Federico mi dice di fare un articolo sul perchè mi piaccia Cat Stevens a.k.a. Yusuf Islam a.k.a Yusuf, e chi sono io per contraddirlo?

Oggi il general manager di questo fantastico blog (Pucci) ha postato su facebook che è andato a vedere il concerto di Yusuf, del quale farà una recensione però chiedete a lui dove e quando trovarla che non lo so (non è stata un’esperienza eccitantissima mi sa ma non vorrei anticipare troppo). Federico però si è alquanto stupito che gli chiedessi come fosse andata la serata,  motivo per il quale mi sono ritrovato a confessargli una mia passione per questo Cantautore Britannico (va che bravo, sto imparando a usare i modi idiomatici dei giornalisti bravi). Il perchè non si può però spiegare in due righe.

Cat Stevens è infatti il simbolo di una marea di robe che odio. Prima di tutto è uno dei cantautori preferiti di MIO PADRE, e ci ho messo un decennio a riscoprire i Beatles per questo motivo, figurati sto barbetta qua. Che poi canta, forse non a caso, di padri e figli, e nel farlo mi spara pure un pippone sui massimi sistemi, ma cos’è che vuoi ma CHEPPALLE, “I’m a sleepwalking cheetah with an heart full of napalm” altro che “just relax and take it easy”, TAKE IT EASY STOCAZZO, io “sono un ribelle, mamma!” e insomma per farla breve questo qua ai miei occhi era l’emblema della musica da matusa progressista buonista, musica buona per Fazio e quel tipo di pensiero lì con il quale ho una idiosincrasia da tempo immemore.

Pensiero contro il quale, a dir la verità, han già lottato molti movimenti giovanilisti senza molti contenuti, buoni nella sì fondamentale pars destruens, ma poi non così utili se, come spesso accade, mancanti di una pars costruens. Quindi è sì giusto mettere in dubbio tutto quello che ci viene proposto e insegnato, ma è altrettanto giusto che dopo un’analisi attenta uno possa apprezzare ciò che c’è di buono in quello che può sembrare cattivo a un primo sguardo.

E come si fa ad affrontare un’analisi che sia scevra da preconcetti? Ma semplice, da strafatti! Ed infatti questo è (al solito) il caso, perchè una volta son tornato a casa a tarda ora e guardavo qualche programma tipo golden hits o jukebox, insomma quei riempitivi tragici lì che fan vedere le hit anni ’70 ’80 tipo degli Abba e degli Earth Wind and Fire  sui canali locali. Sono molto fan di questi programmi perchè a volte si scoprono delle perle inaspettate, e così acquisire conoscenze utilizzabili per fare i fighi sui blog o al bar per farsi dire “no dai, almeno Phil Collins no”. E se ve lo stavate chiedendo no, non stavo cercando le anziane in topless delle hotline (RAGAZZE VOGLIOSE IN LINEA ORA) che parlano con telefonate palesemente (e per fortuna) finte, anche perchè lo scrivere su questo blog testimonia il mio possesso di una connessione a internet. A me proprio piace vedere i video pacco selezionati probabilmente da qualche dj in voga negli anni 80, e nell’occasione prima menzionata è capitata questa canzone:

Il pezzo è un filo troppo melodrammatico, ma bisogna anche ammettere che è scritto proprio bene. Ha un bel climax e  un bello sviluppo, e gli stacchi ritmici buttati qua e là tengono la tensione alta alleggerendo il pezzo; e poi mi piace come canta, con questo accento sporco un pò sincopato che indugia sulle consonanti e che sottolinea l’aspetto ritmico; insomma, alla fine Yusuf per me è Sì.

Memore di quell’esperienza mi imbatto nel suo primissimo lavoro, dal titolo Matthew and Son, che per me è un disco fighissimo.  Le canzoni sono di qualità, dico nell’aspetto artigianale della cosa, caratteristica che non manca mai in tutti i suoi lavori e di cui è maestro. In questo episodio c’è anche qualità negli arrangiamenti e un suonone caldo fantastico, tipico di quel periodo lì che adoro nel pop di tardo anni ’60 inizio ’70, coi violinazzi e sezione fiati, batterie stoppate, bassi con un sacco di attacco, voci con riverberi lunghi, rumorini di flautini e percussioncine (niente, in ogni articolo devo infilare almeno una parola di cui vergognarmi, scusate) che si buttano dentro qua e là a destra e a sinistra. Mi ricorda di sfuggita, senza però le armonie vocali, i migliori episodi dei Fleet Foxes e di tutta quell’ondata neofolk lì. No forse solo i Fleet Foxes.

E in più non c’è poi così tanta retorica come in altri casi. Prova ad andare da una ragazza a dirle: “Ciao cara, volevo dirti che ti amo quanto amo il mio cane, perchè tu potresti andar via, lui invece verrà sempre da me“. Lo si può anche affermare ma ci si deve aspettare, nella migliore delle ipotesi, di essere mandati a fare in culo. Per altro, cosa fa ridere che un gatto (Cat) ami un cane? (ah, pare anche che debba infilare in ogni articolo almeno una battuta orribile in tema animali)

Dentro il primo disco c’è anche “Here comes my baby”, che è diventato quasi un inno indie, e che toglie tutto il senso a questo articolo di pseudo-sdoganamento, considerazione che infatti metto alla fine e mica all’inizio, consapevole della truffa operata nei confronti del possibile lettore:

Inno Indie (combinazione di parole che non posso non notare sia assonante cone la marca pacco di elettronica INNO HIT) perchè è presente in un film di Wes Anderson in quel capolavoro pre-formalismi-gratuiti che è Rushmore, canzone presente addirittura nel trailer al minuto 1.10 (nella colonna sonora originale c’è anche the wind)

e di cui addirittura gli Yo la tengo han fatto una cover

Quindi niente, non arrivo a rivalutare robe di modernariato di massa per primo neanche stavolta.

Ho anche apprezzato la sua conversione e il seguente ritiro dalle scene, ma il fatto che io abbia una certa simpatia per chi abbracci la cultura islamica in genere non è certo cosa nuova per chi mi conosce, e non sto neppure qua a parlarne perchè a chi interessa lo sa già, e a chi non interessa non gli interessa appunto. Però era per dire che anche questo aspetto della sua vita mi ha portato a provare simpatia per questo artista.

Tutto questo è bastato per andare a vedere il concerto di ieri? Certo che no! Soprattutto per il costo non proprio lavoratore-con-contratti-atipici-friendly (MINIMO 50 euro, fino ad arrivare a 115 euro che in questo momento è quasi una settimana di mio stipendio, eddaje) (PER ALTRO TICKETONE TENETE IN CONSIDERAZIONE LA MIA CANDIDATURA COME ADDETTO AL CUSTOMER CARE CI TERREI MOLTO A LAVORARE DA VOI E SO CHE NON AVETE COLPA SUI PREZZI DEI BIGLIETTI)

Quindi niente sto bene anche così a riascoltare i dischi per i fatti miei a casa, così tanto per dire.

P.S. Federico a.k.a. il g.m. non ha pagato il biglietto ed ha visto il concerto per lavoro, quindi ha fatto bene ad andare, ci tenevo a sottolinearlo.

 

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tu dici che è hardcore quando scleri più di Sgarbi, quando mi cacci la gomma come Barbie, ma arrivi tardi.
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