Video di Ariel Pink “per una volta siamo sul pezzo, anzi, sul pezzissimo”

Ariel pink è un tipo strano, e fin qui ci siamo. Il video che ha fatto è questo qui, e pensa un pò, è anch’esso strano:

Forse mi piace, ma ancora non l’ho capito (questa cosa del non capire è un pò un leitmotiv ultimamente)(sempre che per ultimamente si intenda almeno una ventina d’anni). Di sicuro ben si sposa con l’epicità un pò storta del pezzo. Se riesco a breve faccio anche la recensione del disco, che non ho ancora sentito e non dovrebbe essere uscito, ma della cui reperibilità mi è assicurata da della “gente losca” (sto parlando di pericolosissimi HACKERS). Anche perchè è una di quelle fortunate volte in cui mi risale una gaìna per un disco vecchio in concomitanza con l’uscita di uno nuovo dello stesso artista. Sperem. Apprezzate la voglia di stare sul pezzo, anzi sul pezzissimo, dai!

A marzo viene in Italia, se siete ancora tra quelle persone a cui interessa uscire di casa informatevi nel caso.

Ah poi a Chet Faker alla fine non sono andato, ci tenevo a dirlo.

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Recensione non così utile di “You’re Dead!” di Flying Lotus

Sor-presa! Sei morto! HAAHA!

cantavamo lavorando in un magazzino io e un mio collega, praticando un usuale gioco divertentissimo (per noi) che è quello di tradurre al volo i testi delle canzoni, in questo caso applicato al famoso pezzo dei Faith no more, che capitava più spesso di altri in quanto all’interno di uno dei pochi cd che piacesse ad entrambi. Non credo che il nostro Loto Volante volesse fare riferimento a quel pezzo, ma vedendo il titolo a me ha fatto pensare alla cosa e ci tenevo a dirlo. Quindi diciamo che parte bene questo disco con me, perchè instaura subito un rapporto emotivo ricordandomi un’esperienza positiva, come può esserlo quella di fare lo stupido durante interminabili ore a spostare oggetti da un punto A ad un punto B. C’è anche da dire subito però che io non l’ho mica capito il perchè del titolo, nel senso che non è che nel disco ci veda tutto questo senso di morte o termine della vita o fine di tutto o uccisione di qualcuno o sgozzamenti (che il punto esclamativo può EVIDENTEMENTE richiamare) o sbudellamenti o torture o ammazzamenti o teste fracassate o malattie gravissime. Forse un morire per risorgere? Forse no.

Non che non avessi capito solo il titolo, in quanto avevo dei problemi con tutto il disco in generale. In realtà leggendo qua e là ero parecchio spaventato dal fatto che il nostro beniamino potesse essere caduto in un possibile trip che molti artisti elettronici hanno a un certo punto della loro carriera, e già accennato con il precedente disco Until the Quiet Comes. Forse soffrendo di un complesso di inferiorità inutile rispetto ai musicisti che suonano uno “strumento vero”, a volte questi soggetti produttori cadono in banalità strumentali pseudo jazz/fichette abbandonando il seminato digitale, facendo cose magari piacevoli ma sicuramente meno interessanti. Sto guardando voi, Bonobo e Squarepusher.

La mia paura legata a questo disco poteva avere dei fondamenti visto il numero di assolazzi e robe “suonate” dal vero, e io all’inizio mi ero un pò spaventato. E invece, come al solito, sbagliavo

Partiamo però da un altro punto.

Questo “You’re Dead!” è vario, molto vario. A testimonianza di ciò il fatto che ci siano 20 pezzi in 38 minuti, e qualcosa vorrà pur dire. La vena predominante, come già anticipato, è quella legata alla “fusion” o jazz, robe a tratti Wheater Reportiane con il fido Thundercat (per quanto un gatto possa essere fedele) in una veste JacoPastoriousiana (scusate, lo so con sti neologismi, scusate), che sparacchia molte sequenze di note più o meno veloci e con suoni di basso educati. Forse è questo l’unico denominatore comune di tutti i pezzi (più o meno, o più meno che più), anche se verso la fine c’è una virata verso produzioni più usuali per Flylo. Herbie Hancock suona in due pezzi, e secondo me non è proprio una cosa così a caso insomma. Se in lavori del passato le parti suonate mi sembravano più considerate come un campione da mettere lì come complemento, più per il suono e la timbrica in sè che per le partiture, qui invece le note sono più studiate e l’interazione tra gli strumenti più classica, ma non noiosa. (Non che classico sia sinonimo di noioso eh, facciamo subito questa disambiguazione prima di litigare per niente).

Questo You’re Dead ha anche dentro moltissime altre cose, che vengono però fuori dopo tanti ascolti. Se difatti il pezzo più accattivante per orecchie non attente è quello con Kendrick Lamar, altri pezzi più matti come Cold dead o Coronus the terminator con vari ascolti si fanno apprezzare con piacere. Non si è allo stesso tempo perso un certo senso di claustrofobia, dico quella data da suoni schiacciati tra loro dalle compressioni violente, quasi che si scontrino e facciano uscire solo parte di quello che si “potrebbe” ascoltare, quella roba lì insomma l’avete capito.

Il disco comunque è bello. Nella sua interezza mi sembra la prova più completa e godibile dall’inizio alla fine del nostro amico VolaBasso (FlyLo, capita? vabbè, lasciatemi perdere). Più strutturato, Più oscuro che in passato, e, aspetta che adessa arriva il clichè, eccolo eh aspetta un secondo ancora, arriva arriva eh, mi sembra più MATURO.

Insomma il disco è figo, cattivo il giusto, e non è caduto nelle seghe jazz di altri tizi elettronici.

Ah c’è Snoop Dogg (o Snoop Lion o The artist once formerly known as Snoop Dogg) in un pezzo, chissa perchè.

Che poi bisogna capire perchè scrivere le recensioni. Che poi bisognerebbe anche capire perchè NON scriverle. Che mondo difficile.

 

 

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Utilizzi intelligenti di di nuove tecnologie per fregare i dj e rubargli l’anima

Ormai tempo fa avevo parlato di quanto fossi rimasto entusiasta del djset fatto da Gaslamp Killer al Magnolia tempo fa, per vari motivi riconducibili però a due semplici coordinate: la selezione enciclopedica (ma stilosa) delle tracce e l’entusiasmo genuino nel fare le cose. E questa cosa qui la prendiamo e la mettiamo per un attimo lì nell’angolo.

Poco tempo dopo quell’evento mi si è gonfiata la batteria del cellulare, e dopo anni passati a ereditare da parenti e amici apparecchi obsoleti e malfunzionanti mi sono deciso a investire del denaro per entrare in questo nuovissimo e strabiliante mondo degli “smartphones”. Questa nuova svolta nella mia vita ha accresciuto e di molto lo stress (cioè tecnicamente sono i miei amici e le conversazioni collettive su facebook ad averlo fatto, ma è pratica consolidata quella di colpevolizzare il mezzo e non l’agente, con delle sfumature di senso che forse qui è abbastanza inutile eviscerare) ma dicevo che ha anche portato alcuni indubbi miglioramenti nella mia vita. Posso ad esempio essere aggiornato sul calciomercato consultando il sito di Alfredo Pedullà 24/7, controllare lo stato degli infortuni dei giocatori dell’Aston Pirla (la mia squadra di fantacalcio), sentire gli mp3 selezionandoli attraverso un’interfaccia che non provochi strabismo e orticaria, fare finta di leggere qualcosa di interessante quando si è imbarazzati o si sta attendendo qualcuno/qualcosa.

A tutte queste nobili pratiche devo aggiungere che il sottoscritto si è dedicato a un utilizzo intensissimo di Shazam, cosa che ha fatto intasare il mio hard disk e allo stesso tempo aumentato i rischi alla guida del 190% (per taggare le canzoni di lifegate radio, nel caso ve lo chiedeste). Bisogna anche ammettere che la App in questione ha reso la mia vita decisamente più godibile, in quanto, pensa te, grazie a lei ultimamente conosco più musica nuova.

(A dir la verità l’utilizzo del Venerabile Shazam mi era noto da tempo immemore, ma non doverlo fare scroccando smartphones ad altri e segnandomi su foglietti e tovaglioli nomi e cose che andavano sistematicamente perduti ha tutto un altro perchè).

Pratica a cui mi sono dedicato ultimamente è riprendere djset vecchi di gente che reputo meritevole e attaccare il telefono alle cassettine del portatilino, cercando di beccare quei 15 secondi non effettati di canzone che permettano all’algoritmo di fare il suo lavoro, e ritrovare traccia di canzoni e artisti passati per pochi secondi attraverso le mie orecchie, ma di cui mi sarebbe piaciuto approfondire la conoscenza.

Ammetto la grande soddisfazione nel recuperare delle canzoni intere di robe thailandesi pacco anni 70 o della b-side di qualche pezzo soul di artisti dimenticati. In quei casi mi sento come un esploratore che rompe i sigilli della tomba di Tutankhamon (che non so se lo sapevate, ma è a Siena) (questo è un inside joke quindi lasciate perdere), sebbene in realtà si possa fare il tutto con del tempismo e un polpastrello di un dito qualunque quindi diciamo che l’impresa non è esattamente paragonabile, ma è anche giusto gasarsi qualche volta per dei motivi futili.

Passiamo quindi al doppio obbiettivo del post, che è in prima battuta quello di mostrarvi qualcosa di simile a quello che ha fatto GLK a Milano, e cioè questo djset qua al solito boiler room, che è di un mese fa. Sottolinerei che alcuni dei pezzi nella selezione erano gli stessi nei due eventi.

E, in seconda battuta, utilizzando la tecnica appena descritta, oltre che per non farvi far fatica, vi metto un paio di tag dei pezzi selezionati, sperando così di farvi piacere

Mulatu Astatke – Fikratchin with Menelik Wossenatchew

Jonwayne – Andrew

Dimlite – Se se sc

Kendrick Lamar – Sing about me

Khun Narin – Lam Phu Thai #1

Dungen – Fredag

Connan Mockasin – Unicorn in Uniform

Mount Kimbie – You took your time

Ciao ci sentiamo su Whatsapp

 

 

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L’abito non fa il monaco, e neanche l’hipster, lo ammetto, ma solo in determinate situazioni e in determinati ambiti (comunque si parla di Chet Faker)

Chet Faker è un personaggio della scena musicale che ho faticato un pò a giudicare.

Per prima cosa il fatto di essere una ex sensazione di youtube non ha certamente portato acqua al suo mulino. A quanti personaggi insopportabili avrei voluto tirare dei pugni fortissimo per le loro cover “simpatichine” di pezzi fighissimi rap, rendendoli innocui e insopportabili? Praticamente tutti. Il Chet Mistificatore qui presente ha però scelto un pezzo che era praticamente soul, e ne ha solo sottolineato questo aspetto, e soprattutto nel farlo non mi ha fatto prudere le mani. Non so bene cosa pensare quindi sospendo il giudizio in merito, in attesa di nuovi sviluppi.

Il secondo problema è il look. Diciamo che presentarsi come il perfetto stereotipo dell’hipster sicuramente aumenterà le condivisioni tra i miei contatti di ragazze giuste coi gusti giusti, quelle che apprezzano i Ministri, vanno al Fuorisalone a Milano a “scroccare l’alcool”, vanno pazze per Zerocalcare ma non sanno chi è Micheal Gira. Ma l’indossare camicie con fantasie ironiche, berretti di lana su un palco (la quantità di sudorazione derivata dalla compartecipazione di questo capo d’abbigliamento con la presenza dei riflettori è da un pò una questione che mi pongo spesso) (ammetto di non avere una vita così interessante) e sfoggiare una barba sì lunga ma colpevolmente troppo curata non attira a priori le simpatie del sottoscritto, e di chi scruta con occhio cattivo chi bada troppo a come apparire, legato a un tipo di ragionamento radicato ma fondamentalmente errato, come sottolineato anche dal proverbio nominato nel titolo, secondo il quale chi cura troppo il proprio aspetto non ha di conseguenza tempo di curare in maniera approfondita la propria cultura o preparazione, motivo per il quale la bionda figa è svampita mentre il ciccione barbuto è colto, e di conseguenza si guarda con sospetto a una professoressa piacente, un filosofo palestrato, un pittore vestito alla moda, o come nel nostro caso, un musicista impegnato ma curato esteticamente.

Però uno dei miei più grossi difetti è che purtroppo mi piace basare i ragionamenti sui fatti. I dati in mio possesso dicono che ho ascoltato “Built on glass” molte molte volte, e con grande piacere. Devo ammettere che ho apprezzato molto il piglio un pò intimista unito a un’elettronica da “modernariato”, nel senso di una scelta di arrangiamenti non iper all’avanguardia, conformi a gusti che andavano per la maggiore qualche anno fa, ma allo stesso tempo non dichiaratamente retrò. Non so se è stata una scelta consapevole, ma la consapevolezza in generale è una dote molto sopravvalutata di questi tempi, e quindi, dopo centomila righe e concetti piuttosto banali posso affermare con sicurezza che, ebbene sì,

Chet Faker mi piace proprio.

Tutto questo per dire che suona il 4 al Fabrique, venue di Milano nuova in cui non sono ancora andato, più spaventato dal prezzo esorbitante degli alcolici che per altri motivi, e che volevo dirvi che forse, se riesco a trovare abbastanza motivazioni per alzarmi da un comodissimo divano fhrieten per mischiarmi a della gente terrificante, vado anch’io a vederlo.

Che poi si capiva che non era un poser anche solo da questo video, voce e piano. Però sto cercando lavoro e mi han detto di ricominciare a scrivere che, chissà mai, e allora cosa facevo, mettevo il video e basta e poi non potevo scrivere e allora cosa ci sta a fare questo blog, se non per parlare un pò a caso di musica?

 

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R O D O D A T T I L A: Valerian Swing VS Ben Frost

ben frostvalerian swing aurora

Una settimana fa è uscito il nuovo disco dei Valerian Swing: è bello, migliore del precedente secondo me, l’ha prodotto uno bravo, è stato registrato in un bel posto, eccetera, ma non è questo il punto. L’album si intitola A U R O R A, come il mattino, come la dea con le dita rosa, e si scrive così con gli spazi fra le lettere, come se ogni lettera fosse un dito rosa di una mano molto stiracchiata. In primavera era uscito un disco con lo stesso titolo, spazi compresi, dell’australiano Ben Frost. E allora, poiché ultimamente ho in testa solo ste cose sceme, e siccome il disco di Ben Frost mi era piaciuto e mi ero dimenticato di recensirlo, ho deciso di confrontare le 9 tracce di A U R O R A con le 8 tracce di A U R O R A.

A Single Point of Blinding Light vs 3 Juno
Il succo dei due pezzi è la sorpresa, aprosdoketon se mi permettete: dopo un’intro quasi inudibile Ben Frost tira fuori uno scatto techno che chiude il suo disco su un accordo che a orecchio mi pare lo stesso che apre il disco dei Valerian Swing. In quest’ultimo caso un’apertura cazzutissima si lascia interrompere da un attacco fracassone emo: il senso di questo agguato, lokhos se mi permettete, è quello di dare la cadenza dell’evoluzione di stile del gruppo mostrando l’evoluzione stessa come un cambio repentino. Cosa che non è, ma ne esce fuori un gran pezzo.

Venter vs Cancer Minor
Il primo pezzo sale di tonalità offrendo una melodia che sul finale si fa sempre più alto e sempre più ossessivo. Il secondo fa il contrario, scende e sbraga (ma poi ritorna al principio con una variazione riccardona). In entrambi si sente come uno stiracchiarsi delle orecchie. In entrambi i casi ci sono un sacco di pelli che rumbano (sintetiche o no, poco importa).

Sola Fide In Vacuum
Due pezzi con titoli vagamente latini: già mi piace questo confronto basato su elementi esteriori (ma poi, se crediamo a Genette, le periferie di un discorso valgono almeno quanto il centro). Ben Frost comincia con una sorta di melodia nascosta nella distorsione, per poi inquietare il pezzo e portarlo a una specie di delirio. I Valerian Swing partono con una nota acidissima e poi anche loro nascondono una melodia in minore dietro un gran casino. In due minuti senza parole si racconta una storia tristissima, che poi nell’ultimo minuto ha la sua parte lirica che sembra venire da una galassia lontana, che poi è la stessa in cui siamo.

The Teeth Behind Kisses vs Cariddi
Di nuovo mi concentro sui titoli, entrambi molto belli ed evocativi. Ben Frost inizia ambient, turba l’atmosfera con un beat distorto legnoso e storto, poi lascia entrare delle campane che riportano l’atmosfera come nella costruzione circolare della Notte sul Monte Calvo di Mussorgskij: la sensazione è che ci si caga sotto, come quando alla maniera di un novello Zeno ci si concentra sui denti nascosti dietro le labbra che baciano, rovinando per sempre la quiete di un momento topico. Ascoltare di seguito Cariddi può provocare un infarto: ma la combinazione funziona, come un sandhi linguistico di inquietudine e spavento. Del resto, non è che Cariddi fosse proprio un mostro come gli altri: prima di diventare una specie di pesce maelström che provocava gorghi con la sua bocca era nata Naiade, cioè ninfa delle acque dolci; quindi cosa ci sta a fare Cariddi in mare se non sentirsi estranea? Se non trovarsi davanti agli occhi ogni santo giorno quella fortunata di Scilla, anch’ella naiade, che fra le appendici mostruose almeno lei un po’ di antropomorfismo lo mantiene? La prospettiva pessimistica di questa trasformazione viene però nettamente riscattata dal finale (e dalla sua tromba nostalgico-riverberata), ma non se ne può fare una colpa ai Valerian Swing.

Nolan v Spazio
Solo perché Christopher Nolan sta preparando il filmone del decennio che parla di spazio? No, vabè: e mentre cerco un altro Nolan per far girare l’analogia, il pezzo fa la voce grossa, come se suonasse dentro un grande spazio vuoto. Comunque il punto in comune fra i due pezzi è forse una certa ispirazione un po’ più alta e un po’ laterale: per questo, perché noi ascoltatori badiamo più alle devianze che alle regole, sono due pezzi abbastanza rappresentativi dei rispettivi dischi. Nel caso di Ben Frost l’ispirazione laterale è quella di fare una specie di singolo, un singolo forse in un altro pianeta dove gli elementi di una musica pop prefabbricata possono essere i loop che si accavallano sempre più distorti e compressi fino a formare tutti insieme una specie di rumore bianco grasso. Sul finale c’è anche una specie di melodia che – per qualche malattia mentale tutta mia – mi ricorda Yo Soy CandelaSpazio intanto ha una costruzione quadratissima, quasi classic rock: inizia anche lui con una voce grossa, che è un inganno prima di mostrare la sua vera carta in un giro emo che da lì in poi, interludi springsteeniani inclusi, porta il pezzo fino alla fine (una fine molto ben suonata peraltro, bravi).

Secant v Parsec
Il pezzo più metal del disco di Ben Frost, sempre disturbatissimo come una radio in galleria ovviamente, con le batterie Nine Inch Nails tutte al loro posto (che sono l’equivalente nel rock odierno delle batterie fustino Dixan di Phil Collins negli anni ottanta). Il basso di Parsec fa pure lui una cosa molto metal, con i glissando al posto della tonica – ammesso che questo significhi qualcosa – ma è molto metal pure il secondo segmento, luddisticamente e ludicamente franto in mille pezzettini psichedelici per qualche secondo. Il pezzo si prende un momento per il canto, come tutti gli altri del disco dei Valerian Swing: è proprio vero che l’Italia è il paese del bel canto, pure nella musica con le chitarre distorte.

Flex v Calar Alto
La prima traccia del disco di Ben Frost, come poi l’ultima (l’ho già scritto), inizia dalle parti dell’inudibile per poi saltarsene fuori con qualche salto (qui minimo). Ci sono battiti di ritmo cardiaco e bordoni alti – che non si dovrebbero chiamare così quindi – come se l’australiano volesse iniziare il disco con una traccia di puro fastidio per allontanare i fighetti (miodio). Odio questo pezzo. Il pezzo finale dei Valerian Swing fa una cosa simile con le note tenute, con un organetto che se fossero gli anni settanta sarebbe stato suonato da John Paul Jones. Mi piace come la nota cambi quasi in controtempo, ma la sua spazialità è un po’ troppo didascalica per un disco che parla di spazio: in sostanza l’intro è la parte peggiore e più scontata dell’album. Cerca di redimersi con un movimento emo destando il medesimo senso di sorpresa che si prova nell’apprendere che l’osservatorio di Calar Alto si trova ad Heidelberg e non in un paese ispanofono. Il problema è che questo gioco lo ripete un altro paio di volte, e alla fine stanca.

Diphenyl Oxalate
Ben Frost sfida le barriere dell’ascoltabile con un pezzo che è confuso come gli INCI che contengono la sigla chimica che dà il titolo al pezzo. Il composto di cui sopra è quello responsabile della luminescenza dei lightstick, e ho capito il riferimento ai rave, ma queste facili allusioni stancano. Questo pezzo non merita paragoni.

No Sorrowing v Scilla
Qui Ben Frost fa di nuovo l’ambientista, nel pezzo non c’è molto oltre l’atmosfera: giusto un pulsare su un La lontanissimo e digitale. Sembra un minimalismo sbiadito, ma l’esperimento acustico che propone è un invito a concentrarsi sui pattern ripetitivi che rendono un unico suono le diverse armonie di un La basso, prima che intervenga il suo fratello qualche ottava più in su. Se c’è una morale nell’A U R O R A elettronico, è che neppure il mondo artificioso dell’elettronica è privo di una sua mitopoiesi interiore. Non è questo il mio pezzo preferito di Ben Frost, mentre Scilla forse è il mio pezzo preferito dei Valerian Swing: potrebbe essere stato suonato dagli stessi in collaborazione con i Crash of Rhinos e i Gazebo Penguins (che so – e riconosco – nei cori). Un pezzo pienamente emo, che dà la direzione al resto del disco, che però non gli somiglia sempre. Se c’è una morale nell’A U R O R A punk è che i generi, i riferimenti, le citazioni, le fonti sono discorsi fatti a valle, quando il torrente è divenuto un torbido fiume: possiamo pure trovare tutte le particelle in sospensione, e non si potrà negare che molte di queste provengano direttamente dalla sorgente, ma l’acqua a quel punto non sarà più potabile. E invece il disco dei Valerian Swing si beve con molto piacere.

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Groma è una parola molto Shellac (Dude Incredible)

2014-10-03 16.19.36

Voi sapete qualcosa di agrimensura? No, voi non sapete un cazzo di agrimensura. Io ne so qualcosa invece.

Mensurae aguntur generibus tribus, per longitudinem et latitudinem et altitudinem. (Balbus, I-II d.C.)

I dischi degli Shellac si dividono in un genere solo (quelli meravigliosi), e non è possibile ascoltarli usando una sola delle tre ascisse sopra elencate: i dischi degli Shellac hanno una longitudo, una latitudo e una altitudo, cioè sono segmenti di una lunga storia, sono uno spazio sonoro ogni volta nuovo e sono picchi di creatività.

La metafora non è una mia idea: Dude Incredible, l’ultimo disco del trio Albini-Trainer-Weston uscito a settembre, parla un sacco di agrimensori (surveyors). Perché solo a Steve Albini può sembrare normalissimo inserire discorsi sull’agrimensura in un disco di musica – tutto sommato – pesa. Se dovessimo usare l’etichetta del concept album, Dude Incredibile parla del disastro che si compie nel cercare di ricondurre a un ordine la realtà, dell’eroismo tragico di chi ci prova uguale – tipo gli agrimensori. Se dovessimo usare un topos della critica musicale facile, Dude Incredible è l’ideale seguito di Excellent Italian Greyhound e un atteso ritorno a lungo anticipato.

(Il bello di scrivere degli Shellac comunque è che ci si può infilare di tutto, anche i cliché.)

Nella loro respingenza gli Shellac hanno del resto una componente popolare, filantropica in senso proprio, che tende ad includere più che ad escludere: non sono mai abbastanza punk da mandare tutto a puttane, non sono mai abbastanza ingegneri da complicare le cose, e contro il genere umano non c’è mai vero odio, ma una specie di ironia ariostesca, uno spirito di osservazione disincantato ma non cinico. Ma è un fatto anche strettamente musicale: su un qualsiasi loro brano è facile farsi prendere da un ritmo dispari mentre la canzone si infila senza fatica in un binario, e sul treno di pensieri di Albini e Weston non c’è mai bisogno di saltar sopra alla disperata. Questo perché basso e chitarra sono capaci di liberarsi dalle catene del riff per suonare quasi impressionisti, ti spiegano quello che stanno dicendo più con le note che con le parole. La bravura del gruppo è di rendere organico quello che in qualsiasi musicista concettuale sarebbe rimasto solo un passaggio didascalico: è una dote drammaturgica che gli Shellac mostrano sempre, dal vivo e no. Se Steady As She Goes ha l’andatura incalzante di una camminata, se End of Radio è aritmica e caotica, non è per caso. Complaint Riding Bikes sono fra le canzoni di questo nuovo disco che sembrano mettere in scena un quadro teatrale: la prima – già un classico dei live degli Shellac da almeno quattro anni, se non di più – descrive un personaggio affetto da disturbo ossessivo compulsivo, e per farlo riprende lo schema dell’ossessione-compulsione con il gioco ad incastro del ritmo pari in un tempo dispari (o viceversa) e intanto ne mostra il fallimento con il particolare inquietante e asimmetrico che resta escluso dallo sguardo demiurgico del pazzo (notate il riff sporcato al minuto 3:04); la seconda racconta di come un semplice giro in bici con gli amici sia nella paragonabile a un’avventura fatta di cazzate e vandalismi (una specie di Correggio declinata al Signore delle Mosche), e così parte con un riff di chitarra che ricorda le catene (di bici) e poi lascia andare il basso di Weston come lo zarro della compagnia che fa le penne e salta di marciapiede in marciapiede. Ma il brano in cui la satira si fa quasi farsa proprio grazie all’approccio teatrale del gruppo è All The Surveyors: “WHO FEARS THE KING, FUCK THE KING” dicono in coro gli Shellac introducendo il primo dei tre brani con la parola surveyor nel titolo.

Il tema della misura della terra non è però casuale: il disco parla di come l’uomo abbia la pretesa di dare un senso alle cose, e gli Shellac hanno la missione filologica di spiegarcelo tanto dall’inizio, ab ovo, con le storie dei primi agrimensori, quanto dalla fine e in controluce metaforica, con il disastro dei rapporti sociali e delle nevrosi individuali. La grandezza di questo gruppo è non tradisce l’aspettativa, non fallisce l’obiettivo: finisci l’ultima traccia di Dude Incredible – o qualsiasi altro disco precedente – e non ti sembra mai di aver ascoltato qualcosa che avrebbe voluto dire tanto di più e non ce l’ha fatta, qualcosa che mirava in alto e poi è dovuto scendere a compromessi. Dude Incredible è la misura del nostro tempo (largitudo) di quelli passati (longitudo) e di quelli a venire (altitudo), la sua voglia di definire e delimitare quadri umani e musicali non è mai fallimentare, semmai parziale e residuale: il fatto, poi, che lo strumento di misura possa essere a scelta il rock o una groma o un’alidada non cambia la sostanza di un medesimo eroico, struggente, bastardo anacronismo.

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Non tipo i Mogwai

Oggi sto ascoltando molta musica – anche per un progetto su Medium di cui poi vi parlerò. Quando mi è passato sotto il naso questo nuovo singolo dei Mogwai mi sono distratto un attimo e mi sono dimenticato che fossero i Mogwai.

(EDIT: questo post conteneva un embed di SoundCloud, non più, a causa di quella cacata astrale chiamata Cookie Law. Se anche tu vuoi fermare sta follia, firma la petizione al seguente link: http://bloccailcookie.org )

Tre minuti e trenta di musica quasi sempre cantata, con una struttura dopotutto dritta. Sì, le chitarre fanno quella roba lì molto Braithwaite e si capisce, ma OH. Qui del resto è da circa tre album che si aspetta la svolta pop, che non arriva mai, se non a rarissimi sprazzi. Teenage Exorcists uscirà su un EP che conterrà tre remix di altrettanti brani da Rave Tapes e tre brani registrati nelle stesse sessioni, in pratica unendo in un progetto solo le due idee alla base dei dischi brevi post Hardcore intitolati Earth DivisionA Wrenched Virile Lore, e mi sa proprio che questo nuovo EP ripeterà un po’ il tentativo deviante (della seconda metà) di Earth Division.

I titoli degli altri due brani sono History DayHMP Shaun William Ryder: quest’ultimo dovrebbe significare tipo “La Reale Prigione Shaun William Ryder”, con Ryder che sarebbe un mezzo cantante/mezzo stand up comedian/mezzo personaggio televisivo – ma poi che ne so io, ripeto solo quello che dice Wikipedia. Il titolo dell’EP, che uscirà il 1 dicembre per Rock Action, è Music Industry 3. Fitness Industry 1. Tipo risultato calcistico insomma – e infatti vedi sopra la foto promozionale uscita oggi – e questo mi fa pensare che è ora di mandare la formazione del fantacalcio: ciao neh.

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