Earth, True Detective O.S.T.

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Quando ho ripreso ad ascoltare musica dopo un paio d’anni di divagazione durante i quali mi ritrovai misteriosamente da solo con una radio di nome Wilson, peraltro fissa su RadioDue per qualche incantesimo malefico, avevo una grande voglia di roba pesa e roba lenta. Ripresi i Mogwai e ne feci un piccolo culto, poi Samoa e Negri mi fecero conoscere gli Earth. Il disco era quello delle api che fanno miele nel teschio del leone. Anni prima, da studente di liceo, mi ero preso una cotta inspiegabile per il black metal: di quel musicare norreno mi piaceva soprattutto il modo in cui il terrore nell’ascoltatore è costruito per gradi, senza lo scatto greve – che riscontrai in molta roba death – dalla tranquillità della propria cameretta alla mente alterata di un omicida seriale. No, il black metal non faceva (imperfetto obbligatorio) ricorsi eccessivi al jump-scare: ti prendeva per mano e ti portava in un mondo privo di vita umana, pieno di spiriti animali orrendi, per poi farti capire – verso 3/4 del pezzo – che la tua mano è in realtà un moncherino sanguinante e che la vita non ha senso. Negli Earth ci ho sentito questa cosa qui, la costruzione atmosferica della disperazione. Non avevo ancora incontrato le origini più propriamente pese e lente, i bordoni insomma: al loro posto, per quel che ne sapevo io, c’erano adesso dei giri con aperture in maggiore, che rendevano il viaggio se possibile ancora più inquietante. “Country” è l’attributo che più si è sprecato nel descrivere questo nuovo corso, l’unico per quel che ne sapevo fino ad allora. “Americana” è l’altro attributo: nel senso, mi illudo io, di “la via americana al terrore esistenziale”. Un’american way che trova un contraltare cantautorale in Bill Callahan e che chiude il discorso del black metal americano degli ultimi anni senza troppi problemi.  Il primo pezzo del nuovo disco degli Earth riprende esattamente dal teschio del leone, come se il doppio Angels of Darkness, Demons of Light non fosse mai esistito: un po’ meno grassroots, un po’ più hard rock sabbathiano – come potrebbe anche dimostrare una copertina del disco che potrebbe tranquillamente essere stata scippata agli Sleep – lungo una linea di sviluppo che idealmente si allontana da John Lee Hooker e si avvicina ai Karma To Burn di Appalachian Incantation.

Ma questi sono viaggi che non hanno senso come passeggiate nel deserto quando hai perso i punti di riferimento e tutto ciò che vedi sono fate morgane: ce lo ricorda la seconda traccia, cantata da un Mark Lanegan abbastanza perfetto nella sua interpretazione del cantante grunge in fissa su Robert Plant. There Is A Serpent Coming spicca come una No Quarter della generazione anni ’90, una cosa che forse avrebbe potuto fare i Mad Season se si fossero presi bene per i bordoni. “Ci siamo permessi di essere un gruppo rock”, ho letto in giro che avrebbero dichiarato gli Earth. Ma questo si poteva dire anche nel 2008, l’arrivo della voce non ha portato nuovi argomenti al discorso americana degli Earth post-reunion: There Is A Serpent Coming piuttosto dice “ci siamo permessi di ricordarvi che veniamo da quella finis terrae umida e disperata che si chiama State of Washington, nel caso ci aveste persi nel deserto del Mojave”.

Qualcosa di veramente rock, con ritornello/middle-eight/chiusura, ma pur sempre un rock interpretato secondo una vulgata pesissima, malata e disperata, potrebbe trovarsi semmai nella terza traccia, quella cantata da Rabia Shaheen Qazi: laddove per malato non intendo necessariamente una visione palustre e britannica della cosa, ma piuttosto un tributo finale a quello che nel 2005 pareva essere il maggiore ispiratore del gruppo, cioè Ennio Morricone. Perché in un mondo preciso e fatto per bene Morricone ed Elisa avrebbero tirato fuori una From The Zodiacal Light per la colonna sonora di Django Unchained.

No anzi, in un mondo fatto per bene tutta la discografia degli Earth post-reunion (e lo dimostrano bene le ultime due tracce, specie l’ultima con quel suo incedere sapienziale e una linea vocale che è quasi reading) sarebbe la colonna sonora di True Detective: senza nulla togliere a T-Bone Burnett, nulla incarna l’indolente maleficio dell’America profonda, nulla ispira pensiero tragico con altrettanta precisione. Lo diceva Anassimandro, lo ripete Rusty: nascere è un peccato verso l’unità cosmica; entrare nel mondo è una colpa che paghiamo vivendo; sarebbe meglio non essere mai nati, ma se proprio dobbiamo nascere, allora fatemi ascoltare gli Earth.

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no, non ho detto noglia.
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