotte delle finezze, quando fai ridere). Negli anni ’60, quando la TV era un mezzo di comunicazione ancora da scoprire ma di cui già ci si era stufati, i primi critici televisivi ravvisavano nell’autoreferenzialità del piccolo schermo il suo successo/la sua rovina. 50 anni dopo possiamo tranquillamente dire che entrambe le fazioni avevano ragione: la TV ha continuato a prosperare sopra le macerie proprio perché ogni contenuto da essa proposto finiva per parlare di TV, di chi la fa e di chi la guarda, e il voyeurismo biunivoco dello strumento non ha mai accennato a stancare il pubblico. Oggi con internet non è molto diverso: la potenza di un meme, come di un tormentone direbbe Szendi, sta nella sua natura di reazione nucleare a catena, una fusione caldissima che propaga nell’universo tanto calore ed entropia da distruggere tutto quello che sta intorno (almeno per qualche frazione di tempo). Un meme funziona perché parla dei gusti di chi lo condivide (come nei casi dei meme derivati da film o serie TV) e mette in mostra la presunta genialità di chi lo arricchisce, modificando/editando/complicando/semplificando la sua struttura e il suo messaggio (vedi Grumpy Cat e tutto quello che internet vuole fargli dire). Le canzoni di Mandatory Fun procedono così, non soltanto castigando mores, ma raccontando onestamente il mondo che circonda l’artista e la sua opera d’arte, cioè noi, lo stesso pubblico deriso, lo stesso pubblico che divulga su ogni piattaforma possibile, lo stesso pubblico che compra migliaia di copie del disco: per questo, a conti fatti, Word Crimes resta il capolavoro dell’album, perché approfitta delle poche note imbastite da Pharrell e Thicke per parlare del livello ortografico bassissimo a cui si sono ridotte le nostre conversazioni online e implicitamente del divertentissimo degrado che ne consegue e di cui la sgrammaticatura è fenomeno. Questa è satira di prima scelta, ve lo assicuro, e Weird Al da oggi e per una frazione di tempo lunga un meme è tornato un eroe di questo gioco.

A margine va notata una cosa: quello che ci siamo detti spesso in questi anni, mezzo credendoci mezzo prendendoci a parole, gonfiando cifre e risultati se non nei nostri articoli quantomeno nei nostri cuori, e cioè che internet ha la capacità di far esplodere una nicchia fino a riversarne il contenuto – molto volente e poco nolente – nel mainstream, ecco, questa cosa oggi è successa veramente. Se si può definire di nicchia un cantante che ha venduto almeno 12 milioni di dischi in oltre trent’anni di carriera; se si può definire mainstream un primo posto in una classifica estiva, sì, ma classifica PER ALBUM; se si può definire esplosione 100mila copie in una settimana a dispetto di 20 milioni di click su YouTube. Insomma, al netto di tante valutazioni giuste e doverose che sconfessano parte del mio discorso (stronzi), oggi l’internet ha scritto un piccolo pezzo di storia, per quanto a colpi di scemate.

Bob Newhart più tardi nel 1961 vinse un Grammy per quel disco che scalzò Elvis: pochi dubbi su chi si aggiudicherà il prossimo Best Comedy Album.

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no, non ho detto noglia.
Questa voce è stata pubblicata in dischi 2014, nerdismi, non così noiosa questa musica qua, recensioni sbagliate, television rules the nation e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

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