Groma è una parola molto Shellac (Dude Incredible)

2014-10-03 16.19.36

Voi sapete qualcosa di agrimensura? No, voi non sapete un cazzo di agrimensura. Io ne so qualcosa invece.

Mensurae aguntur generibus tribus, per longitudinem et latitudinem et altitudinem. (Balbus, I-II d.C.)

I dischi degli Shellac si dividono in un genere solo (quelli meravigliosi), e non è possibile ascoltarli usando una sola delle tre ascisse sopra elencate: i dischi degli Shellac hanno una longitudo, una latitudo e una altitudo, cioè sono segmenti di una lunga storia, sono uno spazio sonoro ogni volta nuovo e sono picchi di creatività.

La metafora non è una mia idea: Dude Incredible, l’ultimo disco del trio Albini-Trainer-Weston uscito a settembre, parla un sacco di agrimensori (surveyors). Perché solo a Steve Albini può sembrare normalissimo inserire discorsi sull’agrimensura in un disco di musica – tutto sommato – pesa. Se dovessimo usare l’etichetta del concept album, Dude Incredibile parla del disastro che si compie nel cercare di ricondurre a un ordine la realtà, dell’eroismo tragico di chi ci prova uguale – tipo gli agrimensori. Se dovessimo usare un topos della critica musicale facile, Dude Incredible è l’ideale seguito di Excellent Italian Greyhound e un atteso ritorno a lungo anticipato.

(Il bello di scrivere degli Shellac comunque è che ci si può infilare di tutto, anche i cliché.)

Nella loro respingenza gli Shellac hanno del resto una componente popolare, filantropica in senso proprio, che tende ad includere più che ad escludere: non sono mai abbastanza punk da mandare tutto a puttane, non sono mai abbastanza ingegneri da complicare le cose, e contro il genere umano non c’è mai vero odio, ma una specie di ironia ariostesca, uno spirito di osservazione disincantato ma non cinico. Ma è un fatto anche strettamente musicale: su un qualsiasi loro brano è facile farsi prendere da un ritmo dispari mentre la canzone si infila senza fatica in un binario, e sul treno di pensieri di Albini e Weston non c’è mai bisogno di saltar sopra alla disperata. Questo perché basso e chitarra sono capaci di liberarsi dalle catene del riff per suonare quasi impressionisti, ti spiegano quello che stanno dicendo più con le note che con le parole. La bravura del gruppo è di rendere organico quello che in qualsiasi musicista concettuale sarebbe rimasto solo un passaggio didascalico: è una dote drammaturgica che gli Shellac mostrano sempre, dal vivo e no. Se Steady As She Goes ha l’andatura incalzante di una camminata, se End of Radio è aritmica e caotica, non è per caso. Complaint Riding Bikes sono fra le canzoni di questo nuovo disco che sembrano mettere in scena un quadro teatrale: la prima – già un classico dei live degli Shellac da almeno quattro anni, se non di più – descrive un personaggio affetto da disturbo ossessivo compulsivo, e per farlo riprende lo schema dell’ossessione-compulsione con il gioco ad incastro del ritmo pari in un tempo dispari (o viceversa) e intanto ne mostra il fallimento con il particolare inquietante e asimmetrico che resta escluso dallo sguardo demiurgico del pazzo (notate il riff sporcato al minuto 3:04); la seconda racconta di come un semplice giro in bici con gli amici sia nella paragonabile a un’avventura fatta di cazzate e vandalismi (una specie di Correggio declinata al Signore delle Mosche), e così parte con un riff di chitarra che ricorda le catene (di bici) e poi lascia andare il basso di Weston come lo zarro della compagnia che fa le penne e salta di marciapiede in marciapiede. Ma il brano in cui la satira si fa quasi farsa proprio grazie all’approccio teatrale del gruppo è All The Surveyors: “WHO FEARS THE KING, FUCK THE KING” dicono in coro gli Shellac introducendo il primo dei tre brani con la parola surveyor nel titolo.

Il tema della misura della terra non è però casuale: il disco parla di come l’uomo abbia la pretesa di dare un senso alle cose, e gli Shellac hanno la missione filologica di spiegarcelo tanto dall’inizio, ab ovo, con le storie dei primi agrimensori, quanto dalla fine e in controluce metaforica, con il disastro dei rapporti sociali e delle nevrosi individuali. La grandezza di questo gruppo è non tradisce l’aspettativa, non fallisce l’obiettivo: finisci l’ultima traccia di Dude Incredible – o qualsiasi altro disco precedente – e non ti sembra mai di aver ascoltato qualcosa che avrebbe voluto dire tanto di più e non ce l’ha fatta, qualcosa che mirava in alto e poi è dovuto scendere a compromessi. Dude Incredible è la misura del nostro tempo (largitudo) di quelli passati (longitudo) e di quelli a venire (altitudo), la sua voglia di definire e delimitare quadri umani e musicali non è mai fallimentare, semmai parziale e residuale: il fatto, poi, che lo strumento di misura possa essere a scelta il rock o una groma o un’alidada non cambia la sostanza di un medesimo eroico, struggente, bastardo anacronismo.

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no, non ho detto noglia.
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Una risposta a Groma è una parola molto Shellac (Dude Incredible)

  1. il barman del club ha detto:

    bellissima recensione, complimenti, sei riuscito inserirti nella dimensione tridimensionale della loro musica

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