due parole sui mastodon

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i mastodon appartengono ormai a quel rango di gruppi per i quali ogni cosa detta e scritta è già stata detta e scritta – un buon modo di delegittimare in partenza quello che sto scrivendo -, a quella categoria di band delle quali potrei dire che “o si ama o si odia”, ma non lo vorrei dire perché è un’espressione idiomatica, oltre che un concetto, che mi disgusta. probabilmente questo è conseguenza del fatto che i quattro di atlanta hanno rappresentato la salvezza – ed in un certo senso la redenzione – dell’heavy metal degli anni duemila, dopo almeno una decade di oblio commerciale e quasi un lustro di patetica guerra tra poveri tra chi sdoganava i korn e chi invece predicava nel deserto la fedeltà ad iron maiden et cetera, in una sorta di gara a chi impersonava la macchietta più triste. nel duemiladue, nel mezzo della parentesi metalcore di cui ormai tutti si sono dimenticati – ma presumo che come sentenziato da vice per il nu metal ci troveremo ad affrontarne una recrudescenza in tempi brevi – esce remission, che si inserisce sulla scia di calculating infinity, kollapse e jane doe, più per affinità storica che per caratteristiche stilistiche, creando con essi – e con we are the romans, oceanic ed altra roba uscita su relapse o hydrahead in quegli anni, ed in un certo senso con songs for the deaf, con la sua portata storica – una sorta di nouvelle vague del metal che andava a parare a seconda degli interpreti su sludge, math, hardcore, noise, post rock e se volete aggiungere voi un altro genere anche inventato fate pure. una nuova pulsione così olistica della materia, che andava a recuperare tutte insieme le tradizioni di melvins, neurosis, napalm death, metallica, kyuss, slayer, e se volete aggiungere voi un altro gruppo anche inventato fate pure, ridefinì i canoni estetici dell’heavy metal in toto, riscrivendone le regole sintattiche ma anche sociali – niente più dress code da chiodo e capelli lunghi ma magliette con le maniche tagliate, tatuaggi, jeans slavati ed il mazzo di chiavi attaccato all’anello della cintura dietro al culo. le conseguenze più o meno ovvie furono l’assunzione del metal stesso a genere meritevole di rispetto da parte della critica e, quasi in automatico nel lungo periodo, uno sdoganamento commerciale che permette, oggi, a gente per cui il gruppo più rumoroso della storia sono sempre stati i foo fighters di andare a vedere i red fang senza eccessivi sensi di colpa o patemi d’animo. possiamo dare la colpa ai mastodon per tutto questo? forse. è realmente una colpa? certamente. ci importa qualcosa? no. remission è, tra i dischi che hanno dato il via a questa reinassance, quello più grezzo, cazzuto e caciarone, e ciononostante – o forse proprio grazie a questo – quello che ha definitivamente tracciato la via ad un certo tipo di suono, o ad un certo tipo di un certo tipo di suono: io avevo sedici anni, ascoltavo black metal come tutti i sedicenni con problemi a quel tempo, ed avevo forse solo sentito nominare da lontano l’immaginario al quale i mastodon facevano riferimento. pensai che non avevo mai ascoltato nulla di simile, immediatamente dopo conobbi gli high on fire di surrounded by thieves e ci capì qualcosa di più, con il dovuto tempo ho imparato a sentire dentro remission i richiami dei melvins, neurosis, di corrosion of conformity, monster magnet e compagnia, della bay area, dell’hardcore e della nwobhm, thin lizzy e di un sacco di altre cazzate rimasticate e sputate con ferocia. l’iniziale crusher destroyer è sufficientemente rappresentativa a riguardo. remission ha la portata di kill ‘em all nel duemila – ed in altre occasioni verrebbe da associare i mastodon ai metallica, ma non lo farò perché sono pigro. o magari lo farò più avanti, perché sono anche un procrastinatore. dopo un paio d’anni arriva leviathan, dopo altri due blood mountain, nel mezzo firmano incidentalmente per warner, vanno in tour con chiunque conti qualcosa, danno il via ad uno stile. leviathan si apre con blood and thunder, programmatica come l’apertura del disco precedente, perchè ugualmente potente ma più complessa, ed al tempo stesso più epica, ed epico è probabilmente uno dei vocaboli giusti per descrivere l’album, un concept su moby dick che fa venire voglia di diventare giapponese e sterminare la popolazione di cetacei del pacifico e che diventa un classico quasi istantaneamente, per poi ritrovarsi citato a destra e a manca nelle classifiche di fine anno e di fine decennio. vedremo per quelle di fine secolo. blood and thunder diventerà poi addirittura un meme preadolescenziale.

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addirittura. in realtà questa vignetta potrebbe essere l’esatta rappresentazione di una generazione di ascoltatori pisciasotto in età puberale, ovvero dell’utenza media dei mastodon: esattamente come me. blood mountain suona a grandi linee come il predecessore ma più roccioso e asciutto, ma forse la mia immaginazione è viziata dal nome del disco. ogni tanto in blood mountain avvengono sboronate psych rock come in sleeping giant, avvengono botte in faccia come in the wolf is loose, avvengono collaborazioni con scott kelly, cedric bixler, josh homme, e contemporaneamente avviene la nascita di un filone di band che suonano un genere sintetizzato sostanzialmente dai mastodon. i mastodon in quei cazzo di anni zero fanno avvenire le cose, in un periodo in cui la scena che avevano contribuito a creare collassa qualitativamente su se stessa, da una parte per il proliferare di cloni e dall’altra per il vicolo cieco in cui si erano infilati i numi tutelari, ma suppongo che sia così per qualunque tipo di “scena”. il tempo di vederli passare in italia un paio di volte, di cui una a torino con i tool in una serata che non mi pento di definire memorabile, ed ho già quasi venticinque anni ed è il duemilanove ed esce crack the skye, in cui affrontando le solite tematiche prive di senso – questa volta una sorta di concept su rasputin, in qualche modo ispirato alla sorella suicida di brann dailor – si sbrodolano addosso una colata di prog e psichedelia settantiana, seguiti a ruota, naturalmente, dalla scenatale da conquistarsi fan anche tra persone che ascoltano i dream theater, se si può definire “persona” qualcuno che ascolta i dream theater, e perdendo presa sulla gente tatuata con problemi di igiene personale e socialità. il disco rappresenta il black album dei mastodon, che ormai possono fare tutto ciò che vogliono ed effettivamente lo fanno: la differenza è che in uno c’è the last baron, nell’altro nothing else matters. pezzi lunghissimi, sanders e hinds che cantano davvero,e lo fanno generalmente male, ma è un male riconoscibile e confortevole, ritmi più dilatati. crack the skye è un disco fantastico e naturalmente fa sì che quasi tutti quelli che capiscono di musica inizino a dire che il gruppo è allo sbando. the hunter, del duemilaundici, è preceduto da un nuovo cambio in regia – mike elizondo: uno che per intenderci ha co-scritto in da club di 50 cent, e dio lo benedica – e dalle dichiarazioni di brent hinds, credo, che vanverava qualcosa sul concept dell’album, che ha questo nome in omaggio al fratello morto di hinds stesso. a quanto pare intorno ai mastodon muoiono un sacco di persone, il che è sicuramente metal, e loro non perdono occasione di scrivere canzoni a riguardo, il che è un po’ meno metal. di the hunter ricordo solo curl of the burl e non l’ho mai riascoltato dopo il duemilaundici. the hunter non è necessariamente un disco brutto: è un disco che avrebbero potuto scrivere i red fang se avessero avuto più talento. pezzi mediamente solidi e lineari, di quelli che non restano in testa nemmeno con la “cura ludovico”, più stoner e meno sludge, più diretti e meno prog, recensioni che si chiudono con “questi sono i mastodon oggi”, “prendere o lasciare”, “chi si accontenta gode” ed altre frasi fatte disgustose. i mastodon, nell’ultimo triennio, passano nelle mie priorità dallo status “tra i cinque gruppi preferiti dal duemila in poi” allo status di “meh, vediamo…”, senza rancore ma con curiosità, e fino ad oggi non è stato del tutto chiaro se il gruppo avesse voglia di cazzeggiare un po’ prima di rituffarsi negli sbrodolamenti dei dischi precedenti o se fosse in effetti questo il manifesto programmatico di un nuovo corso. oggi lo è? no, ma a me non sarebbe chiaro nemmeno se mi spiegassero l’alfabeto. in ogni caso, in questo duemilaquattordici di nostro signore, ecco once more round the sun. ci ho messo un po’ a scrivere qualcosa, mi ci sono dedicato molto più di quanto solitamente faccio con un disco alla sua uscita, ricavandone delle opinioni che visto il tempo di gestazione e ragionamento inusitatamente lungo sono tranquillamente ascrivibili alla categoria “puttanate”. il fatto è che nonostante il farsi l’opinione su qualunque cosa sia ampiamente sopravvalutato ed abusato in questa nostra pazza, pazza, patetica società, di once more round the sun volevo poter dire qualcosa, principalmente a me stesso, perché i mastodon sono pur sempre i metallica della mia generazione, e con “mia generazione” intendo “me”, un gruppo che per quanti st anger possa fare – e fino ad ora non ce n’è stato nemmeno uno – seguirò sempre con quel poco di affetto che sono ancora capace di provare con questo piccolo cuore devastato, perché mi hanno raccontato me stesso ed il mio tempo in diretta, passo per passo. il che non depone né a loro né a mio favore, mi rendo conto. tread lightly, la prima traccia, come in quasi tutti i passati dischi dei nostri definisce gli standard: la prima parola che mi è venuta in mente è “spinterogeno”, ma questo soltanto perché soffro di paralalia, ed allora quella che conta è probabilmente la seconda, cioè ancora una volta “epico”. la sensazione continua con gli altri pezzi, alcuni dei quali scorrono con una struttura semplice ed apparentemente innocua parlando di cose come “a ‘sto giro le cose funzioneranno, non ti lasceremo scivolare via” (the motherload) o “e se volessi che restassi, cosa dovrei dirti?” (ember city) o di halloween, e questo non risulterebbe problematico se in una sorta di magia pop questi pezzi non si stampassero nel sistema limbico. perché sono in qualche modo epici, appunto, in modo diverso da leviathan e senza dubbio più accessibile ed immediato. ad un certo punto viene fuori un coro delle coathanger (???) che dice “hey-ho, let’s fuckin’ rock’n’roll”. sul serio. le cose più vicine a blood mountain si ritrovano in chimes at midnight, mentre la conclusiva e telefonatissima collaborazione con scott kelly diamonds in the witch house ricorda le cavalcate à la the last baron. ed in sostanza è tutto qui. il problema sono quelle quattro o cinque canzoni, incastonate nel giro dentato dell’ippocampo: deve essere questo il motivo per cui il pop funziona. oggi, cioè ieri, cioè tre giorni fa, insomma a dicembre (ho scritto queste cose durante un lungo periodo di tempo, principalmente per pigrizia), i mastodon suonano a milano a sei mesi dall’uscita del disco, e da quel periodo d’estate non ho mai più riascoltato il disco per intero, ma ho ancora in testa quei quattro o cinque pezzi: ragionando prospetticamente, ed immagino che in determinati contesti musicali si sia costretti a farlo, once more round the sun non è game changing (scusate, sto guardando troppa nba), ma è comunque un disco dei mastodon che sono contento sia uscito. considerando l’estenuante parallelo con i metallica, non è st anger ma piuttosto… no, non mi viene. dire load mi sembra eccessivo. magari garage inc. e poi, perché considerare l’estenuante parallelo con i metallica? l’unica giustificazione potrebbe essere che, come per i metallica da vent’anni a questa parte, anche per i mastodon, forse fin troppo prematuramente, è iniziata una fase in cui guardare alla loro carriera, appunto, prospetticamente: e se i metallica su disco da vent’anni a questa parte hanno prodotto cose la cui media si attesta su livelli raccapriccianti (ho pensato solo una volta veramente al suicidio, quando li ho visti da fazio con lou reed già morente), i mastodon sembrano non aver imboccato quella via. penso che sia buffo andare a vedere i mastodon dopo sette anni dall’ultima volta, quando al live di trezzo sull’adda aprirono ai machine head, ma ormai mi sembra buffa qualsiasi cosa. insieme al general manager di questo blog (cit.), senza il quale non saremmo qui visto che ha miracolosamente procurato un accredito che mi ha fatto sentire importante, ed a uno dei ragazzi di whiskyfacile, che poi incidentalmente è jacopo, senza il quale forse non saremmo qui, dato che ci passava le cassettine black metal quando eravamo in quinta ginnasio (quindi un “grazie” a jacopo per averci rovinato la vita), mi ritrovo in mezzo a gente che pensavo più numerosa al fabrique, che potrebbe essere efficacemente descritto come un capannone terrificante in zona industriale identico ad altri migliaia dove una birra di dimensioni irrisorie costa cinque euro, e dopo i big business, allo stato attuale delle cose metà-melvins per quanto riguarda la formazione ed anche per tutto il resto, ma intendiamoci, metà-melvins è già molto di più di quanto molte band del genere possono sperare di ambire, attaccano i mastodon ed all’inizio ho il sospetto che ci sia qualcosa che non va nei suoni, buttano cinque o sei pezzi degli ultimissimi dischi, nel frattempo salgono un po’ di giri per poi rivangare ordinatamente nel passato, con aqua dementiaol’e nessie, unica concessione a remissionmegalodon – sto evidentemente consultando setlist.fm – et cetera, chiudendo, dopo un paio di brani per ciascun disco e otto di once more round the sun, con l’inevitabile blood and thunder e lasciandomi in testa una serie di considerazioni che per comodità enuncerò in forma di elenco, ovvero 1) come ricordavo, non sanno cantare, 2) bill kelliher è probabilmente ancora il miglior growler del gruppo, ed infatti non canta quasi mai, 3) troy sanders fa delle pose molto buffe, deve essere una persona simpatica, come già si poteva intuire nella pubblicità della orange di qualche tempo fa ed in quasi tutti i video dei mastodon,

4) mi diverto di più durante i pezzi vecchi, 5) mi pare che il resto del pubblico si diverta di più durante i pezzi vecchi, 6) mi pare che anche i mastodon si divertano di più durante i pezzi vecchi,  7) sette anni dopo l’ultima volta sono notevolmente più professionali e puliti ed in un certo modo “patinati”, e non pensavo che avrei mai usato questa parola, soprattutto riferendomi a quattro bovari della georgia con la barba, 8) questa sicurezza apparente deriva senza dubbio dal fatto che sanno innegabilmente suonare, 9) quando decidono di accelerare è una pioggia di botte a gratis, come ai vecchi tempi, 10) i suoni che ad un certo punto diventavano una merda per poi tornare buoni erano colpa mia, dei mastodon, dei tecnici o del fabrique? 11) c’è un buon motivo per cui non hanno suonato crusher destroyermarch of the fire ants, workhorse, i am ahab iron tusk? perché io non lo conosco, anzi, forse sì, 12) anche se, cfr punto 1, non sanno cantare, alcuni cori vengono proprio bene, anche grazie ad un pubblico presente, coinvolto, ubriaco, 13) avete mai notato che sugli aerei non c’è la fila numero tredici? io sì, ma da poco, 14) otto pezzi su diciotto in circa novanta minuti di esibizione compaiono su once more round the sun: non mi interessa se questo sia corretto o meno per una band al settimo disco, ma forse rappresenta la cifra di ciò che sono i mastodon in questo momento, ovvero un gruppo in giro per il mondo per promuovere un disco. magari, se si avvererà la speranza/paraculata di brann dailor che a fine concerto annuncia che vuole tornare in italia, best audience ever, per un festival estivo – quale, onestamente? spiegacelo, brann -, le scalette saranno diverse e meno costrette su binari tracciati da logiche, appunto, promozionali. è persino inutile lamentarsene, anche per uno come me, perché in questo momento questo è lo status dei mastodon, e se durerà o meno è difficile a dirsi e dipenderà da loro e da noi e dagli altri, immagino, ma come – non se si parla in termini di cifre, d’accordo – i metallica del post-black album i mastodon ed una parte dei loro proseliti sono oggi una cosa trasversale, non più di mera pertinenza dell’heavy metal – figuriamoci dello sludge – e se i risultati sono quelli ascoltati al fabrique o su once more round the sun in fin dei conti l’amarezza di aver perso il gruppo dei primi due dischi viene stemperata, 15) probabilmente sarebbe una reazione adolescenziale, sciocca e controproducente, ma se fossi brann, brent o chiunque si occuperà di scrivere il nuovo disco partorirei un grosso vaffanculo tipo, tanto per fare un esempio, far beyond driven, attenzione: non death magnetic, 16) è probabile che questo purtroppo non avverrà.

concludo, estenuato, la mia fluida ed avvincente dissertazione con alcune foto del concerto scattate legalmente e professionalmente dalla sezione giornalistica di musicanoiosa, cioè non da me.

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3 risposte a due parole sui mastodon

  1. Christian ha detto:

    Credo che sia una delle storie d’amore più belle che abbia mai letto.

  2. whiskyfacile ha detto:

    Bello, non avevo ancora letto. Sono d’accordo su tutto, anche se beh, io i Mastodon li ho scoperti da poco; epperò il paragone coi Metallica mi ha persuaso. Ci vediamo il 20 agli At The Gates?

  3. ilsamoano ha detto:

    comunque a mesi di distanza vorrei sottolineare che prima dei machine head ti avevo fatto entrare aggratis io, e non sono neanche stato menzionato. INGRATO

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