L’abito non fa il monaco, e neanche l’hipster, lo ammetto, ma solo in determinate situazioni e in determinati ambiti (comunque si parla di Chet Faker)

Chet Faker è un personaggio della scena musicale che ho faticato un pò a giudicare.

Per prima cosa il fatto di essere una ex sensazione di youtube non ha certamente portato acqua al suo mulino. A quanti personaggi insopportabili avrei voluto tirare dei pugni fortissimo per le loro cover “simpatichine” di pezzi fighissimi rap, rendendoli innocui e insopportabili? Praticamente tutti. Il Chet Mistificatore qui presente ha però scelto un pezzo che era praticamente soul, e ne ha solo sottolineato questo aspetto, e soprattutto nel farlo non mi ha fatto prudere le mani. Non so bene cosa pensare quindi sospendo il giudizio in merito, in attesa di nuovi sviluppi.

Il secondo problema è il look. Diciamo che presentarsi come il perfetto stereotipo dell’hipster sicuramente aumenterà le condivisioni tra i miei contatti di ragazze giuste coi gusti giusti, quelle che apprezzano i Ministri, vanno al Fuorisalone a Milano a “scroccare l’alcool”, vanno pazze per Zerocalcare ma non sanno chi è Micheal Gira. Ma l’indossare camicie con fantasie ironiche, berretti di lana su un palco (la quantità di sudorazione derivata dalla compartecipazione di questo capo d’abbigliamento con la presenza dei riflettori è da un pò una questione che mi pongo spesso) (ammetto di non avere una vita così interessante) e sfoggiare una barba sì lunga ma colpevolmente troppo curata non attira a priori le simpatie del sottoscritto, e di chi scruta con occhio cattivo chi bada troppo a come apparire, legato a un tipo di ragionamento radicato ma fondamentalmente errato, come sottolineato anche dal proverbio nominato nel titolo, secondo il quale chi cura troppo il proprio aspetto non ha di conseguenza tempo di curare in maniera approfondita la propria cultura o preparazione, motivo per il quale la bionda figa è svampita mentre il ciccione barbuto è colto, e di conseguenza si guarda con sospetto a una professoressa piacente, un filosofo palestrato, un pittore vestito alla moda, o come nel nostro caso, un musicista impegnato ma curato esteticamente.

Però uno dei miei più grossi difetti è che purtroppo mi piace basare i ragionamenti sui fatti. I dati in mio possesso dicono che ho ascoltato “Built on glass” molte molte volte, e con grande piacere. Devo ammettere che ho apprezzato molto il piglio un pò intimista unito a un’elettronica da “modernariato”, nel senso di una scelta di arrangiamenti non iper all’avanguardia, conformi a gusti che andavano per la maggiore qualche anno fa, ma allo stesso tempo non dichiaratamente retrò. Non so se è stata una scelta consapevole, ma la consapevolezza in generale è una dote molto sopravvalutata di questi tempi, e quindi, dopo centomila righe e concetti piuttosto banali posso affermare con sicurezza che, ebbene sì,

Chet Faker mi piace proprio.

Tutto questo per dire che suona il 4 al Fabrique, venue di Milano nuova in cui non sono ancora andato, più spaventato dal prezzo esorbitante degli alcolici che per altri motivi, e che volevo dirvi che forse, se riesco a trovare abbastanza motivazioni per alzarmi da un comodissimo divano fhrieten per mischiarmi a della gente terrificante, vado anch’io a vederlo.

Che poi si capiva che non era un poser anche solo da questo video, voce e piano. Però sto cercando lavoro e mi han detto di ricominciare a scrivere che, chissà mai, e allora cosa facevo, mettevo il video e basta e poi non potevo scrivere e allora cosa ci sta a fare questo blog, se non per parlare un pò a caso di musica?

 

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tu dici che è hardcore quando scleri più di Sgarbi, quando mi cacci la gomma come Barbie, ma arrivi tardi.
Questa voce è stata pubblicata in a volte ritornano, cose che nessuno voleva, famosi per i motivi sbagliatissimi, il samoano non capisce niente, recensioni sbagliate e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

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